Sabato, 31 Luglio 2010
Politica e Attualità
SERVI DELLA GLEBA  Segnala
Nella dottrina sociale della chiesa si studiano tra l’altro, le forme di capitalismo, intendendo con questo le forme di accumulazione di ricchezza nate con la rivoluzione industriale dei primi anni del XIX° secolo. Ma cos’è il capitalismo?
Senza andare troppo indietro nel tempo vediamo in epoca moderna come si genera la accumulazione della ricchezza: le aristocrazie terriere: si basavano sulla coltivazione di grandi appezzamenti di terra di proprietà di aristocratici, che affidavano la gestione di queste a maggiordomi o persone di fiducia. I lavoranti erano spesso pagati con una parte della coltivazione, a volte, come in Russia erano servi della gleba che facevano parte dell’appezzamento di terra e, se questa veniva venduta, ne seguivano la sorte. Ciò è avvenuto fino alla fine del XX° secolo. Questo tipo di capitalismo terriero in Europa  aveva un atteggiamento di tipo conservativo (dei privilegi e nei confronti della borghesia nascente). Era favorita dalla religione cristiana, soprattutto quella cattolica ed ortodossa.
Il capitalismo della rivoluzione industriale: agli inizi del 1800 d.C. la nascita di un nuovo modo di produrre beni in serie ed in grandi quantità, concentrato in luoghi ristretti detti fabbriche e la necessità per i lavoratori di vivere in tanti in prossimità della fabbrica, dette luogo alle città industriali. Le fabbriche producevano pezzi finiti che, rivenduti, producevano un arricchimento maggiore del costo del materiale più il costo della mano d’opera, dando origine ad un “plusvalore” (che sarà poi l’argomento su cui si baserà l’analisi di Carlo Marx nel suo “Capitale”) che origina l’arricchimento per accumulazione del capitalista. Questo genere di capitalismo “progressista” fu favorito da una certa filosofia (il positivismo di A. Comte) e dalla religione protestante, in particolare dal Calvinismo (vedi “Etica protestante e sviluppo del capitalismo” di Max Weber), che vede  coloro che hanno successo come “predestinati da Dio” alla salvezza e gli sfigati come predestinati alla perdizione, per cui il motto calvinista sarà “non si lavora per vivere ma si vive per lavorare”, proiettando sul mondo del lavoro ed il successo che da questo se ne trae la propria predestinazione alla salvezza futura. Se poi si considera che le opere buone (importantissime per i cattolici),  non hanno effetto per questa salvezza, si capisce come certi capitalisti anglosassoni siano così privi di scrupoli.
Il capitalismo globalizzante e finanziario: è quello più recente, che trae dalla globalizzazione e delocalizzazione vantaggi economici e finanziari. Non è più importante avere soldi o capitali, ma è importante avere la fiducia di chi i soldi li gestisce (banche, assicurazioni, finanziarie etc.). Lavorano ai confini della legalità, spesso sconfinando e muovono ingenti quantità di risorse finanziarie. Trovano terreno fertile in ambienti di origine religiosa protestante ed israelita.
Venendo ai giorni d’oggi, vediamo i tipi di accumulazione del capitalismo:
-    Accumulazione per sommatoria; è quello onesto, classico, per cui l’imprenditore investe i propri soldi in una impresa, assume mano d’opera, attrezzature, produce, rivende e con il ricavato paga gli operai equamente, i fornitori, le macchine e con quanto rimane ne trattiene un po’ per sé ed il resto lo reinveste nell’azienda e nello sviluppo tecnologico di questa. Capitalismo prevalente nei paesi protestanti.
-    Accumulazione per sottrazione: è ai limiti della legalità; si basa principalmente sul cercare di sottrarre fondi allo Stato (IVA non pagata, o aprendo all’estero dove si pagano meno tasse). Ai lavoratori (pagati in nero o trasferendoli all’estero dove si paga meno la mano d’opera). Ai fornitori (pagandoli dopo 1 anno o più), e così via. Capitalismo prevalente nei paesi cattolico-ortodossi.
-    Accumulazione criminale: è quello del capitale che si accumula con azioni criminali, magari con un ammanto legale; droga, prostituzione, sfruttamento dell’uomo, importazioni tossiche, rifiuti tossici, off-shore etc. L’ammanto legale serve poi per ripulire i guadagni ed operare nell’ombra. Questo genere di capitalismo si sviluppa in tutti i paesi con preferenza per quelli cattolici e forte presenza israelita. (vedi le guerre tra gangsters italiani, irlandesi ed ebrei all’inizio del secolo scorso negli Stati Uniti).
-    Accumulazione satanica: è quella che non attribuisce importanza ai soldi ed al potere in sé ma che ottiene soddisfazione dall’impoverimento di interi stati o gruppi di stati; è ad es. quello che accadde qualche anno fa all’Italia quando il finanziere d’origine ebraico-ungherese Soros (nato Schwartz) mosse uno straordinario attacco finanziario al nostro paese che la Banca d’Italia non potè sostenere e la lira si svalutò impoverendoci di colpo. O quello dei famosi “subprime” americani che hanno prima impoverito migliaia di investitori americani e poi colpito banche negli Stati Uniti ed in Europa. Azione per cui l’ebreo americano Bernard Madoff sta scontando una decina di ergastoli. Se poi consideriamo il contributo dato dai grandi gruppi bancari americani come Rothschild e Rockefeller all’inizio del secolo scorso alla satanica rivoluzione bolscevica ed ai danni prodotti da questa, possiamo ben comprendere quali siano le forze occulte che manovrano il mondo.
Attualmente anche in Cina, crescente potenza industriale e finanziaria si inizia a temere un attacco portato da quella che definiscono “cricca bancaria ebraica”, (vedi libro “Currency Wars” di Song Hongbing pubblicato nel 2007).
Alla luce di quanto abbiamo detto fin’ora si può ipotizzare cosa sta succedendo in Europa con la situazione prodotta dagli occhiuti speculatori in Grecia ed il futuro attacco all’Europa: maggior povertà, tensioni sociali che sfociano in violenza, senso di sfiducia, tendenze autoritarie ed il solito tentativo insurrezionale bolscevico.

Mauro Vittori 
 
S. CIRILLO, IPAZIA DI ALESSANDRIA E “AGORˠDI ALEJANDRO AMENÃBAR  Segnala
ipazia3.jpgAvevo già studiato la vita, le opere e la tragica fine di Ipazia di Alessandria figlia di Teone, rettore della famosa biblioteca di Alessandria, filosofi entrambi neo-platonici, studiosi particolarmente di Plotino. Finalmente, grazie ad un film dello spagnolo Amenàbar, “Agorà”, si riscopre questa figura di grande filosofa, matematica ed astronoma della fine del 4°, inizio 5° secolo d. Cristo.
L’impero romano d’occidente, ormai decadente, aveva accettato, dopo l’ultima grande persecuzione del 303- 306 di Diocleziano, la religione cristiana nel 313 con l’editto di Costantino e, dopo soli 80 anni era stata dichiarata “religione di stato” con l’imperatore Teodosio 1°. Iniziarono così le persecuzioni al contrario contro i pagani, gli ebrei ed i cristiani di altro orientamento.
Senza addentrarci nel ginepraio delle “eresie” dei primi secoli tra giudeo-ortodossi-cristiani, giudeo-ellenisti-cristiani , ellenisti-cristiani, gnostico-cristiani, ariani, montanisti, manicheisti, eresie trinitarie e cristologiche e così via,  di cui ancor oggi si pagano le conseguenze, cerchiamo di analizzare le situazioni di allora per , eventualmente, farne un parallelo odierno.
-L’impero era in piena decadenza, la pressione dei popoli barbari era forte e da lì a poco (nel 410) i Vandali sarebbero penetrati attraverso la Spagna fino a Cartagine ed Ippona di S.Agostino.
Alessandria d’Egitto era la seconda città per importanza, dopo Costantinopoli) dell’impero d’oriente ed insieme ad Antiochia una delle sedi patriarcali (le altre erano Roma e Gerusalemme).
 Si erano già svolti, nel 325 e 385, per volontà degli imperatori, i  primi due concilii (Nicea e Costantinopoli), i quali avevano difeso la fede trinitaria, formulandola nella preghiera del Credo, chiamato anche “Simbolo niceno-costantinopolitano”; una preghiera nella quale furono espresse, in modo essenziale, le verità in cui credono tutti i cristiani ancora oggi..Il primo in particolare difese la divinità di Gesù dall’eresia alessandrina di  Ario che negava l’ essenza divina di Gesù. Il secondo la consustanzialità dello S.Santo con Dio e Gesù.
Gli altri due, successivi all’evento di Ipazia, (Efeso nel 431 e Calcedonia nel 451) hanno chiarito la principale verità su Gesù Cristo: egli è l’unigenito Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo. Sbagliano coloro che riducono Gesù solo ad un uomo, negandone la divinità; sbagliano coloro che negano la reale umanità di Cristo, riducendola ad un’apparenza.
In questo contesto di animi accesi, un vescovo, noto per la sua indole violenta ed intollerante, opera con una sorta di guardia personale, i “parabolani”= “votati alla morte” per la conversione alla “vera fede” = ortodossi, contro tutti gli avversari, politici e religiosi (pagani, ebrei e cristiani eterodossi). Questo vescovo, poi fatto santo e dottore della chiesa è Cirillo di Alessandria, il quale, dopo essersi macchiato del sangue (seppur come mandante) di Ipazia, fu successivamente  protagonista in negativo del 3° concilio, quello di Efeso dove, grazie alla complicità della corte imperiale, fece condannare ed esiliare un grande teologo quale Nestorio vescovo di Costantinopoli.
Nel film si riproduce, volutamente, una analogia anche iconografica, tra  il tenebroso Cirillo ed i suoi seguaci e le immagini che ci giungono dal mondo islamico, in particolare l’Iran e soprattutto l’Afganistan dove il Mullah Omar potrebbe  tranquillamente vestire i panni di Cirillo nel film ed i talebani quello dei parabolani votati alla morte nel nome di Dio.
Essere votati alla morte e procurare la stessa nel nome di Dio, credo sia la forma più forte di bestemmia che si possa immaginare.
Questo bel film vuole essere un monito a tutti coloro che fanno dei princìpi religiosi, princìpi di intolleranza. Spiace però constatare che molti che fanno professione di tolleranza, comprensione ed apertura mentale, facciano dell’avversione alla religione una “guerra santa”. Per quanto mi riguarda questi sono  decisamente peggiori dei cirillo e dei parabolani annebbiati dal fanatismo ma non ipocriti.
Mauro Vittori

P.S. nella realtà la fine di Ipazia fu ben peggiore che nel film: dopo essere stata lapidata, fu scorticata ancora rantolante, le furono cavati gli occhi,  smembrata completamente ed i resti bruciati.
 
RELIGIONI DUALISTE SULLA VIA DELLA SETA terza parte  Segnala
RELIGIONI DUALISTE SULLA VIA DELLA SETA terza parte
Un percorso di 3500 anni, dalle migrazioni indoarie alla new age

di Mauro Vittori

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Gnosticismo.
Egli disse: “L’uomo è simile a un pescatore saggio che gettò la sua rete in mare, e dal mare la ritirò carica di pesci piccoli. In mezzo a quelli il saggio pescatore scorse un bel pesce grosso; allora gettò via, in mare, tutti i pesci piccoli e scelse senza sforzo il pesce grande. Chi ha orecchie per intendere, intenda!”.
Con il termine “gnosticismo” si designa un gruppo di correnti filosofico-religiose dell’antichità, che hanno avuto la loro massima diffusione nei secoli II° e III° dell’era cristiana nei maggiori centri culturali dell’area mediterranea, come Roma ed Alessandria d’Egitto. In certi casi si tratta di scuole fondate da personaggi conosciuti come Marcione, Basilide o Valentino, tutti del secondo secolo, in altri casi di gruppi di cui non si conoscono i fondatori, ma elementi dottrinali li accomunano alle tesi gnostiche. Tra questi i cainiti ( da Caino), per i quali Caino aveva un ruolo importante negli sviluppi futuri dell’umanità, e gli ofiti veneratori del serpente.
Fino al ritrovamento di una biblioteca gnostica a Nag Hammadi vicino Luxor in Egitto nel 1945 gli studiosi disponevano di pochi testi originali; lo studio delle teorie gnostiche era per lo più contestazioni o confutazioni da parte di autori cristiani come Ireneo di Lione.  Il cristianesimo nei primi secoli è minacciato dallo gnosticismo tanto dall’esterno, cioè da movimenti alternativi ad esso, quanto dall’interno, da gruppi di cristiani che rifacendosi a scritti, non riconosciuti nella Chiesa, come i vangeli  apocrifi, li ritenevano più autorevoli dei vangeli canonici. Questi ultimi raccoglievano insegnamenti di Gesù destinati alle masse e quindi essoterici, mentre testi come l’”Apocrifo di Giovanni” o la “Sofia di Gesù Cristo” avrebbero contenuto una dottrina rivelata da Gesù ad alcuni apostoli o discepoli e destinata solo a pochi adepti. Un carattere fondamentale dello gnosticismo è il dualismo radicale. Anche nella tradizione biblica non essena esiste un dualismo fra Dio creatore da una parte e l’uomo e l’universo dall’altra, ma tanto la creatura quanto il creato corrispondono ad un progetto divino e questo conferisce loro dignità: l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio e la creazione contiene l’impronta del creatore. Per lo gnosticismo invece, esiste una differenza abissale fra Dio e la realtà materiale: lo spirito è sostanzialmente estraneo all’universo ed il rapporto col mondo materiale non può contribuire in nessun modo all’elevazione spirituale dell’uomo.
Si distinguono due tipi di dualismo gnostico: il tipo iranico ammette la contrapposizione di due principi in lotta tra loro (Angra Manju e Spenta Manju) e considera il mondo materiale come il dominio di una potenza negativa, mentre la speculazione siriaco-egizia fa “… derivare il dualismo stesso, e la conseguente situazione del divino nel sistema di creazione, dall’unica e indivisa fonte dell’essere, per mezzo di una genealogia di stati divini personificati che si evolvono l’uno dall’altro e descrivono il progressivo oscuramento della Luce originaria in categorie di colpa, errore e fallimento. Questa interna “involuzione” divina termina nella decadenza completa dell’alienazione di sé che è questo mondo”.
Per unirsi al corpo, lo spirito deve arrivare sulla terra e attraversare una dopo l’altra le sfere dei pianeti. Alla fine di queste “cadute”,  nella condizione terrena, l’uomo avrebbe dimenticato la sua origine e si troverebbe come in uno stato di ebbrezza, di sonno o di oblio, che lo porterebbe ad assoggettarsi alle leggi demiurgiche della natura ed alle influenze cosmiche. Per alcuni sistemi gnostici, non tutti gli uomini sarebbero in grado di giungere alla conoscenza, alla gnosi, e perciò di superare la condizione di alienazione (qualcosa di simile al Nirvana del Buddismo). Il sistema valentiniano ad esempio prevedeva per gli uomini tre condizioni differenti alla nascita: I “pneumatici” o spirituali, che avevano questa capacità, che, una volta raggiunta, li poneva al di sopra delle leggi; gli “psichici” , che hanno bisogno di leggi e religione per realizzasi e gli “ilici” o “sarchici” che sono incapaci di superare i condizionamenti materiali.
Solo con un atto di risveglio, o di ricordo, gli uomini che hanno la necessaria predisposizione possono affrontare la via della liberazione progressiva dai condizionamenti subiti nelle “cadute”. In questo processo l’uomo deve staccarsi anche dagli elementi materiali della propria individualità, riconoscendo che il proprio spirito è solamente una scintilla dell’Essere supremo ed ad esso identico: egli stesso è Dio.

Inno della Perla
Il cosiddetto "Inno della Perla" si trova negli Atti apocrifi dell'apostolo Tommaso, una composizione gnostica conservata con rielaborazione ortodosse di poco rilievo: il testo dell'inno ne è completamente privo. "Inno della Perla" è il titolo dato dai traduttori moderni: negli Atti invece è chiamato " Canto dell'apostolo Tommaso nella terra degli Indiani ”. Esiste col rimanente degli Atti in una versione siriana ed una greca; quella siriana è quella originale.

Il testo.
“Quando ero bambino un piccolo e abitavo nel mio regno nella casa di mio padre e riposavo nelle ricchezze e nelle delizie di coloro che mi educavano dall'Oriente, la nostra patria,i miei genitori mi prepararono al viaggio e mi inviarono. Mi fecero un fardello abbondante con le ricchezze del nostro tesoro. Esso era grosso, ma leggero, affinché potessi portarlo da solo. Conteneva dell’oro da Bèt Elaiè, dell’argento da Gazak la grande, rubini dall’India e agate da Bèt Cuscian. Mi cinsero di duro acciaio che spezza il ferro. Poi mi tolsero la veste splendida che, nel loro amore, avevano fatto per me, e, assieme ad essa, il mantello scarlatto che era tessuto, fatto sulla mia misura. Poi scrissero un patto con me e lo iscrissero nel mio cuore, perché non fosse dimenticato: “Se scendi in Egitto e riporti la perla unica, che è in mezzo al mare, vicino al serpente che soffia, rivestirai la tua veste splendente e il tuo mantello che riposa su di essa e, assieme a tuo fratello, il secondo dopo di noi, sarai erede del nostro regno”.
Lasciai l’Oriente e scesi. Due guide erano allora con me poiché la strada era paurosa e difficile e io ero solo un bambino, che non avrebbe potuto percorrerla. Oltrepassai le frontiere di Maisciàn, che è il punto di incontro dei mercanti di Oriente, raggiunsi il paese di Babilonia ed entrai nelle mura di Sarburg. Discesi in Egitto ed i miei compagni mi lasciarono. Andai direttamente là dove era il serpente e mi installai vicino alla sua dimora, nell’attesa che si assopisse e si addormentasse per potergli sottrarre la perla. E poiché ero solo e stavo per conto mio, divenni uno straniero per i compagni di locanda. Vidi là un uomo della mia razza, un nobile,  figlio di orientali, un giovane bello, pieno di grazia, un unto. Egli venne verso di me e si attaccò a me. E io lo ebbi mio intimo, un compagno con il quale condividevo la mia merce. Lo misi in guardia contro gli egizi e contro il contatto con coloro che sono impuri. Ma indossai una veste come la loro, temendo che mi rimproverassero di essere un forestiero, venuto per prendere la perla, e risvegliassero il serpente contro di me. Ma, in qualche maniera, si resero conto che non ero un figlio della loro nazione. Allora si accostarono a me con i loro inganni e mi fecero assaggiare i loro cibi. Dimenticai allora di essere figlio di un re e servii il loro re. Dimenticai anche la perla per la quale mi avevano inviato i miei genitori. E, sotto il peso del loro cibo, mi addormentai in un sonno profondo.
I miei genitori però vennero a conoscenza di tutto ciò che mi era successo,e furono in pena per causa mia. Nel nostro regno venne allora annunciato che tutti sarebbero venuti alla nostra porta, i re e i capi dei Parti e anche tutti i grandi dell’Oriente. E fecero un piano nei miei riguardi, affinché non fossi lascito in Egitto. Mi scrissero una lettera e ognuno dei grandi vi appose il suo nome: “Da parte di tuo padre, il re dei re, e di tua madre, la sovrana d’Oriente, e di tuo fratello, il secondo dopo di noi, a te, figlio nostro che sei in Egitto, salute. Svegliati e alzati dal tuo sonno per ascoltare le parole della nostra lettera. Ricordati che sei figlio di re; contempla la tua servitù e colui che servi. Ricordati della perla per la quale sei sceso in Egitto. Ricorda la tua veste splendente e il tuo mantello lucente, per rivestirli e ornarti con essi, poiché il tuo nome è scritto nel Libro degli eroi, e assieme a tuo fratello, il nostro vicerè, con lui sarai nel nostro regno”.
E la mia lettera era stata sigillata dal re con la sua mano destra, per custodirla dai figli malvagi di Babilonia e dai destini crudeli di Sarburg. Essa volò come un’aquila, come il re di tutti gli uccelli. Volò e si posò accanto a me, e tutta essa si fece parola. Udendola, al rumore del suo movimento, mi risvegliai e mi alzai dal mio sonno. La presi e l’abbracciai, la aprii e la lessi. Le parole della mia lettera erano state scritte in conformità con ciò che stava inciso nel mio cuore. Mi ricordai di essere figlio di re e che la mia libertà languiva a causa della sua natura. Mi ricordai della perla per la quale ero stato inviato in Egitto. Cominciai a incantare il serpente che soffiava. Lo costrinsi ad assopirsi e ad addormentarsi invocando su di lui il nome di mio padre e il nome del nostro secondo, assieme al nome di mia madre la regina d’Oriente. E rubai la perla e mi disposi a tornare alla casa di mio padre. Mi spogliai delle loro vesti sporche e impure e le lasciai al loro paese. Diressi i miei passi verso la luce della nostra patria, verso l’Oriente. E ritrovai davanti a me, sulla via, la lettera che mi aveva svegliato. E come mi aveva svegliato con la sua voce, così mi guidava con la sua luce, poiché la seta regale risplendeva davanti a me nel suo aspetto. E con la sua voce e con la sua guida mi incoraggiava ancora ad affrettarmi; e con il suo amore mi spingeva in avanti. Uscii, attraversai Sarburg, lasciai Babilonia alla mia sinistra, e raggiunsi Maisciàn, la grane, il porto dei mercanti, che è posto sulle rive del mare. E dalle alture di Ircania, i miei genitori mi avevano inviato la mia veste splendida, quella che avevo deposto, e il mantello che mi rivestiva, affidandoli ai tesorieri di fiducia.
E poiché non ricordavo più come si disponesse (l’avevo infatti lasciata da mio padre, quando ero ancora un bambino), all’improvviso, quando mi misi davanti a essa, come uno specchio la veste divenne simile a me. La vidi per intero e a mia volta ricevetti ogni cosa in essa. Poiché eravamo due quando eravamo divisi, e, adesso, eravamo una sola cosa, sotto una unica forma. E i tesorieri che me l’avevano portata, li vidi allo stesso modo: pur essendo due, erano diventati una sola forma, poiché l’emblema del re era inciso su di loro, l’emblema della mani di colui che mi aveva restituito per loro mezzo il mio tesoro e le mie ricchezze, la mia splendida veste ornata, che era adorna di colori magnifici, d’oro e di berilli, di rubini, di agate e di sardonici multicolori. La veste era tutta lavorata, e tutte le sue giunture erano unite con pietre di diamante. E l’immagine del re dei re era dipinta per intero in rilievo su tutta la veste. E come uno zaffiro i suoi colori erano cangianti.
Vidi ancora che palpitava tutta per dei moti di conoscenza, e che, in qualche modo, si disponeva a parlare. Udii allora le modulazioni della sua voce, quando mormorava assieme a coloro che l’avevano portata: “E’ per costui, per il più valoroso dei servitori, che sono stata allevata davanti a mio padre; anch’io sentivo in me che la mia statura, come le sue opere, diventava più grande”. E con mossa regale veniva, tutta intera, verso di me, e, per mezzo di coloro che me la davano, insisteva affinché la prendessi; e io mi sentivo spinto dal mio amore a correrle incontro e riceverla. Allungai la mano e la presi, mi rivestii della bellezza dei suoi colori, e mi avvolsi per intero nel mio mantello dai colori brillanti. Mi rivestii e fui innalzato alla porta della salvezza e dell’adorazione. Piegai la testa e adorai lo splendore di mio padre  che me l’aveva inviata. Poiché io avevo compiuto i suoi comandamenti, anche lui fece ciò che aveva promesso. E alla porta dei suoi principi entrai a far parte dei suoi grandi, poiché egli si è rallegrato in me e mi ha accolto e sono stato con lui nel suo regno. E tutti i suoi servi lo glorificavano con voci di lode. E promise che sarei ricompensato assieme a lui alla porta del re dei re, e che mi sarei presentato con la mia offerta e la mia perla davanti al nostro re”.

Interpretazione.
La casa d'Oriente va presa come la Dimora celeste, il Tutto immanifesto, mentre la Perla custodita dal serpente può alludere alla chiesa tenuta in potere della morte (il serpente), quanto alla preziosità celata nel serpente stesso una volta considerato come Molteplicità, come "pezzetti" dell'Unità: la Differenziazione come madre della Consapevolezza: di cosa essere consapevoli se non fosse tutto così abilmente separato? ( diaballein= separare, da cui il nostro "diavolo" ).Il padre e la madre sono il Primo Uomo e la Prima Donna, cioè il Dio Supremo secondo la visione gnostica nell’articolazione di due eoni maschile e femminile. Il fratello maggiore è il Secondo Uomo o Nous immanente al Padre, mentre corrisponde alla funzione soteriologia e cosmica il Logos o Terzo Uomo, il Cristo. L'Egitto (come le acque , il mare), era per lo gnosticismo un simbolo molto comune del mondo materiale; "il figlio di re" (il Cristo, il Verbo…) scende quindi nella materia, nel mondo, s'incarna. Il vestito impuro è la carne, impura perché non adatta al ritorno consapevole, viene quindi abbandonata definitivamente nel sepolcro, mentre il vestito di gloria è il corpo glorioso, la veste regale promessaci dal Cristo, quello immortale, frutto della resurrezione.
-Potremmo raccontare così l’Inno della perla (o del Salvatore), ispirandoci a Giovanni?:  " In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto fu fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nemmeno una delle cose è stata fatta di tutto ciò che esiste. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta…” ovvero: “Il Verbo si fece carne ed abitò in mezzo a noi…E' venuto in casa sua ma i suoi non l'hanno riconosciuto (ci siamo dimenticati chi siamo.)….ma a coloro che l'hanno ricevuto (la lettera, lo Spirito) ha dato il potere di divenire figli di Dio ( ... la Consapevolezza, la Perla, che ci riporta a casa ) perché non da carne e sangue né da volontà d'uomo ma da Dio sono nati.
Il Vangelo di Giovanni, gli scritti di S. Paolo e l’incompleta definizione teologica del cristianesimo nascente, insieme alle contemporanee correnti filosofiche, in particolare quelle platoniche e gnostiche, e religiose come quelle apocalittiche del tardo giudaismo, posero le basi per una nuova religiosità di impronta universalistica che si stava sviluppando nelle terre dell’impero persiano: il manicheismo.
 
I DIBATTITI - DI BEPPE NICCOLAI  Segnala
I dibattiti hanno un senso se riescono a creare "inquietudine"; se lasciano un segno "dentro"; se riescono a far pensare. Se sono accademici, se scorrono lungo il filo della retorica, possono sorprendere, ubriacare, lì per lì, ma non fanno maturare, non fanno crescere. Solo il dibattito inquieto, crea, suscita, provoca la voglia di parlare, di chiarire, di confrontarsi. Diventa sangue, diventa rapporto umano, diventa amicizia se si concorda, rispetto se si è in disaccordo. Ma si diventa tutti migliori. Perchè? Perchè ci si è misurati sul pensiero e la vera dignità dell’uomo, consiste nel pensare. Quindi la prima regola è di portarsi fuori dagli «steccati», dalle varie caserme che ci siamo un po’ tutti date, avendo come nemici il conformismo, il burocraticismo, l’assistenzialismo. Non è vero che siamo in una società pluralistica perchè ci sono tanti partiti. Non è vero: il sistema è un tutto unico. È come una piovra. Ci sono i tentacoli, ma la testa è unica. Sentire e praticare il gusto di parlarsi. Fino in fondo. Con sincerità
 
BAARIA - GIOVANNA CANZANO INTERVISTA GIOVANNI BARTOLONE  Segnala
BAARIA - GIOVANNA CANZANO INTERVISTA GIOVANNI BARTOLONE
 
..."Durante il Fascismo la mafia non “comandava Bagheria con gli occhi”,
come ha scritto qualcuno recensendo Baaria.
Il Fascismo per la sua natura tendenzialmente totalitaria combatté e sconfisse la mafia e la camorra. Il motto “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato,
nulla contro lo Stato”, non lasciava spazio all’“antistato”.
Con la dittatura veniva meno la mediazione mafiosa nella ricerca del consenso elettorale. Il tempo del collegio elettorale coincidente con il territorio della “famiglia” mafiosa era finito. Il podestà era scelto da Roma.
Anche a Bagheria vi furono retate al tempo del prefetto Mori,
come la famosa del 3 giugno 1926"... (Giovanni Bartolone)

Canzano 1- Bagheria è la sua città?

BARTOLONE- Si. Vi abito dalla nascita, nel 1953. La mia famiglia vi abita fin dalle origini, penso. Il mio bisnonno Salvatore vi nacque nel 1846. A 14 anni fece parte delle squadre di “picciotti” di Bagheria e combatterà con Garibaldi.

Canzano 2- Il film di Tornatore Baaria, rispecchia la Bagheria dei suoi nonni?

BARTOLONE- Distinguo tra il piano artistico, quello sentimentale e quello storico. In quello artistico non entro. Non è il mio campo. Ma i critici l’hanno giudicato un capolavoro. Mi fido. Io spero che vinca l’Oscar. Se lo merita. Sul piano sentimentale ringrazio Tornatore per avermi fatto tornare indietro nel tempo alla Bagheria che fu. E’ meraviglioso rivedere sullo schermo luoghi e personaggi conosciuti, rivivere eventi ed atmosfere del passato: il famoso Bar Aurora, la Piazza con i vecchietti seduti sui gradini della chiesa con lo scialle sulle spalle ecc. E’ questa una delle ultime immagini che ho di mio nonno materno prima della sua morte. L’ho sempre conservata intatta nella memoria.

Canzano 3- E sul piano storico che ne pensa? Lei da anni fa ricerca storica e ha scritto diversi libri sulla Sicilia degli anni ’40.

BARTOLONE- Credo che non abbia voluto fare un film storico, ma dare una rappresentazione del mondo. Con Bagheria come suo centro. Per molti bagheresi, Bagheria è il centro dell’universo. Vuole inoltre mostrare il suo amore smisurato verso i suoi genitori, soprattutto verso suo padre con il suo impegno nelle file comuniste. Mancando quasi del tutto studi scientifici e memorie scritte sul periodo del Fascismo a Bagheria, Tornatore si è forse affidato, qualche volta sbagliando, ai ricordi di qualche anziano, alla vulgata antifascista locale, alle battute raccolte durante una cena da Don Ciccio o dalla Za Maria o passeggiando in Piazza. Le esigenze artistiche l’hanno portato a cambiare la realtà storica? Penso che sarebbe ora di cominciare a studiare scientificamente il periodo fascista e quello immediatamente successivo a Bagheria. La civica amministrazione potrebbe organizzare un convegno in materia per raccogliere testimonianze. Tutti potrebbero contribuire alla ricostruzione della nostra storia.

Canzano 4- Vuole contribuire?

BARTOLONE- Sì, premetto che sono notizie frammentarie, raccolte negli anni, non in maniera sistematica. E’ un piccolo contributo per futuri ricercatori. Forse farò qualche errore. Altri li correggeranno.

Canzano 5- Mi parli di Mafia e Fascismo a Bagheria.

BARTOLONE- Durante il Fascismo la mafia non “comandava Bagheria con gli occhi”, come ha scritto qualcuno recensendo Baaria. Il Fascismo per la sua natura tendenzialmente totalitaria combatté e sconfisse la mafia e la camorra. Il motto “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, non lasciava spazio all’“antistato”. Con la dittatura veniva meno la mediazione mafiosa nella ricerca del consenso elettorale. Il tempo del collegio elettorale coincidente con il territorio della “famiglia” mafiosa era finito. Il podestà era scelto da Roma. Anche a Bagheria vi furono retate al tempo del prefetto Mori, come la famosa del 3 giugno 1926. Ma molti dei 300arrestati quel giorno, che nulla avevano a che spartire con la Piovra, furono rilasciati l’indomani (G. Tricoli, Il Fascismo e la lotta contro la mafia, ISSPE, Palermo, 1986, p. 28). Decine di migliaia di mafiosi e camorristi furono imprigionati o inviati al confino nelle isole. Si calcola che circa 10 mila mafiosi o presunti tali furono arrestati in Sicilia alla metà degli anni ’20 dai militari al comando del prefetto Cesare Mori e altrettanti in Campania da quelli posti agli ordini del maggiore dei Reali Carabinieri Vincenzo Anceschi (Per E. Anceschi, I Carabinieri Reali contro la camorra una missione speciale negli anni venti, Laurus Robuffo, Roma, 2003, p. 21, gli arrestati furono “oltre novemila”). Gli altri mafiosi furono costretti a mettersi a lavorare o scappare in America. L’Italia di Mussolini non era la Russia comunista e i mafiosi non furono liquidati con un colpo alla nuca o spediti a morire in Siberia. Il Fascismo tolse loro soprattutto la possibilità di controllare i giovani. I giovani, fin dalla più tenera età, erano inquadrati nelle organizzazioni di massa del Regime e educate alle finalità rivoluzionarie della Nuova Italia. Ove non c’era posto per mafia e mafiosi. I mafiosi non lo dimenticheranno mai. Senza la sconfitta bellica alla morte dei mafiosi non si sarebbe più parlato di mafia o di camorra. Rinacquero con la restaurazione democratica. Tra i padrini consultati da Lucky Luciano, il capo dei capi di Cosa Nostra americana, per decidere la partecipazione mafiosa allo sforzo bellico alleato troviamo il bagherese Tony “Lop” Lo Piparo (1901-1991), boss di Saint Louis. L’odio verso i fascisti durerà fino ai nostri giorni. Indicative sono le dichiarazioni del pentito Ignazio Gagliardo. Nel 1994 quando sarebbe arrivato l’ordine di votare Forza Italia alle Politiche, alcuni vecchi mafiosi dell’Agrigentino si sarebbero dichiarati contrari, perché così si sarebbe finito con l’appoggiare anche “i fascisti quelli che avevano contrastato Cosa Nostra a suo tempo” (Mafia un collaborante: nelle celle c’è malcontento contro Berlusconi, Riccardo Arena in Giornale di Sicilia, Palermo, dell’8 ottobre 2009, p. 8). Troveremo i mafiosi in prima linea al momento della caduta del Regime in Sicilia. Erano praticamente gli unici antifascisti in Sicilia. Quelli che avevano patito il confino e il carcere. Gli altri antifascisti, salvo qualcuno inviato in prigione, erano solo dei “mormoratori”. In tanti, già impegnati nelle terze file del Regime, però dopo il 25 luglio 1943, si faranno avanti vantando fantomatiche benemerenze antifasciste per riciclarsi nel nuovo Stato. Anche a Bagheria i mafiosi daranno il loro contributo alla causa antifascista. Grazie a queste benemerenze nei successivi decenni - e alle radici impiantate nelle civiche amministrazioni – agiranno pressoché indisturbati e faranno crescere la mala pianta mafiosa. Attaccare i mafiosi, dicevano, gli unici autentici antifascisti in Sicilia, significava il ritorno ai metodi fascisti del prefetto Mori. La mafia rinacque in Sicilia dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, il 10 luglio 1943. Sull’impegno contro la mafia del Regime, rispetto a quello dell’Italia prefascista l’ex presidente dell’Istituto Gramsci di Palermo, lo storico Francesco Renda, scrive:

“Anche nella fase fascista, pertanto, il prefetto Mori ottenne il medesimo risultato che nella fase liberale: non distrusse la mafia, ma la mise per qualche tempo nella impossibilità di nuocere, facendola rinchiudere nelle carceri o relegandola al confino. Con la differenza, però, che nella fase liberale, la repressione ebbe carattere limitato e circoscritto a singole mafie ed a singole zone, giacché la polizia agiva generalmente "d'iniziativa'' senza il sostegno di alcun disegno preordinato superiore, teso a spezzare i rapporti mafia, politica e istituzioni e a impedire il controllo mafioso del territorio, nella fase fascista, invece, pur sempre conseguendo solo effetti temporanei, "in seguito alla lotta intrapresa dal nuovo regime contro la delinquenza in Sicilia" la repressione ebbe carattere generalizzato, coinvolgente ogni provincia e zona di mafia, con la conseguenza che per tutto il ventennio fascista risultarono spezzati i rapporti mafia, politica e istituzioni e reso impraticabile il controllo mafioso del territorio” (F. Renda, Storia della mafia, SigmaEdizioni, Palermo, 1997, p 225).

Canzano 6- Oltre che caricaturale il fascismo bagherese appare repressivo. Che ne pensa?

BARTOLONE- Quando penso al fascismo bagherese, oltre a quelli dei semplici e fedeli militi della Rivoluzione nazionale e sociale, sempre rimasti fascisti, ad esempio a Stachino Lo Galbo, a Michelangelo Bruno, passando per zu Nofrio Martorana, zu Paliddu Accomando u Rafanella u Carritteri, zu ‘Tnonio u Cascavaddaru Ventimiglia, a Romolo Maggio ex balilla andato a Salò, poi impegnato nel Sindacalismo Nazionale, al povero Alberto Fricano, ammazzato dai partigiani nei pressi di Firenze nel 1944, tutte delle bravissime e degnissime persone, figli del popolo lavoratore e veri patrioti, non fecero mai del male a nessuno, penso all’avvocato Oreste Girgenti. Il segretario del Fascio di Bagheria. Un educatore dei giovani. Sue sono molte iniziative prese dalle organizzazioni di massa del Regime: colonie per i ragazzi, dopolavoro, assistenza sociale e sindacale per i lavoratori. Era molto benvoluto dai bagheresi. All’arrivo degli americani in città, il 22 luglio 1943, fu arrestato e rinchiuso nelle locali prigioni. Subito una folla enorme, in maggioranza donne, sfidando il bando del generale inglese Alexander che proibiva ogni manifestazione pena la morte, si recò alla prigione chiedendo a gran voce il suo rilascio. Era un galantuomo. L’ottennero. Tipo schivo e riservato, non riesco proprio ad immaginarlo passeggiare tronfio in divisa nel Corso. Quando era “costretto” dai camerati a candidarsi, il M.S.I. moltiplicava i suoi voti a Bagheria. Il podestà del tempo di guerra, l’avvocato Battistino Maniscalco, proteggeva una famiglia ebrea di Palermo sfollata a Bagheria, giocava a carte col padre, invitandolo a casa, ascoltando la radio insieme (“Ma pensa non c' era proprio discriminazione da parte di nessuno, neanche da parte dei podestà fascisti dell’epoca. I miei genitori durante la guerra sfollarono a Bagheria (vicino Palermo) e il pomeriggio si riunivano con il podestà e con altre persone per giocare a carte. Penso nel '43, furono invitati a casa del podestà di Bagheria, già cosa non tanto normale ... la famiglia di un ebreo, una coppia di cui uno era ebreo ... Comunque si giocò a carte. A mezzanotte giochi sospesi perché il podestà disse: "Dobbiamo accendere la radio". Mio padre e mia madre erano terrorizzati, e sconvolti pensarono che avessero orchestrato tutto per fregare mio padre. Invece in realtà il Podestà si sentì la radio, tranquillissimo, fresco e pettinato ...”. Agli ebrei durante sarebbe stato proibito tenere una radio in casa. In L. Vincenti, Storia degli Ebrei a Palermo durante il Fascismo, Offset studio, Palermo, 1998, p. 134 e sgg). Questi sarebbero i cattivi fascisti? Repressivi? Il noto “poeta popolare” Giuseppe Schiera, antifascista, che spesso e volentieri metteva alla berlina il Regime e i suoi uomini, quando l’atmosfera a Palermo si faceva irrespirabile si rifugiava a Bagheria. Qui era protetto dagli esponenti fascisti locali: Oreste Girgenti, Battistino Maniscalco, ecc. (“Anche a Bagheria Giuseppe Schiera godeva non poche simpatie, tra cui perfino due scemi, che gli facevano da battistrada e richiamo della folla nella piazza Madrice, Ancilu e Pasquali 'u loccu, scemo quest'ultimo al punto da esser convinto che dal palazzo Butera alla Punta Aguglia vi fossero due miglia e dalla Punta Aguglia al palazzo Butera quattro, perché in salita. Sorreggevano Schiera soprattutto l'avvocato Ciccio Aiello, Mons. Pietro Nasca, il prof. Nino Pintacuda, Nino Castronovo, l'avvocato Oreste Girgenti, l'avv. G.B. Maniscalco e tanti altri”. In G. Girgenti, Giuseppe Schiera. La fabbrica ambulanti di lu pitittu, La Cartografica, Palermo, 1977, pp. 69-79). I due episodi del film, quello in cui si vede un guitto, che dice, rivolto alla foto del Duce, “Un’ora sola ti vorrei” e quello del venditore di salsiccia che cammina dietro al segretario del Fascio, penso che siano inventati per esigenze artistiche o politiche, nate a posteriori. Qual è la fonte? Cosa pensi che sarebbe successo nel clima di “consenso” goduto dal Fascismo fino al 1943, se qualcuno si fosse permesso di sfottere pubblicamente il Duce o l’avvocato Oreste Girgenti? Girgenti ed altri due esponenti locali fascisti saranno poi denunciati, penso per iniziativa di un corrispondente bagherese, dalle pagine de La Voce Comunista, il settimanale del Partito Comunista Italiano, pubblicato a Palermo, a causa di una presunta riunione in una casa di campagna a Santa Flavia nel 1944. Il periodico, diretto all’epoca dal professore Franco Grasso, dirigente del Partito, nel numero n. 9 del 24 giugno 1944, pubblicherà in prima pagina un articolo non firmato dal titolo “La maffia”. Vi si faceva opera di avvicinamento tra il PCI e la bassa mafia per una lotta comune contro il capitalismo e le strutture latifondistiche della Sicilia occidentale. Grasso riprendeva le “tesi agrarie”, elaborate da Ruggero Grieco ed approvate ad unanimità dai delegati alla Conferenza agraria meridionale del P.C.I., tenutasi a Bari nel 1926 (G. Montalbano, Mafia politica e storia, Tipografia del Boccone del povero, Palermo, 1982, pp. 259-261). Un articolo non firmato significa che esprime la linea della redazione e della forza politica alla quale la rivista fa riferimento.

Canzano 7- Passiamo alla caduta del Regime a Bagheria. Nel film si dice “fu la giornata del povero”, è vero?

BARTOLONE- Il Regime finì a Bagheria il 21 luglio, ma non fu “la giornata del povero” come si dice nel film. L'avvocato Girgenti, raccontandomi, a quasi mezzo secolo di distanza l'assalto alla locale Casa del Fascio, ad uffici comunali, e a case e magazzini privati, definì i responsabili come "quattru vastasunazza di chiazza e mafiusi", quattro facchini e mafiosi. Girgenti disse di aprire i depositi comunali preferendo dare le derrate alimentari ai bagheresi, non facendole trovare agli invasori.
Felicita Alliata nel suo diario descrive il clima di terrore causato dai bombardamenti alleati – alcune bombe caddero anche in città il 6 sera e la notte del 12 luglio 1943, provocando danni e vittime, con i bagheresi rifugiati in campagna o nel “fussazzo”, le grotte sotto Villa Valguarnera, e la voglia di finirla presto:

“23 Luglio. Per la storia. – Abbiamo passato giorni e notti di trepidazione ed angoscia. I nemici – ora conquistatori – negli ultimi giorni hanno sparso il terrore più che mai; mitragliando le campagne, ove la popolazione – anche da Palermo – cerca salvezza, bombardando anche i più piccoli centri implacabili …mentre tutti li aspettano e che una buona volta la finiscano; sappiamo che non può essere altrimenti…
« Mattina, ore 10 - Nel paese di Bagheria piccole colonne di fumo, gente alle terrazze ... volteggiano carte bruciacchiate e fogli bianchi; sono in pensiero per Maria che è andata a Messa in paese... finalmente torna e ci racconta che il popolo bagherese ha assaltato la sede del « fascio » hanno bruciato, tutto e magari la radio e la camicia nera del podestà buttandole dalla finestra. Non per niente siamo la terra delle grandi iniziative !... La stessa cosa si ripete a Santa Flavia e altri vicini paesi, dei quali possiamo avere notizie. Cominciano a comparire bandiere bianche dappertutto, sul campanile della Cattedrale, sulle case, a Santa F1avia lo stesso, però il popolino o popolaccio - come sempre - eccede e assalta negozi e case private per saccheggiare. Anarchia... I vincitori – si dice - sono arrivati a Ficarazzi. Vengono da Bagheria gente e ci obbliga ad issare bandiera bianca. Ho fatto collocare su una lunga pertica – al di sopra del blasone della facciata ove è la storica corona che fu abbattuta da Maria Carolina - un prosaico... lenzuolo. Quante ne ha viste anche quel blasone! Il popolo, stanco, affamato, esasperato... ha applaudito con troppo entusiasmo l'invasore, che - dobbiamo, dire anche liberatore - dimenticando che è quello stesso che fino a ieri ci assassinava ! I1 podestà di Bagheria si è avanzato a riceverlo con uno straccio bianco. Quassù il tenentino voleva resistere.. con cinquanta uomini!... che si rifiutarono. Le campagne - per la resistenza di cannoni in gran parte... di legno. Mentre gli alleati entrano a Bagheria con poche camionette, venendo da Palermo. Qui sotto, dei soldati lavorano ancora ad una lunga trincea da Santa Flavia a qui, larga quattro metri ! che deve - cioè dovrebbe impedire lo sbarco da Solanto !... Puerilità incomprensibili! La gentaccia ha trovato munizioni e bombe a mano e si diverte fuori il paese a farle esplodere. Nella Piazza Palagonia - sottostante alla nostra collina tirano anche con i moschetti e le palle fischiano intorno a noi; è pericoloso stare nella villa.
23 Luglio, mattina. - Tutto quel che rimane del presidio di Bagheria, Colonnello, ufficiali e soldati - meno quelli che sono scappati - sono qui adunati a Villa Valguarnera in attesa di essere fatti prigionieri… I prigionieri - circa cento uomini - si sono avviati a piedi verso Palermo. II Parroco di Bagheria aveva mandato un Sacerdote per celebrare a S. Messa per loro qui nella Cappella ma non si è fatto in tempo. E' stata una scena drammatica, dolorosa, commovente! Il Colonnello G.. Disarmato, appoggiandosi a un bastoncino, ha parlato ai suoi uomini piangendo... sono seguiti abbracci, lacrime degli astanti.. e via.. Vae victis!”

Descrive anche i duri giorni seguiti all’occupazione della città:

”27 Luglio. - I1 giorno dopo l'entrata a Bagheria degli alleati - qui tutti americani. - sono saliti quassù in varie camionette, tutte bene attrezzate perfino con la radio. Hanno perquisito i locali già occupati dai soldati e requisito le armi che i nostri però avevano rese inutilizzabili; anche la mitragliatrice che era annidata in un rifugio sulle rocce. Alcune famiglie di popolani palermitani aveva creduto bene di sottrarre delle armi. Il Capitano molto furbo e rude - che ci trattava da « nemici » - ci disse che chiunque avesse delle armi sarebbe stato fucilato. Tradussi la notizia a tutti i presenti - facendo da interprete - e si videro i bambini spuntare da tutti i lati con moschetti e altro !... Quassù si è stabilito una specie di comando della regione e ciò per il fatto che hanno trovato grande accoglienza da una mia cognata loro connazionale. Il grande atrio é sempre pieno di gente; i soldati fuggiti - spesso accompagnati dai parenti - si presentano per essere iscritti e fatti prigionieri….
1 Agosto 1943. Ancora non si può comunicare nemmeno con Palermo e siamo addirittura isolati. Giungono solo dei bollettini, proclami dei conquistatori. Manca l'energia e non possiamo sentire nemmeno la radio. Manca il pane e tutto. I primi giorni non si poteva circolare per le strade del paese altrimenti sparavano addosso. Ora la mattina fino a mezzogiorno si può uscire per provvedersi di qualche cosa... difficile a trovarsi! Avevo potuto acquistare nascostamente del frumento, ma non si sa come farlo macinare. Alcuni lo fanno col macinino, da caffè.. .
15 Agosto. ..Se mi avessero detto che anche io - nella vecchiaia - dovessi adattarmi ad escogitare certe cose ne sarei stata felice. Manca tutto; niente cotone, niente aghi, né scarpe né calze, niente luce... né lampadine elettriche. Per questo rimediamo con le antiche lampade ad olio in ceramica... tanto artistiche e buie! Ho imparato a filare e filo cotone per farmi fare delle calze con i ferri... come ai tempi delle nostre bisavole! Filo la lana per farne indumenti e la tingo con delle erbe; in quanto alle scarpe, ripensai che all'altra guerra le signore imparavano a farne per provvedere gli orfani di guerra, ma non per loro stesse che allora non mancavano. Ho fatto riesumare a Palermo delle forme di legno della mia misura e con la pelle di una borsa e dei chiodini - che a stento ho trovato - mi son fatta un magnifico paio di scarpe! Torniamo ai tempi preistorici... quando Berta filava!” (F. Alliata di Villafranca, Cose che furono attraverso la storia di un’antica famiglia italiana, Flaccovio, Palermo, 1949, pp. 321 e sgg.).

Lo storico Mario Spataro parla di “gravi disordini” avvenuti in città il 24 agosto, “domati dagli americani a suon di scudisciate” (M. Spataro, I primi secessionisti, Controcorrente, Napoli, 2001, pp. 141-143).
Non ho notizie di questi disordini, né delle cause. Molestie a donne come si potrebbe pensare leggendo quanto scrive? Non credo. Avrei voluto avere dei chiarimenti da Spataro, ma ho scoperto che è morto da due anni.
Episodi di saccheggio si verificarono in molte località della Sicilia al momento del passaggio del fronte. Le fame spingeva molte persone alla razzia. Negli anni ’70 sentii raccontare che anche il deposito del poeta Ignazio Buttitta, mi pare sito in Via De Pasquale, fu saccheggiato quel giorno a Bagheria.
Nel 1956, il dirigente delle federazioni del P.C.I. di Palermo e Termini Imerese Ignazio Drago, già separatista, scrisse un apologetico articolo sulla mafia, in giornaletto comunista locale. L'articolo aveva per titolo "Cento anni di Bagheria", e come sottotitolo "Mafia e braccianti". L'articolo fu pubblicato nonostante la protesta dell'On. Giuseppe Montalbano, del P.C.I., "presso i supremi organi" del partito. Drago, rievocando i giorni della rivincita mafiosa a Bagheria, contro il Fascismo che severamente represse la Piovra, scrisse:

“Dopo la prima guerra mondiale a Bagheria ebbero la vittoria i sostenitori del grande oculista Giuseppe Cirincione, legato alla mafia, che si erano venuti trasformando in esclusivi dominatori del paese; si erano impadroniti di palazzi baronali, dirigevano il Comune e il commercio degli agrumi e la vita di ogni cittadino, punendo anche con la morte chi non sottostava alla loro legge e non riconosceva il loro potere. Ciò facendo, volevano dare al paese assetto e ordine, sostituendosi ai poteri dello Stato centrale, prepotente e incomprensivo nei confronti della Sicilia. La loro concorrenza nei confronti dello Stato fu cosa sulla quale non cedettero mai, nonostante le lunghe lotte che lo Stato condusse contro di essi accanitamente. Il fascismo inviò il prefetto Mori in Sicilia con l'ordine di corrompere e punire: a Bagheria punì! Trattati come delinquenti comuni, i capi della città furono sparpagliati in tutte le patrie galere.
Si trovarono tutti insieme armati di moschetto e di mitra e del loro odio contro il fascismo il 21 luglio 1943, quando bruciarono la casa del fascio e salutarono con rispetto le truppe alleate, da pari a pari, alle quali si presentarono con la bandiera giallo-rossa e il programma dell'indipendentismo siciliano. La popolazione di Bagheria aveva ritrovato i suoi capi e li segui anche questa volta nella lotta per una Sicilia indipendente.
Il ristabilimento del loro potere comportò anche il ristabilimento della loro legge che non perdona a chi tenta la strada dell'avventura e della disobbedienza. Così, in quel tempo, decine e decine di persone furono spente da silenziosi e rapidissimi giustizieri, di cui fino ad oggi non si conoscono i nomi. E in generale accadeva che quando, al mattino, veniva ritrovato in un pozzo o in un giardino un cadavere, un senso di sollievo si manifestava nella popolazione, perché si trattava quasi sempre di ladri che avevano disturbato con piccoli furti. Si riconosceva giusta la loro morte, arrivando a congratularsi con chi si supponeva l'avesse causata. Da parte dell'Autorità non si perdeva neppure tempo a indagare...” (G. Montalbano, op. cit., pp. 171 – 172).

Giuseppe Montalbano, antifascista autentico, fu fino all’arrivo a Palermo di Girolamo Li Causi nell’agosto 1944 il capo del P.C.I. in Sicilia.
Il contributo mafioso alla conquista alleata di Bagheria è confermato da Mario Spataro, figlio del dirigente separatista Vittorio, in quei giorni in città. Scrive:


“L’arrivo dei primi americani fu anch'esso motivo di sorpresa. Lo scrivente era, in quei giorni, a Bagheria dove un colonnello italiano, che disponeva sì e no di 100-200 uomini male in arnese e alimentati solo a forza di gallette (dure come mattoni) stivate in un magazzino nei pressi di villa Palagonia, aveva deciso (a parole, almeno) di opporre "strenua resistenza" contro la valanga di uomini e di acciaio che si avvicinava. Quando una staffetta americana (un sergente e un soldato, con tanto di bandiera bianca) entrò in paese per sapere cosa il signor colonnello avesse intenzione di fare, ci fu un breve parlottare fra le persone "importanti" del luogo e il colonnello, presente l'americano. Poi il colonnello commise l'errore di appartarsi e bastò quell'attimo perché si ritrovasse chiuso a chiave in una stanza mentre l'americano era pregato di fare avanzare le sue truppe al più presto. Non fu certo una cosa onorevole, ma almeno servì ad evitare che all'inevitabile occupazione della città si aggiungesse un'impari scaramuccia e, magari, la perdita di qualche vita umana” (M. Spataro, op. cit., pp. 146-147).

Cosa Nostra fu in prima fila ovunque nell'attaccare le case del Fascio e nell'accogliere gli invasori angloamericani. Si vendicavano contro Mussolini e Mori, che li avevano inviati al confino nelle isole o in galera, come dei delinquenti comuni. Furono ricompensati dagli Alleati. Molti mafiosi furono nominati sindaci, come il capo della Piovra, Calogero Vizzini, a Villalba, o responsabili di importanti centri di potere. Ebbero permessi, privilegi e i loro fascicoli ripuliti. Qualche storico scrive: "Si calcola che almeno l'80 per cento dei sindaci nominati dagli Alleati nella Sicilia occidentale fossero noti esponenti della mafia" (A. Spano, Faccia a faccia con la mafia, Mondadori, Milano, 1978, p. 83). Quelli ancora in prigione o al confino furono subito rilasciati dagli Alleati. Insieme alla ripresa dei partiti antifascisti si ebbe la “formidabile rinascita” della mafia e poi della camorra, dichiarata sciolta il 25 maggio 1915 ( V. Paliotti, Storia della camorra, Newton Compton, Roma, 1993, pp. 15 e sgg.).

Nonostante la campagna d’intimidazione del ministro dell’Interno, Aldisio, larga udienza continuavano a riscuotere le adunate separatiste. Il capo della polizia di Bagheria proibì una riunione programmata per il 25 giugno 1944 perché temeva episodi di violenza. Ma essa ebbe luogo il 6 agosto, dopo che gli Alleati e la mafia fecero pressioni. Vi parteciparono circa 3000 persone, molte sventolando le bandiere della Lega Giovanile Separatista. Andrea Finocchiaro Aprile, la cui apparizione fu salutata da caldi saluti, e Antonino Varvaro fecero gli interventi principali. Varvaro accusò gli avversari di cercare di soffocare il separatismo e proclamò che era un movimento popolare, libero da qualsiasi influenza straniera. Riecheggiò l’ultimo appello di Finocchiaro Aprile ai siciliani di consegnare il loro grano ai Granai del popolo. Salutò gli Alleati, Roosevelt e i siciliani d’America, arguendo che i separatisti preferivano l’occupazione alleata al controllo italiano. Manifestando la buona volontà di negoziare un piano di federazione con l’Italia su base di uguaglianza. La Sicilia, disse, aveva il diritto all’autogoverno e “molti eminenti personalità internazionali …incluso La Guardia” avevano affermato questo diritto. Al termine del suo discorso, Finocchiaro Aprile si rivolse direttamente al folto numero di persone che indossavano un distintivo con un’immagine della bandiera americana con una figura della Sicilia nel centro. Erano membri, o sostenitori del partito organizzato dalla mafia, il Partito Democratico d’Ordine, che alla fine di aprile o nei primi di maggio aveva mutato il suo nome in Fronte Democratico Siciliano d’Ordine. “La mafia”, affermò, “è un’istituzione che dovrebbe essere creata, se non esistesse. Dobbiamo distinguere tra mafia e criminalità. La mafia è un’organizzazione d’ordine, di disciplina e giustizia politica” (M. S. Finklstein, Separatism, the Allies and the Mafia: the Struggle for Sicilian Indipendence, Associated University Presses, Cranbury, NJ, 1998, pp. 90-91. Cita documenti del Servizio segreto americano e della PS di Bagheria. La traduzione è opera mia).

A proposito del poeta Ignazio Buttitta. Nei primi anni ’70 l’ex Camicia Nera, Michelangelo Bruno, rispondendo ad una domanda scherzosa di alcuni amici, ricordava che qualcuno diede solo un colpo di manganello nella bilancia del negozio ru Malfitano. Fece il nome, mi pare, di Ciro Brasi o Cilibrasi, non ricordo. C’erano anche altri due fascisti, ma non fece il nome. Disse che fu solo per “festeggiare” la Marcia su Roma, avvenuta poco prima, quindi nel 1922. Non ero, in quel momento, interessato alla discussione. E’ credibile che tre fascisti – in pieno Regime- si facciano cacciare in malo modo da un antifascista, senza reagire e senza conseguenze per il colpevole, come si vede in Baaria? Bah, ho molti dubbi.

Canzano 8- Altre inesattezze nel film di Tornatore?

BARTOLONE- Quando lavoravo alla tesi di laurea sul referendum Monarchia repubblica del 1946, consultando i giornali siciliani del tempo, non lessi mai di zuffe a Bagheria tra le opposte fazioni e non ne ho mai raccolto testimonianza o notizia. La piazza di Bagheria non era quella di Villalba o di Napoli. In quel tempo non erano i monarchici ad assaltare i comizi repubblicani. Era il contrario. A nord di Roma i comizi a favore del Re semplicemente non si tenevano a causa del clima di terrore scatenato dalle Volanti Rosse. Era il sanguinoso periodo dei Triangoli della morte per gli anticomunisti. A Roma, come avvenne il 24 maggio 1946, erano proibiti o assaltati dagli “Ausiliari di Romita”, la polizia formata da ex partigiani. Al sud erano attaccati dai comunisti a colpi di bombe a mano, come a Napoli (F. Malnati, La grande frode. Come l’Italia fu fatta Repubblica, Bastogi, Foggia, 1997, pp. 201 e sgg.).
I monarchici non assaltarono mai un comizio repubblicano, nemmeno in zone ove potevano farlo. Vedendo il film si potrebbe capire che la mafia autorizzi l’assalto ad un comizio repubblicano a Bagheria. La mafia e il banditismo siciliano volevano la repubblica. Indicativi sono il pubblico impegno a favore della repubblica del più famoso bandito siciliano del dopoguerra, Salvatore Giuliano (M. Giuliano- G. Sciortino Giuliano, Mio fratello Salvatore Giuliano, La Rivalsa, Montelepre, 1987, p. 183) - contribuì alla sconfitta monarchica a Montelepre e Giardinello, paesi ove fortissima era la sua influenza, la vittoria repubblicana a Corleone (Il bandito e il referendum, di Sergio Boschiero in Storia in Rete, luglio agosto 2008, p. 53) - e i rapporti del console americano a Palermo, Alfred Nester. Dal 27 novembre al 3 dicembre 1945 si tenne una riunione con la partecipazione di 47 capi mafia in rappresentanza di tutta la Sicilia. Stabilirono le future strategie politiche della mafia ed elessero la “Commissione degli Otto”. Dopo aver incontrato gli “Otto”, Nester riferirà al suo ambasciatore a Roma che la mafia “è per la repubblica, ma non si opporrebbe alla monarchia se diventasse un regime democratico” (E. Caretto – B. Marolo, Made in Usa. Le origini americane della Repubblica Italiana, Rizzoli, Milano, 1996, pp. 54-55) I mafiosi forse volevano far pagare alla Monarchia le sentenze di condanna emesse in nome del Re. O forse speravano nei benefici previsti dalla tanta vociferata amnistia Togliatti in caso di vittoria repubblicana. Un’ipotesi di ricerca storiografica: anche i mafiosi contrattarono i loro voti con i repubblicani, per ottenere benefici, in caso di vittoria repubblicana? La piazza di Bagheria ha visto un solo caso di violenza politica.

Canzano 9- Quale?

BARTOLONE- Fu nel 1968, quando alcuni ragazzi della Giovane Italia, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, furono aggrediti a colpi di bastoni da un folto gruppo di comunisti provenienti da via Lo Re, mentre protestavano contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Sono le famose “Legnate a chiazza”.

Canzano 10- Ci sono altri nomi dimenticati?

BARTOLONE- Tornatore ricorda giustamente alcuni sindacalisti uccisi della mafia. Ma omette di ricordare quelli meno famosi, ma che vivevano a 3 km da Bagheria. Mi riferisco ad Andrea Raja ucciso a Casteldaccia nel 1946, a Nunzio Sansone di Villabate e Pietro Macchiarella di Ficarazzi assassinati nel 1947. Voglio ricordare anche Nunzio Passafiume di Trabia, morto nel 1945.

Canzano 11- Ma in un film non si può dire tutto.

BARTOLONE- Lo so. Tralasciando alcuni nomi e omettendo alcune cose si cambia la verità. Non sono d’accordo, quando Tornatore fa cominciare il processo di liberazione delle donne bagheresi dall’invito a ballare rivolto dal padre alla madre del regista. L’emancipazione delle bagheresi inizia prima. Comincia forse durante la prima guerra mondiale, se non prima. Ed è merito delle stesse donne. Penso all’episodio, “scandaloso” per il tempo, avvenuto forse nel 1915, durante la recita per beneficenza di un poema melodrammatico L’eccidio dei Vandali, del poeta bagherese Giovanni Girgenti. Per la prima volta un gruppo di studentesse appartenenti alle migliori famiglie locali calcavano le scene insieme a colleghi maschi, recitando in pubblico. Prima di questa recita, le filodrammatiche bagheresi sceglievano testi con personaggi tutti di sesso maschile, ricorrevano a travestimenti o si avvalevano di professionisti, ai quali erano affidate le parti femminili. Appartenevano alla filodrammatica del cinema-teatro “Lavore” del sacerdote don Domenico Lavore. Forse con grave scandalo dei famigliari Caterina Mancuso, Rosetta Cancilla, Gabriella e Teresa Sorci, Virginia Scaduto, Maria Gambino, superando qualsiasi pregiudizio paesano seppero spezzare l’incantesimo (O. Girgenti, Bagheria, Edizioni Soleus, Bagheria, 1985, pp. 301-302). Un forte contributo alla caduta dei pregiudizi fu un frutto forse indiretto del Fascismo. Le bagheresi furono mobilitate ed inquadrate nelle organizzazioni di massa del Regime. Per la prima volta le donne facevano politica. La politica finiva di essere riservata solo agli uomini.
Nel film di Tornatore si dimentica il forte impegno di due comuniste bagheresi nel secondo dopoguerra. Eppure la prima è ricordata con una significativa lapide sulla tomba nel cimitero di Bagheria. Sulla seconda mi chiedo: grava una dannazione della memoria? E’ perché si sarebbe “venduta”, secondo le malelingue comuniste, iscrivendosi alla D.C. in cambio di un posto al Comune per un figlio?

Canzano 12- Personaggi famosi di Bagheria dimenticati da Tornatore?

BARTOLONE- Si, nel film, salvo del giovane Renato Guttuso, non si parla d’altri famosi personaggi del tempo. Eppure Bagheria, era anche allora, una vivace fucina di intelligenze. Nel film nulla si dice dei poeti futuristi Giacomo Giardina, Castrenze Civello, - con Filippo Tommaso Marinetti, spesso a Bagheria - del padre del diritto ecclesiastico italiano, il Senatore del Regno d’Italia, Francesco Scaduto, dell’oculista Giuseppe Cirincione, del matematico Giuseppe Bagnera, dei pittori Onofrio Tomaselli e Domenico Quattrociocchi, per limitarmi solo ad alcuni nomi. Erano conosciuti in tutta Italia. Bagheria non era solo vacche per le strade, cosa comune a tanti paesi della Sicilia del tempo. Era anche cultura. Forse in confronto ad altre realtà della Sicilia, si viveva meglio, o si stava meno male da un punto di vista economico, guardando la cosa con occhio moderno. Era ancora il tempo, ormai mitico per molti bagheresi, quando una famiglia poteva vivere dignitosamente possedendo alcuni tumoli di limoneti, del salato di Aspra, dei limoni esportati in tutto il mondo, delle conserve e del famoso vino della Bagaria, ecc. Una cosa voglio dire prima di concludere questa intervista.

Canzano 12- Mi può dire?

BARTOLONE- I bagheresi in guerra hanno fatto sempre il loro dovere, rispondendo magari a malincuore al richiamo della Patria. Non sono dei vigliacchi o degli autolesionisti. Fin dai tempi di Giuseppe Garibaldi hanno dimostrato il loro coraggio e il loro valore. Bagheria, nella lotta di liberazione contro i Borboni, fu tra i centri più attivi. Molti “picciotti” bagheresi si immolarono al grido di “libertà”, molti furono i feriti. Molti furono i bagheresi che offrirono in sacrificio la loro giovane vita, nell’occupazione della Libia, nella Grande guerra, nella conquista dell’Impero, nella guerra di Spagna e nel Secondo conflitto mondiale. Morirono, combatterono, seguirono Mussolini anche nella Repubblica Sociale Italiana, senza tradire il giuramento fatto, tornarono anche dopo molti anni martoriati nelle carni o nello spirito dalla prigionia o da mezzo mondo, ma partirono. Come fece mio padre Vincenzo, imbarcato dal 1940 al 1943 sul Regio Incrociatore “Trieste”; come fece mio zio omonimo chiamato alle armi mi pare nel 1938, Internato Militare in Germania, tornato nel dopoguerra; come fecero i miei due cugini Onofrio e Peppino Buttitta “scomparsi” in Russia, vanamente attesi per anni dai famigliari. Partirono tutti. Fecero il loro dovere di uomini, di cittadini, d’Italiani. Nell’impossibilità di ricordarli tutti mi limito ad associarli al nome dell’eroe dell’Asolone, la medaglia d’oro Ciro Scianna. Rappresenta, racchiude e sintetizza il simbolo del sacrificio eroico e del coraggio del bagherese. Detto questo, faccio i miei migliori auguri a Tornatore. Spero che vinca l’Oscar.

BIOGRAFIA

Giovanni Bartolone, nasce a Palermo nel 1953, ove insegna Diritto ed economia nelle Superiori. Vive a Bagheria (PA). E’ laureato in Scienze Politiche, indirizzo Politico Internazionale, con una tesi sul Referendum istituzionale del 1946. E' da molti anni impegnato in ricerche sulla II guerra mondiale, il Fascismo, il Nazionalsocialismo, il fenomeno della mafia, la Sicilia dallo sbarco Alleato alla morte di Salvatore Giuliano. Ha pubblicato nel 2005 il libro Le altre stragi, Tipografia Aiello & Provenzano, Bagheria, dedicato alle stragi alleate e tedesche nella Sicilia del 1943/44 e il saggio Luci ed ombre nella Napoli 1943-1946, ISSES, Napoli, 2006. Ha collaborato a Candido, Historica Nova e Storia del Novecento. Può essere contattato al seguente indirizzo di posta elettronica: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

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