E' un cielo nero come la pece quello che sovrasta i Balcani. Nero di nuvole cariche di pioggia e neve. Del resto il "generale inverno" in Kosovo è molto rigido e giunge il largo anticipo rispetto al Belpaese. Nero come la notte più fonda, regno incontrastato di uccelli che fin dall'alba dell'umanità sono stati considerati messaggeri di sciagura e morte. Corvi, che con il loro stridulo gracchiare, a centinaia, a migliaia, solcano indisturbati i cieli di questa terra che ormai da tempo immemore conosce gli orrori della guerra e dell'odio etnico - religioso. Non è certo un caso se Kosovo significa, per l'appunto, "piana dei merli". Qui tutto è nero, il cielo, gli uccelli, i volti e l'umore delle persone. Anche la terra è nera.Una terra che ha conosciuto tempi migliori. Una terra che grida vendetta per la follia degli uomini. Che urla al vento il suo dolore per essere stata violentata ed abbandonata a se stessa. Una terra, arida che non dà più frutti e che invece potrebbe essere feconda ed abbondante di messi, se solo lo si volesse realmente.
Parole dure, crude, amare, che stanno ad indicare uno stato di fatto, ma che non debbono trarre in inganno. Il Kosovo non è solo questo. E' una terra che ti entra nel sangue e che sa farsi amare se la si osserva da un punto di vista che non sia necessariamente quello della guerra. Lo scopo del nostro reportage - fotografico e giornalistico - è principalmente quello di far conoscere agli italiani il magnifico e duro lavoro che i nostri soldati, i nostri volontari, gli uomini e le donne della Croce rossa, inquadrati nella missione di pace Kfor, stanno svolgendo al di là dell'Adriatico. Uomini e donne che mettono in gioco tutto, la vita personale la professionalità, a volte la vita. L’Iraq e l’Afghanistan restano testimoni immemori nel tempo di quanto sangue i soldati, ma anche i giornalisti, italiani abbiano versato per una pace difficile da trovare. Difficile da comprendere, Difficile da attuare. Eppure questi uomini e queste donne dedicano 24 ore al giorno, giorno dopo giorno, a questa pace che ora potrebbe saltare. Solo per interessi internazionali di qualcuno. Come a Yalta, come a Teheran, come a Postdam…. Corsi e ricorsi storici che non scandalizzano mai nessuno. Ma che, come sempre, passano sopra la testa di tutti. Ed è qui, in questa terra martoriata che questi nostri fratelli mettono in pratica quello sforzo collettivo che l'Italia intera ha affrontato e sta affrontando quotidianamente ormai da anni. Un lavoro fatto in silenzio, con umiltà ma con grande professionalità da ragazzi e ragazze, che giorno dopo giorno "esportano" in questa terra tremila anni di storia e civiltà. Parleremo di loro ma cercheremo anche di far comprendere come troppo spesso le immagini televisive falsano le cose fornendo un quadro d'insieme non rispondente alla realtà. In Kosovo non c'è solo morte, fame, distruzione ed odio.
Oltre le montagne albanesi c'è un mondo che vive, che tenta disperatamente di rincollare i pezzi di un mosaico andato miseramente in frantumi. Ci sono uomini, donne e bambini che hanno subito la follia di pochi e che ora vogliono semplicemente vivere. Noi testimoniamo questo e non solo gli effetti devastanti di una guerra, combattuta a poche centinaia di chilometri da casa nostra, come troppo spesso accade nei mass media. Certo, una telecamera riprende gli attimi più salienti ed entra nelle case colpendo il telespettatore come un pugno diretto allo stomaco. Ma la fotografia blocca l'immagine. Entra nel particolare, coglie attimi che un cameraman, per esigenze tecniche, non può focalizzare. Mai e poi mai vedrete in un Tg scene di vita comune, quotidiana. Mai un sorriso, una carezza, uno sbadiglio. Non fanno audience, non fanno salire lo share. Oggi è di moda il giornalismo d'assalto. Quello che sciocca gli occhi, le menti e gli animi. Il giornalismo denuncia, sempre pronto a sbattere il mostro in prima pagina (e che troppo spesso sbaglia) causando danni irreparabili se poi il "mostro" non si rivela tale. Il nostro, invece, vuole essere il giornalismo dei fatti reali. Un giornalismo che informa, documenta, ricerca andando sul campo pur tra mille difficoltà. Che mette a nudo le verità sempre più nascoste. Un giornalismo d'altri tempi, forse, ma un giornalismo vero. Il Kosovo ci ha dato questa opportunità.
Una regione "tormentata" dalla storia
Fino a che i mass media (carta stampata e televisione) non cominciarono ad interessarsi della violenta contrapposizione tra l’etnia albanese (da secoli maggioranza nella regione) e quella serba, del Kosovo, probabilmente, i più ignoravano la sua esistenza. Eppure, andando a leggere i libri (non certo scolastici) ci si accorge che questo fazzoletto di terra incastonato tra le montagne albanesi, la Macedonia, (quella del glorioso Alessandro Magno) la Serbia ed il Montenegro, nei secoli cosiddetti "bui" del medioevo ricoprì un'importanza strategica, nella lotta alla penetrazione islamica in Europa, senza eguali. Il Kosovo ("uccello nero" in lingua serba) o Metohija (che in greco indica un possedimento monastico) è sempre stato quel elemento di saldatura tra Oriente ed Occidente che lo portò ad essere teatro di imponenti movimenti migratori e mercantili. Delle prime popolazioni serbe si hanno notizie a partire dai secoli VI e VII, periodo delle migrazioni/invasioni ostrogote e visigote. Nuclei proto serbi (che i greci chiamavano Scaviniai) si stabilirono nella regione montana compresa tra i fiumi Bosna, Sava, Nrenta e Ibar sviluppando piccoli principati vassalli di Bisanzio. Tra questi spicca il Principato di Raska considerato il ceppo originario dell'antica Serbia corrispondente all'odierna regione di Novi Pazar (ai confini settentrionali del Kosovo). Ma la vera svolta nel processo di formazione della nazione Serba si ebbe nella seconda metà del XII secolo con la riconquista dei territori occupati un secolo prima dallo Stato di Slavonia (Montenegro ed Erzegovina), ad opera del sovrano di Zeta. Il processo proseguì nel secolo successivo con la creazione del primo stato unitario: la Grande Serbia. Ed è in questo lasso di tempo che i territori della piana del Kosovo e dei Polije della Metohjia entrarono a far parte della Serbia (dal IX al XIV secolo). Un periodo che corrisponde alla fondazione di numerose chiese, monasteri, diocesi (Prizren 1019) e sedi vescovili. Pec ricoprì da subito un ruolo di primaria importanza in quanto sede del patriarcato serbo-ortodosso. La potenza della Grande Serbia cresceva di anno in anno fino a giungere nel XIV secolo quando Re Stefano IX consolidò la sovranità serba sulla Bulgaria, arginò la pressione ungherese e bosniaca sulle frontiere, conquistò la Macedonia, l'Albania, l'Epiro e parte della Tessaglia facendosi incoronare Imperatore dei serbi, dei romani, dei greci, dei bulgari e degli albanesi. Ma con il successore del primo Imperatore la Grande Serbia cominciò il suo declino sfociato nella battaglia di Marita (1371) contro l'Impero Ottomano che dilagò nei Balcani. La Serbia fu ridotta ad una serie di statarelli che tentarono di contrastare l'invasione turca nella famosa battaglia di Kosovo Polije (1389) persa dalle truppe cristiane. Fin dal Medioevo il Kosovo è sempre stata la parte centrale dello stato indipendente Serbo.
Centrale non soltanto geograficamente, ma soprattutto spiritualmente e culturalmente ed i numerosi monasteri e monumenti ortodossi, con il loro patrimonio artistico ne sono la testimonianza.
Qui, si è combattuta il 28 giugno 1389 (giorno di S. Vito) presso la Piana dei Merli la battaglia di Kosovo Polje, dove si fronteggiarono l'esercito serbo guidato dal Principe Lazaro, contro il sultano Murat 1 a capo dell'esercito ottomano , la più leggendaria battaglia del popolo serbo a baluardo della cristianità contro l'invasore Ottomano.
Pur perdendo,infatti, L'armata serba fu sconfitta e dovette riparare in Montenegro e verso la Bosnia.
Il Regno serbo medioevale, si dissolse ed incominciò la dominazione turca, che durerà per cinque secoli.
Durante i cinque secoli di impero ottomano,i serbi non smarrirono la loro identità ed hanno opposto una resistenza storica all'invasione turca del Kosovo, pur essendo una delle quattro unità amministrative albanesi, i serbi conservarono la lingua la religione cristiano ortodossa per 500 anni, ecco perchè questa sconfitta è stata trasformata in vittoria. L'impero serbo si dissolse come neve al sole divenendo una provincia ottomana. Ebbe così inizio il periodo dell'islamizzazione e della diaspora serba dalla regione "dei merli": quegli abitanti furono incalzati dalle deportazioni coatte degli albanesi musulmani. Sotto il giogo turco alcune popolazioni balcaniche accettarono l’islamizzazione, altre invece mantennero la fede degli avi. Più che l’aspetto spirituale contò una valutazione di opportunità basata sul diverso trattamento fiscale cui erano soggetti i fedeli musulmani rispetto a cristiani ed ebrei. In tale ottica gli albanesi si convertirono all’Islam senza però rinunciare a seguire le regole del Canun, il codice di consuetudini tribali compilato dal leader cristiano (anti-ottomano) Lek Dukagjini. A tutt’oggi l’appartenenza religiosa costituisce uno dei caratteri distintivi più significativi della differenziazione delle genti balcaniche.La battaglia di Kosovo Polije divenne il simbolo della coscienza nazionale serba e l'imperativo morale alla lotta per la libertà. Ancora oggi, il 28 giugno, a sette secoli di distanza, nella spianata dinanzi il monastero ortodosso si celebra la battaglia come se fosse una vittoria sull'Islam.La lotta contro l'Impero turco, comunque, iniziò a dare i suoi risultati soltanto nel XIX secolo con Milos Obrenovic principe serbo, cacciò gli occupanti dal Kosovo. La regione seguì le sorti del rinato stato serbo e tutte le conseguenze della Prima Guerra mondiale. Con la Seconda Guerra mondiale il Kosovo venne diviso in due parti d'influenza. A nord di Pristina l'occupazione germanica a sud quella italiana. Con l'era Tito la regione (la più ricca, dal punto di vista delle risorse del sottosuolo, di tutta la Jugoslavia) divenne autonoma dalla Serbia. Il resto è cronaca dei nostri giorni.Questo breve excursus storiografico serve per far comprendere al lettore quanto i serbi siano legati, politicamente e spiritualmente, a questo fazzoletto di terra che per il 93 per cento è abitato da una popolazione d'origine albanese.
L'alba di una nuova era
La rivolta di Belgrado del 2000 è ormai solo un ricordo. Ma un ricordo vivo nella memoria. Resteranno nella memoria e nella storia soprattutto quelle immagini che di fatto hanno chiuso quel ciclo di "rivolte", a volte pacifiche a volte cruente (come è accaduto in Romania con la fine del "Conducator", Nicolae Ceaucescu), che hanno messo un punto alla storia del marxismo-leninismo. Quel che va ricordato è anche il fatto che si tratta di immagini che gettano una nuova luce sul futuro dei Balcani, di ciò che rimane dell'ex Jugoslavia di Josip Broz Tito e, soprattutto, del Kosovo.I l 5 ottobre del 2000 tutto il mondo ha festeggiato e brindato alla rinnovata libertà della Serbia, alla fine di Slobodan Milosevic e del potere della "banda dei quattro" come a Belgrado la gente soleva chiamare la famiglia di Slobo. Il 5 ottobre 2000 il mondo, ma soprattutto i serbi hanno alzato i calici gridando il loro "nasdrovie" alla fine di un incubo lungo dieci anni. Brindisi legittimo che tutti ci auguravamo da tempo. Ma lo stesso brindisi è stato fatto anche in Kosovo? No. Decisa mente no, e questo posso dirlo per esperienza personale perché in quei giorni ero la, in Kosovo. No, non hanno brindato i serbi che nella regione avevano votato in maggioranza per Milosevic. Ma non brindarono nemmeno, e soprattutto, i kosovari di etnia albanese. Per loro la vittoria di Vojislav Kostunica era una vera iattura. Il neo presidente serbo era sì un democratico ma anche un nazionalista (non poteva essere altrimenti) ed in quanto tale manteneva intatte tutte le aspettative dei serbi sul futuro del Kosovo. Una regione parte integrante della Serbia e della Federazione della Jugoslavia. Anzi, la prima cosa che fece fu quella di ammonire l'Occidente (accusato di avere deliberatamente bombardato il Paese e di volere esclusivamente la testa di Milosevic da consegnare al Tribunale internazionale dell'Aja per i crimini di guerra commessi nell'ex Jugoslavia. Quello Slobodan Milosevic che nel frattempo è morto nel carcere internazionale dell’Aja) ad attuare immediatamente la risoluzione 1244 votata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tale risoluzione, è bene ricordare, che la dichiarazione d’indipendenza viola e che prevede, tra l'altro: "La sovranità e l'integrità territoriale della Serbia e del Montenegro... Il ritorno dei profughi (serbi o albanesi non importa) ed il rientro di un numero concordato di forze militari e di polizia serbe in Kosovo per fungere da collegamento con la missione civile internazionale". Insomma, un addio ai sogni di gloria ma soprattutto alle tante promesse fatte da oltre Manica e da oltre Oceano. Un Kosovo indipendente pone sul campo subito due questioni: una sul piano locale e una sul piano internazionale. Sul piano locale è in ballo il destino dei circa 120mila serbi presenti in Kosovo e che il neo presidente Boris Tadic, benché moderato, non può abbandonare. Sono concentrati perlopiù nel Kosovo settentrionale al confine con la Serbia, nella zona della città di Mitrovica, divisa tra serbi e albanesi lungo il fiume Ibar con il ponte di Austerlitz a fare da barriera. Una sorta di muro di Berlino invisibile ma che, presumibilmente sarà il vero confine del nuovo Kosovo albanese.
Da non dimenticare però le enclavi serbe attorno i molti monasteri ortodossi, spesso collocati lungo strade strategiche per i traffici che rappresentano la voce principale dell'economia del Kosovo. Uno di questi casi ad esempio è il monastero di Decani.
In Kosovo sono ancora attivi i gruppi armati sia serbi che albanesi (tra questi ricordiamo l’Aksh albanese che conta un migliaio di uomini bene armati e d addestrati) che fanno riferimento ai vari clan e da una parte e dall'altra si addestrano varie truppe paramilitari.
Cruciale è anche la situazione nella valle di Presevo che è fuori dal Kosovo, in Serbia, ma è abitata da albanesi, collegati sia ai kosovari che alla minoranza albanese in Macedonia. Questi ultimi controllano di fatto quasi tutto il territorio macedone al ridosso del confine con il Kosovo anche se Skopje nega.
Sul piano internazionale la Serbia può contare sull'appoggio della Russia, che da un lato approfitta della questione per estendere la sua influenza nell'area della ex Jugoslavia e dall'altra minaccia di riconoscere l'indipendenza autoproclamata delle enclavi russe nello spazio ex sovietico, Abkhazia e Ossezia del sud in primo luogo.
Sull'altro fronte il Kosovo può contare sull'appoggio degli Stati Uniti e dei paesi europei che ospitano ampie comunità di kosovari (Gran Bretagna, Austria, Svizzera, Germania). I quattro grandi, Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna sono intenzionati a riconoscere il nuovo Stato, a differenza di altri paesi europei come Spagna e Grecia, preoccupati per i propri movimenti indipendentisti. L'indipendenza del Kosovo sarebbe infatti un precedente favorevole a tutti i vari movimenti indipendentisti internazionali.
Soldati italiani per la pace
E' in questo contesto geo-storico-politico, tipico dei Balcani, che i nostri soldati operano da molti anni. Dove crescevano, rigogliose, distese di grano oggi si possono "ammirare" chilometri di recinzioni color rosso che stanno ad indicare i nuovi frutti di questa terra nera: le mine. Dove un tempo si estendevano villaggi rurali oggi non restano che macerie. Dove un tempo c'era una popolazione laboriosa oggi c'è l'arte dell’arrangiarsi. In questa terra i soldati italiani della Brigata multinazionale Ovest (della quale fanno parte anche militari spagnoli, sloveni e romeni), attualmente sotto il comando del Brigadier Generale Nicolò Falsaperna (comandante della Brigata "Aosta"), operano con spirito solidaristico ma anche e soprattutto con umanità e professionalità spesso superiore agli altri contingenti. Ed è forse per questo che i nostri militari sono rispettati e ben voluti da tutte e due le comunità. Gli italiani non fanno differenza tra albanesi e serbi. Collaborano con tutti e cercano anche di far tornare a collaborare tra loro coloro che solo otto anni fa vivevano e lavoravano fianco a fianco. Senza nessun tipo di problema.Ed è con una certa punta di orgoglio nel cuore, ma anche con un sentimento di malinconia (come quando si sa di lasciare degli amici sinceri e leali) che siamo tornati in Italia, io e la collega Valentina Graziosi, per raccontare a voi la storia di chi porta fieramente alto il nome della nostra Patria. Coscienti del fatto che, grazie a questi ragazzi che comunque rischiano la vita ogni giorno, finalmente non siamo più considerato il popolo di "spaghetti, mandolino e mafia".
L’arrivo in Kosovo
E' un vento gelido quello che ci accoglie all'aeroporto di Dacovika. Dopo un ora e mezza di volo, stavolta su un comodo aereo civile, scendiamo su una pista rimessa a nuovo ed ampliata dalla nostra Aeronautica militare che gestisce lo scalo aereo. Da lontano ci scrutano, indifferenti, oltre la recinzione ed il filo spinato, alcuni bambini. Oggi non aspettano più qualcuno che gli dia dei biscotti o della cioccolata. Eccoci, dopo sei anni sono di nuovo qui. Sono tanti i ricordi che si affollano nella mia mente. Brevi istanti in cui appare la Pristina del passato. Il caos, il traffico, l'andirivieni di ragazzi e ragazze sul corso della città. Rigidamente separati. Da una parte i serbi dall'altra gli albanesi. E ancora, più in disparte, i rom. Dei soldati italiani, dei voli militari con i tappi alle orecchie per non sentire troppo il frastuono all’interno dei C130 che prendevo con loro. Dei voli in elicottero per fotografare il Kosovo dall’alto. Delle notti passate in allegria con i colleghi giornalisti come Ennio Remondino e Marcello Ugolini e gli addetti alla cellula Pio (l’ufficio stampa della Brigata Ovest). Con il mitico ed amico carissimo Gianfranco Scalas compagno di tante missioni o l’allora capitano, oggi maggiore, Bruno Compagnoni. O le infermiere volontarie, meglio conosciute come crocerossine. Già le crocerossine, chi l’avrebbe mai detto che un loro tenente un anno dopo sarebbe divenuta mia moglie e la madre dei miei due figli. Una storia da romanzo o da film? No, semplicemente la vita.Ed è per tutto questo che per me il Kosovo ha un significato particolare. Per questo torno sempre volentieri in questa terra. Per questo non potrò mai dimenticarla. Era il 2000, ma le mie “visite” in Kosovo hanno inizio nel 1998, pochi mesi prima dei bombardamenti Nato,quando a Pristina si viveva una vita relativamente tranquilla. Poi la guerra, la fuga degli albanesi. Il ritorno di questi ultimi e la fuga in massa dei serbi. Oggi il capoluogo amministrativo del Kosovo, con le macerie a far da contorno ad una ricostruzione che ha qualcosa dell’incredibile, è nuovamente una città caotica. La vita è ripresa addirittura con rinnovato vigore. Palazzi in costruzione, locali notturni, bar, banche, ristoranti e grandi magazzini danno l’impressione che tutto sia finito, che il passato si a stato dimenticato. Ma l’apparenza, come si dice, inganna. Dietro la facciata di prosperità c’è la povertà, c’è un economia inesistente, ci sono il contrabbando, il traffico d’organi e di donne, c’è la prostituzione, il traffico di droga ed armi, la corruzione e la “svendita dei gioielli di famiglia” a gruppi multinazionali. Insomma, dietro la facciata perbenista Pristina, e in genere le più grandi città del Kosovo, è più violenta di prima. Omicidi e regolamenti di conti, mascherati da odio etnico, rapine, furti e contrabbando (una caratteristica, questa, comune a tutta la regione) sono ormai all'ordine del giorno. E nulla sembra possano le forze di polizia della Unmik (polizia internazionale) e dei carabinieri dell’Msu, che si dannano l’anima e raggiungono anche buoni risultati. E’ una lotta impari. Ma che va fatta. Comunque. In fondo in un Paese dove ancora vige la legge del taglione (il Kanun). Non si capisce ben cosa si possa fare. Ricordi ed attualità si confondono. Ma è l'attimo di un momento. La realtà ci si pone subito dinnanzi.
Stefano Schiavi – Fine prima puntata
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