| Kenya, nel paradiso terrestre tra bugie e veritą occidentali | Segnala |
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Nel giro di pochi minuti infatti recupero i nostri bagagli e mi avvio alla dogana dove il poliziotto di turno vedendo i miei gesti e ascoltando le mie considerazioni (quasi tutti da queste parti parlano italiano) indica l’entroterra e ci tiene a specificare: “Altopiano. Aria fresca. Vento di terra…”.
Il nostro albergo - uno dei due sopravvissuti - è semideserto; benché abbia una potenzialità di centosessanta-centottanta posti attualmente può contare solo su una quindicina di presenze tra “residenziali” (ossia quelli che soggiornano stabilmente per i quattro – cinque mesi invernali) e ospiti occasionali (un paio di famiglie ed alcuni scapoli in cerca della loro giovinezza).
“Qui in realtà non ci sono stati disordini. E non parlo soltanto della regione turistica, ma anche in generale del Kenya.”
“Sicuramente qualcosa è successo, ma non ha niente a vedere con scontri etnici e giammai con il richiamato genocidio del Ruanda-Burundi, come assurdamente detto in Italia. La Farnesina, e soprattutto la stampa italiana, farebbero bene ad informarsi meglio prima di rovinare il giro d’affari di tutti gli operatori italiani del settore nonché alcune migliaia di kenioti che lavoravano nelle strutture alberghiere ora deserte.
“E’ vero”, ribatte Simon, businessman kenyota presente alla conversazione. “Anche a Nairobi, dove risiedo ed opero abitualmente, si sono viste solo alcune manifestazioni di piazza ma niente di speciale”. Oreste, architetto italiano impegnato nelle vaste attività edilizie che si svolgono attorno a Malindi, rincara la dose: “Passo qui sei mesi all’anno e vi dico in tutta franchezza che qui non è facilissimo lavorare: ma se ci si mette pure il terrorismo della Farnesina e della stampa italiana… Ci sarebbe da gettare la spugna. Il mercato immobiliare è calato di almeno il 20-30 percento da quando è iniziata la presunta emergenza… con buona pace non soltanto degli investitori italiani, che si trovano nettamente in perdita, ma anche delle maestranze keniote che si trovano senza lavoro”. Quest’ultimo punto, che in qualche modo “fa scopa” con quanto detto dal direttore dell’albergo, è senza dubbio macroscopico. L’inevitabile corollario del crollo del turismo e dell’edilizia è costituito infatti da masse di disoccupati in giro per la città, che si offrono di fare qualsiasi lavoro per qualsiasi retribuzione, specialmente quando si trovano alla presenza di un muzungo (uomo bianco) che, nell’immaginario kenyota, i soldi li stampa o li raccoglie sugli alberi e nei confronti del quale, quindi, qualsiasi richiesta è lecita.
Malgrado questo la città è ordinata, addirittura (a sentire i nostri anfitrioni italiani) più ordinata che in precedenza. Sicuramente più pulita ed ordinata di Napoli con la sua munnezza.
Ci troviamo nel negozio di Shabir, commerciante di origine indiana, punto di riferimento per tutti gli italiani di Malindi. Le specialità di Shabir sono un cambio valute onesto ed economico nonché alcuni generi tessili particolarmente apprezzati dagli italiani.
Decido che i ragazzi hanno ragione (il Kenya ai kenyoti? Mi pare giusto) e mi dirigo quindi verso il centro artigianale della città, dove mi trovo a comprare a prezzi vantaggiosissimi un paio di completi africani da sfoggiare in tutte le cene estive e un paio di kikoio (una sorta di grosso pareo da uomo, in pratica… una gonna). In seguito a questa buffa esperienza però inizio a notare alcune cose che al primo impatto mi erano sfuggite.
Il mare è stupendo, acqua cristallina su sabbia bianchissima, ma non è solo questo che vuole mostrarmi Paola. “Guarda lì”, mi dice indicando un punto dietro ai tetti delle case. Alzo gli occhi e quello che vedo, oltre il cielo smaltato d’Africa, è un enorme minareto. “Proprio così. Qui ci stanno quattro gatti di locali, nemmeno islamici, più una certa quantità di muzungo italiani, eppure qualcuno ha trovato soldi e tempo da perdere per costruirci una moschea. Così, tanto per dire che ce ne deve essere una in ogni centro, in ogni villaggio, dappertutto”. Il viaggio a quel punto cambia decisamente aspetto e decidiamo, invece del solito safari, di fare qualcosa radicalmente fuori programma: un giro tra i villaggi dell’entroterra e centri minori vari, a contatto diretto con la gente e con le problematiche del posto. Ne parlo con Nixon, guida dell’albergo e titolare di una piccola azienda di escursioni, una delle poche rimaste con ancora qualcosa da fare. Nixon, valente motorista, è un ragazzo sveglio. Non è sposato, per il momento, perché deve aiutare la numerosissima famiglia e perché vuole interrompere il circuito forzoso della povertà. “Se vi facessero sposare ragazzi facendo poi dieci figli per uno, sareste poveri anche voi”, sottolinea. Mi congratulo per l’ottimo italiano e la consecutio temporum impeccabile. “per me è uno strumento di lavoro, e comunque verrò presto in Italia”, prosegue, “sono in contatto con un industriale bresciano, già cliente dell’albergo, che si è impegnato ad assumermi regolarmente. Sono solo in attesa delle carte, che mi arriveranno da un momento all’altro, poi me ne vado. Lavorando a Brescia, se riesco a mandare qui anche solo cento euro al mese, sarebbe comunque già il doppio di quello che porto in famiglia con il lavoro di adesso, ammesso che duri. Così vivo da muzungo e raddoppio il reddito della famiglia con un colpo solo.” Effettivamente, qui un buon stipendio (almeno sufficiente a mangiare tutti i giorni) si aggira sui 50 euro. Faccio però notare che in questo modo il Kenya perderà – anche qui in un colpo solo - un’azienda avviata ed una unità di personale qualificato. Nixon spalanca tutto il suo sorriso africano. “Vedo che lei è un romantico, Sir. E’ proprio sicuro di non volere un bel safari?”
Il giorno dell’escursione partiamo ben carichi di farina, biscotti e dolciumi che costituiranno il nostro lasciapassare tra i villaggi. Sulla strada sono presenti anche elementi piacevoli, come le frotte di bambini in divisa che scorrazzano da e per la scuola. L’istruzione elementare infatti in Kenya è gratuita ed obbligatoria, e ogni scuola ha la sua propria divisa. E’ un’esplosione di colori, che si concentra nei pressi degli edifici scolastici e dei villaggi. Ogni arrivo ad ogni villaggio è però traumatico, i bambini rincorrono la jeep non appena avvistata ben consapevoli che i muzungo portano doni e cibo. Nixon ed il suo assistente Bashir ci fanno da intermediari culturali, il che vuol dire proteggerci fisicamente dalla torma di madri e bambini che ci assalgono ad ogni fermata. Distribuiamo biscotti e caramelle, poi Bashir con urlacci in swahili invita le madri a ritirare i pacchi di farina con cui cucineranno l’insipida polenta kenyota. Non c’è alcun rapporto umano con la popolazione, le madri ritirano i pacchi e sgattaiolano nei vicoli del villaggio. Le più intraprendenti si avvicinano per chiedere qualche scellino, che noi eroghiamo volentieri fino ad esaurimento dei rispettivi portafogli, e poi attuano lo stesso copione di rapida ritirata. Con i muzungo, e specialmente con i muzungo femmine così tremendamente impudiche da girare a viso e gambe scoperte non si può avere un rapporto umano… il muzungo altro non è che una macchina da soldi, un bancomat vivente a cui Dio – pardon, Allah - ha dato per motivi non comprensibili il dominio del potere e del denaro.
Ma, di fronte all’evidente rispetto ed alla palese venerazione con cui vengono pubblicamente omaggiati i religiosi islamici di passaggio per le strade, la domanda che sorge spontanea è: siamo proprio sicuri che questa sorta di mimetismo cristiano sia la politica giusta? Non so e non voglio rispondere, scrivo mezza frase sul taccuino e via per la prossima mulattiera, tra schiamazzi in swahili e bambini che corrono in nuvole di divise multicolori.
Dopo una giornata tremenda mi trovo – complice un bicchiere di ottimo whisky kenyota (apprezzato, pare, anche in Inghilterra) – a condividere tutti i miei dubbi con Giampiero, frequentatore del Kenya già da dieci anni nonché, a partire dal recente pensionamento, anche residente. Riesco a sfuggire al terzo bicchiere complice la televisione kenyota in lingua inglese (KBC) che sta urlando dalla hall dell’albergo un pastone politico circa le trattative tra il governo e l’opposizione, con l’intermediazione di Kofi Annan e della Rice. In sostanza l’ipotesi che sta prendendo corpo ad opera di Kofi Annan e con l’appoggio della Rice, è quella di un governo istituzionale, salvaguardando la posizione del Presidente che però verrebbe affiancato, in deroga alla costituzione, da un primo ministro di garanzia e ministri equamente distribuiti tra entrambi gli schieramenti. Secondo l’anchorwoman di turno, il cui nome impronunciabile non mi sono appuntato, questa ipotesi vedrebbe come ostacolo principale non tanto il Presidente, che già prima delle elezioni aveva ventilato addirittura l’ipotesi del proprio ritiro, quanto il suo gruppo di potere (partito NARC, tradizionalista e moderato) che non sarebbe disposto al riconoscimento implicito dei brogli elettorali che l’accettazione di siffatta ipotesi comporterebbe. Si confida nella capacità diplomatica di Annan e, cosa di cui non si è parlato affatto in Italia, della comunità dell’Africa Orientale, un’organizzazione internazionale strutturata sul modello dell’Unione Europea e che sembrerebbe svolgere un grande ruolo nell’area. Come finirà? Secondo l’anchorwoman l’ipotesi Annan verrà accettata, lasciando però al presidente l’escamotage di poter dichiarare che tale accettazione non comporta riconoscimento dei brogli elettorali quanto senso del dovere patriottico nell’evitare al paese altri sconvolgimenti… L’opposizione (partito ORANGE, riformista radicale), dal canto suo - sempre secondo la gentile signora – rinuncerà alle proprie rivendicazioni radicali (riconoscimento degli avvenuti brogli, nuova costituzione subito e riforma agraria) in cambio dell’entrata nella “stanza dei bottoni” che potrà comportare, quando ci saranno le prossime elezioni, un maggiore livello di garanzia per la propria posizione. Il Veltrusconi in salsa africana è decisamente troppo ed a quel punto me ne vado a letto rimpiangendo forse di non essermi fatto il terzo bicchiere … La giornata conclusiva del nostro soggiorno kenyota ci sorprende su una spiaggia bianchissima e cristallina, in completo riposo e con un mal d’Africa già incipiente. La vuotezza del paesaggio e la sua bellezza ci stendono, complici anche il pole pole (piano piano) africano.
Le splendide ed elegantissime girls keniote passeggiano ancora su e giù per la spiaggia, ma i pochi muzungo rimasti sono padri di famiglia intenti a far sguazzare i loro bambini nelle acque dell’oceano e non c’è trippa per gatti. Al nostro rientro a Roma mi trovo finalmente davanti al foglio bianco del computer e per una volta mi tolgo lo sfizio di iniziare dalle conclusioni. Che sono queste: andate pure in Kenya, senza paura, ma fatelo alla svelta perché entro pochi anni le vostre donne potrebbero trovarsi a dover sfoggiare il burka anziché i loro bikini ed i loro parei. Akuna matata e buona destra a tutti. Carlo Zijno
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Non appena aperto il portello dell’aereo i nostri polmoni vengono invasi da un’aria fresca profumata di fiori, erba bagnata e legna, che non ti aspetteresti al tropico.
Uscendo da Mombasa, presto il paesaggio alternato tra quartieri residenziali e baraccopoli tipico delle città in via di sviluppo (tra cui possiamo annoverare Roma, vista la situazione dei campi nomadi e delle baracche rom sul fiume) lascia il posto ad un panorama più uniforme e decisamente più bello, fatto da sterminate piantagioni di frutta, fiori (di cui il Kenya è principale esportatore al mondo), thè e caffè, fino ad arrivare nel distretto di Watamu-Malindi, in cui la nota principale è costituita da ville e strutture turistiche ed alberghiere, tutte attualmente chiuse tranne due.
In questa situazione surreale, non priva di fascino, tanto per cominciare posso infatti farmi due chiacchiere in libertà con il direttore dell’albergo, un aitante napoletano poco più che trentenne.
Ed è altrettanto chiaro che la popolazione, almeno quella che aveva votato per l’altro candidato, s’è incazzata: i morti ci sono stati, senza dubbio, anche perché qui la polizia non ha la mano leggera con i manifestanti, ma da qui ad affermare che ci troviamo in una situazione di guerra civile – etnica o non - ce ne corre: il fatto che il presidente in carica ed il suo gruppo di potere siano di etnia kikuyo, non vuol dire che quelli che si sono incazzati ce l’avevano con i kikuyo in generale. Prova ne è che i partiti in lizza, dall’una e dall’altra parte, non sono costituiti su base etnica e che i disordini sono successi essenzialmente nelle zone rurali arretrate, popolate per lo più proprio da kikuyo.”
Ci troviamo nella zona di Watamu, piccola cittadina ad una ventina di chilometri da Malindi. Watamu ha un piccolo centro artigianale e scarsa popolazione locale; per lo più è costituita da ville e case di proprietà italiana. Metà della gente che si incontra nelle strade è italiana, comprese le figure di riferimento della città. Il pilastro della comunità locale è infatti mama Giovanna (per i kenyoti ogni uomo bianco è papa e ogni donna bianca è mama), italiana, residente a Malindi da trent’anni, anni in cui ha messo in piedi con le proprie forze l’orfanotrofio della città ed è madrina di numerose iniziative sociali benefiche per la popolazione.
E su tutto spiccano le onnipresenti moschee, grandi, nuove, colorate, linde e pinte in mezzo alle capanne di terra e di paglia dei Kenyoti sempre più intabarrati nei burka o negli zucchetti islamici. Quanta gente si poteva sfamare con i soldi che sono serviti per quelle costruzioni?











