Sabato, 31 Luglio 2010
Kenya, nel paradiso terrestre tra bugie e veritą occidentali  Segnala

kenya1.jpgNon appena aperto il portello dell’aereo i nostri polmoni vengono invasi da un’aria fresca profumata di fiori, erba bagnata e legna,  che non ti aspetteresti al tropico.
Il primo impatto diretto con il Kenya (sul qual avevo pur letto tanto) è a dir poco stupefacente.
L’aereoporto di Mombasa  è un luogo pulito, ordinato, decoroso ed anche esteticamente gradevole a vedersi. Ed ha un buon odore.
La gente, dagli addetti alle movimentazioni merci alla polizia doganale, è allegra, disponibile, e soprattutto…. efficiente (sicuramente più che a Malpensa e Fiumicino). 

Nel giro di pochi minuti infatti recupero i nostri bagagli e mi avvio alla dogana dove il poliziotto di turno vedendo i miei gesti e ascoltando le mie considerazioni (quasi tutti da queste parti parlano italiano) indica l’entroterra e ci tiene a specificare: “Altopiano. Aria fresca. Vento di terra…”.
Vuole sapere da dove vengo. “Milan?”  “No, Roma”, rispondo io.  I suoi occhi si illuminano d’immenso: “Ah, Colosseo,  Vaticano…” 
E così,  parlando di Roma,  il tempo di mettere due timbri ed entriamo  in Kenya senza neanche il mitico “nothig to declare”.  Veniamo immediatamente presi in consegna da una gentile funzionaria del Tour Operator e ci avviamo verso la strada costiera che da Mombasa ci porterà nella zona di Malindi-Watamu.

kenya2.jpgUscendo da Mombasa, presto il paesaggio alternato tra quartieri residenziali  e baraccopoli tipico delle città in via di sviluppo (tra cui possiamo annoverare Roma, vista la situazione dei campi nomadi  e delle baracche rom sul fiume)  lascia il posto ad un panorama più uniforme e decisamente più bello, fatto da sterminate piantagioni di frutta, fiori (di cui il Kenya è principale esportatore al mondo), thè e caffè, fino ad arrivare nel distretto di Watamu-Malindi, in cui la nota principale è costituita da ville e strutture turistiche ed alberghiere, tutte attualmente chiuse tranne due.

Il nostro albergo - uno dei due sopravvissuti -  è semideserto; benché abbia una potenzialità di centosessanta-centottanta posti attualmente può contare solo su una quindicina di presenze tra “residenziali” (ossia quelli che soggiornano stabilmente per i quattro – cinque mesi invernali) e ospiti occasionali (un paio di famiglie ed alcuni scapoli in cerca della loro giovinezza). 
Nella  struttura semideserta ma pienamente efficiente - tra cuochi, camerieri ed  addetti vari che risultano in numero maggiore rispetto agli ospiti -  si respira un’aria strana,  un’aria da day-before che somiglia molto alla Saigon un attimo prima del crollo di cui ad innumerevoli film… e che mi invoglia a tentare di capire qualcosa di  più.

kenya3.jpgIn questa situazione surreale, non priva di fascino,  tanto per cominciare posso infatti farmi due chiacchiere in libertà con il direttore dell’albergo, un aitante napoletano poco più che trentenne.

“Qui in realtà non ci sono stati disordini. E non parlo soltanto della regione turistica, ma anche in generale del Kenya.”
“Ma allora,” ribatto io, “tutte le notizie che sono arrivate in Italia riguardo a sommovimenti etnici e scontri, con annessi profughi a migliaia?”

“Sicuramente qualcosa è successo, ma non ha niente a vedere con scontri etnici e giammai con il richiamato genocidio del Ruanda-Burundi, come assurdamente detto in Italia. La Farnesina, e soprattutto la stampa italiana, farebbero  bene ad informarsi meglio prima di rovinare il giro d’affari di tutti gli operatori italiani del settore nonché alcune migliaia di kenioti che lavoravano nelle strutture alberghiere ora deserte.
Vuole sapere la verità? Ebbene,  probabilmente i brogli elettorali  ci sono stati, perché alla luce della ragione risulta abbastanza incomprensibile che il primo giorno di scrutinio i candidati risultino sostanzialmente in equilibrio e il secondo giorno invece risulti che la stragrande maggioranza ha votato per il Presidente in carica.
kenya7.jpgEd è altrettanto chiaro che la popolazione, almeno quella che aveva votato per l’altro candidato, s’è incazzata: i morti ci sono stati,  senza dubbio,  anche perché qui la polizia non ha la mano leggera con i manifestanti,  ma da qui ad affermare che ci troviamo in una situazione di guerra civile – etnica o non -  ce ne corre: il fatto che il presidente in carica  ed il suo gruppo di potere siano di etnia kikuyo, non vuol dire che quelli che si sono incazzati ce l’avevano con i kikuyo in generale. Prova ne è che i partiti in lizza, dall’una e dall’altra parte, non sono costituiti su base etnica e che i disordini sono successi essenzialmente nelle zone rurali arretrate, popolate per lo più proprio da kikuyo.”

“E’ vero”, ribatte Simon, businessman kenyota presente alla conversazione. “Anche a Nairobi, dove risiedo ed opero abitualmente, si sono viste solo alcune manifestazioni di piazza ma niente di speciale”.
Simon gestisce quote rilevanti dei trasporti di frutta dalla zona costiera ai grandi mercati della nazionali ed internazionali.  “Personalmente, ho continuato a lavorare indisturbato sia qui che a Nairobi.  A parte alcune difficoltà nei pochi rapporti commerciali che avevo con le regioni più calde, come la Rift Valley o il Masai Mara, per il resto non posso dire di aver risentito della situazione politica…Vede, il Kenya è composto di quarantadue tribù, ognuna con proprio dialetto e proprie usanze: ma tutti ci consideriamo semplicemente kenyoti.  Parliamo la stessa lingua. Anzi, le stesse lingue perché fin dalle elementari vengono insegnati indifferentemente l’inglese e lo swahili”.

Oreste, architetto italiano impegnato nelle  vaste attività edilizie che si svolgono attorno a Malindi, rincara la dose: “Passo qui sei mesi all’anno e vi dico in tutta franchezza che qui non è facilissimo lavorare: ma se ci si mette pure il terrorismo della Farnesina e della stampa italiana… Ci sarebbe da gettare la spugna. Il mercato immobiliare è calato di almeno il 20-30 percento da quando è iniziata la presunta emergenza… con buona pace non soltanto degli investitori italiani, che si trovano nettamente in perdita,  ma anche delle maestranze keniote che si trovano senza lavoro”.

Quest’ultimo punto, che in qualche modo “fa scopa” con quanto detto dal direttore dell’albergo,  è senza dubbio macroscopico. L’inevitabile  corollario del crollo del turismo e dell’edilizia è costituito infatti da masse di disoccupati in giro per la città, che si offrono di fare qualsiasi lavoro per qualsiasi retribuzione, specialmente quando si trovano alla presenza di un muzungo (uomo bianco) che, nell’immaginario kenyota, i soldi li stampa o li raccoglie sugli alberi e nei confronti del quale, quindi, qualsiasi richiesta è lecita.

Malgrado questo la città è ordinata,  addirittura (a sentire i nostri anfitrioni italiani) più ordinata che in precedenza. Sicuramente più pulita ed ordinata di Napoli con la sua munnezza.
 
Allora, tutto va bene madama la marchesa?  Non precisamente, e me ne accorgo – in forma assolutamente inaspettata  –  nel secondo giorno della nostra permanenza.

Ci troviamo nel negozio di Shabir, commerciante di origine indiana, punto di riferimento per tutti gli italiani di Malindi. Le specialità di Shabir sono un cambio valute onesto ed economico nonché alcuni generi tessili particolarmente apprezzati dagli italiani.
All’uscita, ci troviamo circondati da un gruppo di giovani kenyoti che senza mezzi termini ci apostrofano in perfetto italiano:  “Visto che siete in Africa, perché non andate a spendere qualche soldo anche nei quartieri africani? Qui piove sempre sul bagnato…” 

Decido che i ragazzi hanno ragione (il Kenya ai kenyoti? Mi pare giusto)  e mi dirigo quindi verso il centro artigianale della città, dove mi trovo a comprare a prezzi vantaggiosissimi un paio di completi africani da sfoggiare in tutte le cene estive e un paio di kikoio (una sorta di grosso pareo da uomo, in pratica… una gonna). In seguito a questa buffa esperienza però inizio a notare alcune cose che al primo impatto mi erano sfuggite.
La maggior parte dei negozi, specialmente di quelli più importanti recano insegne con nomi indiani o arabi, dove gli africani possono al massimo svolgere la funzione di commessi,  senza alcuna garanzia del posto di lavoro ed a patto che si comportino con la massima affidabilità e sottomissione. Soprattutto sottomissione.
“Dovresti vedere come li trattano”, aggiunge Paola, nostra amica ed anfitrione in Kenya,   abituéé di Malindi.  “Sembra quasi che siano gli africani ad essere stranieri in patria, altro che. Semmai ci saranno tensioni etniche in questo paese, sarà proprio nei confronti di questi soggetti, veri residuati bellici dell’Impero Britannico. E anche gli arabi non scherzano. Vieni, ti faccio vedere qualcosa di interessante.”

kenya4.jpgCi troviamo nella zona di Watamu, piccola cittadina ad una ventina di chilometri da Malindi. Watamu ha un piccolo centro artigianale e scarsa popolazione locale; per lo più è costituita da ville e case di proprietà italiana. Metà della gente che si incontra nelle strade è italiana, comprese le figure di riferimento della città.  Il pilastro della comunità locale è infatti mama Giovanna (per i kenyoti ogni uomo bianco è papa e ogni donna bianca è mama), italiana, residente a Malindi da trent’anni, anni in cui ha messo in piedi con le proprie forze l’orfanotrofio della città ed è madrina di numerose iniziative sociali benefiche per la popolazione.

Il mare è stupendo, acqua cristallina su sabbia bianchissima, ma non è solo questo che vuole mostrarmi Paola. “Guarda lì”, mi dice indicando un punto dietro ai tetti delle case.  Alzo gli occhi e quello che vedo, oltre il cielo smaltato d’Africa, è un enorme minareto. “Proprio così. Qui ci stanno quattro gatti di locali, nemmeno islamici, più una certa quantità di muzungo italiani, eppure qualcuno ha trovato soldi e tempo da perdere per costruirci una moschea. Così, tanto per dire che ce ne deve essere una in ogni centro, in ogni villaggio, dappertutto”.    

Il viaggio a quel punto cambia decisamente  aspetto e decidiamo, invece del solito safari, di fare qualcosa radicalmente fuori programma: un giro tra i villaggi dell’entroterra e centri minori vari, a contatto diretto con la gente e con le problematiche del posto.

Ne parlo con Nixon,  guida dell’albergo e titolare di una piccola azienda di escursioni, una delle poche rimaste con ancora qualcosa da fare. Nixon, valente motorista,  è un ragazzo sveglio. Non è sposato, per il momento, perché deve aiutare la numerosissima famiglia e perché vuole interrompere il circuito forzoso della povertà. “Se vi facessero sposare  ragazzi  facendo poi dieci figli per uno, sareste poveri anche voi”, sottolinea. Mi congratulo per l’ottimo italiano e la consecutio temporum impeccabile. “per me è uno strumento di lavoro, e comunque verrò presto in Italia”, prosegue, “sono in contatto con un industriale bresciano, già cliente dell’albergo,  che si è impegnato ad assumermi regolarmente. Sono solo in attesa delle carte, che mi arriveranno da un momento all’altro, poi me ne vado.  Lavorando a Brescia, se  riesco a mandare qui anche solo cento euro al mese, sarebbe comunque già il doppio di quello che porto in famiglia con il lavoro di adesso, ammesso che duri. Così vivo da muzungo e raddoppio il reddito della famiglia con un colpo solo.”   Effettivamente, qui un buon stipendio (almeno sufficiente a mangiare tutti i giorni) si aggira sui 50 euro. Faccio però notare che in questo modo il Kenya perderà – anche qui in un colpo solo - un’azienda avviata ed una unità di personale qualificato. Nixon spalanca tutto il suo sorriso africano. “Vedo che lei è un romantico, Sir. E’ proprio sicuro di non volere un bel safari?” 

Il giorno dell’escursione partiamo ben carichi di farina, biscotti e dolciumi che costituiranno il nostro lasciapassare tra i villaggi.
La strada, non appena usciti dalla statale litoranea, è tremendamente dissestata ed il viaggio diviene una lenta via crucis. Per le strade spiccano le immagini delle donne cariche di legna o dei tipici barili  da 25 litri di acqua. Donne che trasportano, donne che lavorano, donne che spaccano le pietre, donne che fanno tutto mentre gli uomini possiamo vederli ai bar dove servono vino di cocco e si ragiona sui massimi sistemi, specialmente quelli politici. Si sa, l’uomo è superiore e fa solo lavori “nobili”,  questo è il triste retaggio della cultura islamica.
“Ma anche se proprio non c’è lavoro,  non farebbero bene a prendersi un qualche metro quadro di savana (the bush, la chiamano – n.d.r.) per farsi un orto, magari temporaneo, così,  tanto per fare qualcosa di utile?”  “certo, a Brescia farebbero esattamente così. Ma qui siamo in Kenya” mi risponde Nixon con il suo sorriso a 32 denti, ed io non ho la voglia o la forza di rispondere. E soprattutto non ho argomenti perché mi rendo conto che qualsiasi discorso risulterebbe ozioso.

Sulla strada sono presenti anche elementi piacevoli, come le frotte di bambini in divisa che scorrazzano da e per la scuola. L’istruzione elementare infatti in Kenya è gratuita ed obbligatoria, e ogni scuola ha la sua propria divisa. E’ un’esplosione di colori, che si concentra nei pressi degli edifici scolastici e dei villaggi.

Ogni arrivo ad ogni villaggio è però traumatico, i bambini rincorrono la jeep non appena avvistata ben consapevoli che i muzungo portano doni e cibo.  Nixon ed il suo assistente Bashir ci fanno da intermediari culturali, il che vuol dire proteggerci fisicamente  dalla torma di madri e bambini che ci assalgono ad ogni fermata. Distribuiamo biscotti e caramelle, poi Bashir con urlacci in swahili invita le madri a ritirare i pacchi di farina con cui cucineranno l’insipida polenta kenyota. Non c’è alcun rapporto umano con la popolazione, le madri ritirano i pacchi e sgattaiolano nei vicoli del villaggio. Le più intraprendenti si avvicinano per chiedere qualche scellino, che noi eroghiamo volentieri fino ad esaurimento dei rispettivi portafogli,  e poi attuano lo stesso copione di rapida ritirata. Con i muzungo, e specialmente con i muzungo femmine così tremendamente impudiche da girare a viso e gambe scoperte  non si può avere un rapporto umano…  il muzungo altro non è che una macchina da soldi, un bancomat vivente a cui Dio – pardon, Allah  - ha dato per motivi non comprensibili il dominio del potere e del denaro.

islam.jpgE su tutto spiccano le onnipresenti moschee, grandi, nuove, colorate, linde e pinte in mezzo alle capanne di terra e di paglia dei Kenyoti sempre più intabarrati nei burka o negli zucchetti islamici. Quanta gente si poteva sfamare con  i soldi che sono serviti per quelle costruzioni?
Ogni tanto, nel nostro giro,  capita di imbattersi anche in qualche Chiesa, ma che differenza di stile: le Chiese sono esse stesse capanne di fango o costruite con gli stessi lattoni delle baracche dei kenyoti, i soldi e le energie dei missionari cristiani vanno in altre direzioni – più concrete, più fattive - che non costruire edifici di culto impressionanti.

Ma, di fronte all’evidente  rispetto ed alla palese venerazione con cui vengono pubblicamente omaggiati i religiosi islamici di passaggio per le strade, la domanda che sorge spontanea è: siamo proprio sicuri che questa sorta di mimetismo cristiano sia la politica giusta? Non so e non voglio rispondere, scrivo mezza frase sul taccuino e via per la prossima mulattiera, tra schiamazzi in swahili e bambini che corrono in nuvole di divise multicolori.

Dopo una giornata tremenda mi trovo – complice un bicchiere di ottimo whisky kenyota (apprezzato, pare, anche in Inghilterra) – a condividere tutti i miei dubbi con Giampiero,  frequentatore del Kenya già da dieci anni nonché,  a partire dal recente pensionamento,  anche residente. 
Giampiero infatti ha scoperto il Kenya ai tempi in cui l’azienda informatica per cui lavorava ha partecipato ad un progetto per implementare in loco il sistema informatico fiscale italiano. Il  progetto è miseramente fallito, perché la popolazione ha rifiutato di farsi attribuire un codice fiscale. Infatti in un qualche versetto del Corano c’è scritto che la bestia avrebbe attribuito a tutti un numero, e con esso avrebbe dominato.   
“All’epoca, c’è stata una vera e propria sollevazione contro di noi” aggiunge Giampiero “ce ne siamo dovuti andare, ed anche alla svelta. Il risultato è che ancora oggi il Kenya non ha un fisco informatizzato.  Una vera e propria situazione di mancato sviluppo, con buona pace degli Imam”. Al secondo bicchiere il discorso si fa più personale. Per Giampiero, infatti, “Il Kenya come l’abbiamo conosciuto  avrà si è no cinque o sei anni di vita.  Io ne aspetto altri quattro, poi vendo casa e dichiaro chiusa questa esperienza. E’ un gran peccato, però.”

Riesco a sfuggire al terzo bicchiere complice la televisione kenyota in lingua inglese (KBC) che sta urlando dalla hall dell’albergo un pastone politico circa le trattative tra il governo e l’opposizione, con l’intermediazione di Kofi Annan e della Rice.

In sostanza l’ipotesi che sta prendendo corpo ad opera di Kofi Annan e con l’appoggio della Rice, è quella di un governo istituzionale, salvaguardando la posizione del Presidente che però verrebbe affiancato, in deroga alla costituzione,  da un primo ministro di garanzia e ministri equamente distribuiti tra entrambi gli schieramenti.  Secondo l’anchorwoman di turno, il cui nome impronunciabile non mi sono appuntato,  questa ipotesi vedrebbe come ostacolo principale non tanto il Presidente, che già prima delle elezioni aveva ventilato addirittura l’ipotesi del proprio ritiro, quanto il suo gruppo di potere (partito NARC, tradizionalista e moderato) che non sarebbe disposto al riconoscimento implicito dei brogli elettorali che l’accettazione di siffatta ipotesi comporterebbe. Si confida nella capacità diplomatica di Annan e, cosa di cui non si è parlato affatto in Italia, della comunità dell’Africa Orientale, un’organizzazione internazionale strutturata sul modello dell’Unione Europea e che sembrerebbe svolgere un grande ruolo nell’area.

Come finirà? Secondo l’anchorwoman l’ipotesi Annan verrà accettata,  lasciando però al presidente l’escamotage di poter dichiarare che tale accettazione non comporta riconoscimento dei brogli elettorali quanto senso del dovere patriottico nell’evitare al paese altri sconvolgimenti… L’opposizione (partito ORANGE, riformista radicale), dal canto suo -  sempre secondo la gentile signora – rinuncerà alle proprie rivendicazioni radicali (riconoscimento degli avvenuti brogli,  nuova costituzione subito e riforma agraria) in cambio dell’entrata nella “stanza dei bottoni” che potrà comportare, quando ci saranno le prossime elezioni, un maggiore livello di garanzia per la propria posizione.  

Il Veltrusconi in salsa africana è decisamente troppo ed a quel punto me ne vado a letto rimpiangendo forse di non essermi fatto  il terzo bicchiere …

La giornata conclusiva  del nostro soggiorno kenyota ci sorprende su una spiaggia bianchissima e cristallina, in completo riposo e con un mal d’Africa già incipiente.  La vuotezza del paesaggio e la sua bellezza ci stendono, complici anche il pole pole (piano piano) africano.

Le splendide ed elegantissime girls keniote passeggiano ancora su e giù per la spiaggia, ma i pochi muzungo rimasti sono padri di famiglia intenti a far sguazzare i loro bambini nelle acque dell’oceano e non c’è trippa per gatti.
Le girls guardano e sorridono lo stesso, sognando un futuro che non ci sarà, almeno non per questa volta.

Al nostro rientro a Roma mi trovo finalmente davanti al foglio bianco del computer e per una volta mi tolgo lo sfizio di iniziare dalle conclusioni. Che sono queste: andate pure in Kenya, senza paura, ma fatelo alla svelta perché entro pochi anni le vostre donne potrebbero trovarsi a dover sfoggiare il burka anziché i loro bikini ed i loro parei.

Akuna matata e buona destra a tutti.

Carlo Zijno