| Giorgio Almirante a vent'anni dalla scomparsa | Segnala |
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Sembra ieri che Giorgio Almirante ci ha lasciato. Eppure sono passati 20 anni. Tanti? Pochi? Sicuramente tanti in politica, pochi forse in una vita vissuta in fretta come quella vissuta da tutti i militanti politici del Msi e non solo. Oggi vorrei ricordare Almirante non con uno scritto nostro ma con le parole di chi non è certo mai stato missino perchè in fondo parliamo di storia. Storia d'Italia. E se si è onesti intellettualmente la storia la si racconta per quella che è. S.Sch.
Quando l’Italia entra nella seconda guerra mondiale, Almirante parte volontario per l’Africa settentrionale, dove si guadagna la croce al merito di guerra. Alla fine del 1941 lascia il fronte e due anni dopo, in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, sceglie l’Italia di Salò arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana. Non rimane a lungo nell’esercito saloino. Alla fine del 1943 Fernando Mezzasoma, ministro della cultura popolare della Repubblica Sociale Italiana, lo convince ad abbandonare le armi e a collaborare con lui. Almirante diventa allora capo di gabinetto del ministro, preposto alla direzione del servizio intercettazioni radio. Lascia l’attività ministeriale nel novembre del 1944, decide di partecipare alle spedizioni antipartigiane, come quella della Val d’Ossola, e il 25 aprile del 1945, nell’Italia liberata, entra in clandestinità restandovi più di un anno. Nell’autunno del 1946 torna a Roma, dove partecipa prima alla fondazione del Mius, il Movimento italiano di unità sociale, e poi, nel dicembre del 1946, con Pino Romualdi e Augusto de Marsanich a quella del Movimento Sociale Italiano, un partito che rivendica orgogliosamente il proprio legame con il fascismo.
Nell’estate del 1960, con i fatti di Genova, si chiude una fase della storia italiana: il MSI chiede l’autorizzazione per lo svolgimento del congresso del partito nella città ligure, medaglia d’oro per la resistenza. In Liguria e in tutta l’Italia esplode la protesta contro il governo guidato dal democristiano Fernando Tambroni, che in Parlamento si avvale del sostegno missino: a Roma, Palermo e Reggio Emilia le manifestazioni finiscono con la repressione della polizia e una decina di morti, mentre Tambroni, sconfessato dalla stessa DC, è costretto a dimettersi. Con lui cade ogni ipotesi di governo appoggiato dall’estrema destra e inizia la stagione del centro-sinistra che inaugura l’emarginazione del MSI dalla scena politica nazionale. Almirante ricomincia la sua battaglia. Al congresso del 1963 abbandona i lavori e non partecipa alle votazioni finali. Due anni dopo, mette in minoranza la corrente di Pino Romualdi.
Almirante è morto il 22 maggio del 1988, un giorno dopo la morte di Pino Romualdi. I due leader missini hanno avuto esequie comuni nella Chiesa di S. Agnese in Agone a Roma. A rendere loro omaggio ci furono anche i dirigenti del partito comunista italiano, Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta.
La segreteria Almirante La segreteria Almirante mira fin dall'inizio all'unità delle destre, trattando a tal fine con i monarchici e con gli indipendenti di centro-destra, e offrendo un’immagine diversa del MSI: più moderna e moderata. Per rivitalizzare il partito, inoltre, sceglie un doppio binario: da una parte cerca di recuperare tutto il movimentismo, concentrando l’attenzione su quello che si muove in opposizione alla ventata di movimenti di sinistra del ’68/’69, dall’altra ascolta il bisogno di ordine da parte di quella parte di popolazione che gli altri sembrano non ascoltare, e che egli stesso chiama la “maggioranza silenziosa”. Queste le sue parole durante la trasmissione Tribuna Politica del ’72: «Noi abbiamo la ragionevole probabilità di prendere voti sia dal proletariato, sia dal mezzogiorno d’Italia, sia dalla media e piccola e alta borghesia, del sud, del centro e del nord». Nel luglio del ‘70 il MSI è protagonista dei cosiddetti “fatti di Reggio”: la città calabrese reagisce duramente alla decisione di spostare il capoluogo della regione a Catanzaro; inizialmente questa protesta viene sostenuta anche dalle sinistre, ma poi il segretario provinciale della CISNAL (il sindacato legato al MSI), Francesco Franco, detto "Ciccio", conia lo slogan “boia chi molla” e organizza una sollevazione della destra che ben presto si trasforma in una vera e propria rivolta. Questa si conclude solamente nel febbraio dell'anno successivo, con l'ingresso dei carri armati in città. A seguito di questi fatti, nelle comunali che si tengono nel giugno del ‘71 il partito ottiene importanti affermazioni a Catania con il 23% e a Reggio Calabria con il 21%. Nel febbraio del ‘72 Almirante riesce a formare un’alleanza con il PDIUM (Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica), una delle maggiori formazioni monarchiche italiane, e alcuni liberali. Da queste “aperture” politiche deriva anche un mutamento di denominazione del partito, ora chiamato “Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale”. Ignazio La Russa: «Nasce la Destra Nazionale, era un progetto di rendere la destra non più esule in patria, ma di farla contare». Franco Servello: «L’idea di fare una costituente di destra per le libertà era la quintessenza di quella che era la meta finale da raggiungere in termini di battaglia politica. Non essere emarginati quindi, ma partecipi in una visione aperta. Ma questa contrastava con il teorema degli estremismi».
Ma i problemi interni al partito diventano sempre più evidenti fino a quando, nel ’76, avviene una scissione e si forma un nuovo partito, la Democrazia Nazionale, che avrà però vita breve. Come ricorda Teodoro Buontempo: «Andò via quasi tutta la classe dirigente del MSI, il partito rimase con Almirante e pochi dirigenti, decapitato quindi da tutti i suoi quadri di riferimento. Noi ci portammo appresso questa mancanza di classe dirigente e quindi chi era in serie C arrivò in serie A».
I missini e le rivolte studentesche
Pochi sanno che l’Università La Sapienza di Roma in quel periodo è un feudo della destra missina, almeno fino al ‘66, anno in cui la lista della “Caravella” perde consensi a seguito della morte di Paolo Rossi. A seguito di questo tragico incidente, la mattina seguente otto facoltà vengono occupate per protesta: studenti e docenti chiedono lo scioglimento delle formazioni neofasciste.
Ma quando l’attivismo dei giovani missini diventa un fenomeno non più controllabile dalla burocrazia del partito, che inizia a temere di consegnare all’immaginario collettivo l’idea di un mondo giovanile reazionario, Gastone Nencioni in un articolo sul Secolo d’Italia annuncia la necessità di ritornare all’ordine. Il MSI quindi impone l’abbandono delle occupazioni universitarie e per suggellare questa direttiva lo stesso Almirante si reca all’università La Sapienza di Roma.
La lotta armata vs i “vigliacchi” Ma anche per chi non sceglie direttamente la strada della lotta armata, negli anni ’70, lo scontro frontale contro la sinistra sembra essere l’unica strada. Molti sono i luoghi di ritrovo che nascono in quegli anni: spesso si tratta di veri e propri bunker, come quello di Colle Oppio, a Roma, una delle più antiche sezioni di destra, originariamente il ritrovo della comunità dei giuliano-dalmati (esuli istriani scacciati dopo la seconda guerra mondiale), trasformata dagli anni ‘50 nel cuore della militanza missina. Questa sezione, ribattezzata “circolo”, oggi è intitolata a Stefano Recchioni, un ragazzo uccisoda un 'attentato davanti alla sezione di Via AccaLarenzia a Roma, perché “fascista”, una delle tante vittime di quei terribili anni. La violenza quindi è all’ordine del giorno, di conseguenza «la classe dirigente della destra italiana - come afferma Francesco Storace - si è fatta soprattutto nelle strade…è stata una palestra durissima». Lo stesso Storace subirà infatti tre attentati. Ma ad essere determinante per l’ascesa all’interno del partito è anche l’esperienza del carcere: «Son diventato dirigente politico - informa Ignazio La Russa - dopo aver fatto sette giorni di carcere; all’epoca era un titolo di merito. E soprattutto lo sono diventato con la militanza». Da un’intervista a Giorgio Almirante: «Io non sono mai d’accordo con la violenza, io sono d’accordo con il coraggio, e il coraggio è sempre armato di forza, non di violenza». L’intervistatore: «Ma quando i vostri militanti scendono in strada per battersi con l’estrema sinistra lei è d’accordo? ». Almirante: «Senza dubbio. Perché se non ci fossimo noi non ci sarebbe nessuno a battersi contro l’estrema sinistra». Gianfranco Fini, ricordando quel periodo: «La guerra civile è una pagina davvero difficile per tutti quei ragazzi che sono stati sacrificati a destra e a sinistra. Non so se si sono fatte tutte le riflessioni che andavano fatte e se alcune cose sono state archiviate, come il rogo di Primavalle».
Il rogo di Primavalle Gianfranco Fini: « È una delle vicende più bestiali della lotta politica di quegli anni…Nessuno credo dimenticherà mai le fotografie del più grande, ormai carbonizzato, alla finestra con il bambino abbracciato alle gambe. Come vivemmo quel momento? Come la dimostrazione che c’era un odio che poteva superare anche la frontiera della ragione, dell’immaginabile…».
Nascono radio e giornali di destra Umberto Croppi ricorda: «Era la prima occasione che ci veniva data di parlare nel momento in cui si diceva: “Con il fascista non si parla”. Serviva, insieme ad altre iniziative, a confrontarci: se uno sentiva i dischi dei Led Zeppelin a casa, per esempio, fino a quel momento doveva coltivare la sua passione come una sorta di perversione privata; ma con la necessità di dover mettere un disco sul piatto del DJ, operare delle scelte e doversi esprimere, si metteva tutto in discussione!». Si tratta quindi, per i giovani missini, di un’occasione di confronto e quindi di crescita, anche intellettuale. Teodoro Buontempo: «Quindi dal partito dei treni in orario, dal partito dell’ordine, diventammo anche il partito per costruire una nuova società. Il caso dei “campi hobbit” ne fu un esempio: in due-tremila andavamo lì a discutere del mondo e della politica». Molte sono le iniziative private culturali che nascono in quel periodo ma di certo il Secolo d’Italia diventa il crocevia più importante per molti giovani dirigenti di partito e un serbatoio per la costituzione della classe dirigente di destra: li forma politicamente e li rafforza culturalmente, permettendo loro, in seguito, uno sbocco parlamentare. Tra questi troviamo: Franz Maria d’Asaro, Mauro Mazza, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Bruno Socillo, Claudio Pompei, Gianni Rossi, Silvano Moffa, Gennaro Malgeri, Pino Rigido, Adalberto Baldoni, Aldo Di Lello, Adolfo Urso, Teodoro Bontempo e Gianfranco Fini.
Congresso di Sorrento, 1987 Per sostituire Almirante, quindi, al ballottaggio contro Rauti, Fini vince con 727 voti contro 608.
Intanto nell'autunno del ‘93, Gianfranco Fini, che quell'anno aveva dichiarato: “Il fascismo è morto nel 1945 e nessuno può pensare di restaurarlo”, va al ballottaggio per il sindaco di Roma contro Francesco Rutelli. Viene sconfitto, ma per la prima volta un esponente del MSI viene sdoganato.
Fiuggi, 1995: nasce Allenaza Nazionale L’idea, nell’immediato, viene bocciata, ma se ne discuterà per tutta l'estate seguente e, dopo il buon esito del partito alle elezioni amministrative di novembre, quando il MSI diventa il primo partito a Roma e Napoli ed elegge numerosi sindaci in comuni minori, inizia ad essere presa realmente in considerazione: è lo stesso Gianfranco Fini, segretario nazionale del partito, a varare ufficialmente, l’11 dicembre del ’93, il “Movimento sociale italiano - Alleanza Nazionale”. Il nuovo MSI-AN debutta alle elezioni politiche del ‘94 come alleato di Forza Italia al Sud (coalizione del Polo del Buon Governo) e indipendente al Nord, riuscendo però a vincere in un solo collegio maggioritario. In ogni caso il partito è al suo massimo storico e diventa forza di governo. Giuseppe Tatarella è eletto vicepresidente del Consiglio e il partito è rappresentato nell'esecutivo da cinque ministri. Gianfranco Fini in occasione del XVII Congresso di Fiuggi del gennaio del ‘95, decide di concretizzare il suo obiettivo politico e chiede ai membri del partito di seguirlo per operare una svolta che porti all’abbandono dell’etichetta di post-fascismo che il MSI si portava dietro ed inserirsi nello scenario politico democratico italiano, e quindi verso una destra conservatrice e liberale. Destra definita dallo stesso Fini: nazionale, sociale e partecipativa. Ecco parte del testo pronunciato da Gianfranco Fini: «Di questi cento anni di fumo e di speranza, di conquiste sociali e di offese alla dignità umana, di avventure spaziali e di miserie morali, ogni italiano assume nel suo giudizio tutto, senza tralasciare nulla…e proprio perché l’allucinante tragedia dei gulag e dei lager ha fatto comprendere tutti i pericoli e gli orrori delle dittature, anche noi siamo sottomessi a questo diritto naturale che al primo posto annovera la tutela e il diritto della libertà come valore e bene, prezioso e irrinunciabile. Per questo non si può identificare la destra politica con il fascismo e nemmeno istituire una discendenza da questo. […] Io chiedo al Congresso di respingere tutti gli emendamenti che sono stati presentati al secondo capitolo delle tesi valori e principi. Il Congresso è storico perché noi chiediamo, io chiedo, al Congresso, di voltare definitivamente pagina rispetto a tutto il ‘900». Durante il congresso vengono quindi ritirati gli emendamenti da parte di membri del partito quali Teodoro Buontempo e Mirko Tremaglia; questi però pone una condizione: che venga accettato un ordine del giorno in cui si sottolinea la differenza tra antifascismo non comunista, e antifascismo stalinista del Partito Comunista. Nonostante Pino Rauti non accetti di ritirare l’emendamento e gridi parole di fuoco: “Vogliamo forse diventare figli di quella baldracca del XX secolo?!”, la proposta di Fini passa e nasce Alleanza Nazionale. Dopo il Congresso di Fiuggi Pino Rauti fonda il Movimento Sociale Fiamma Tricolore, ma nell’ottobre del 2003, il Tribunale Civile di Roma accoglie un ricorso presentato da alcuni iscritti alla Fiamma Tricolore e stabilisce di invalidare l’elezione del comitato centrale adottato dall'assemblea del partito nel 2000, che confermava Rauti come presidente. A seguito di questa sentenza, Rauti viene espulso dalla Fiamma Tricolore e fonda, nel 2004, il Movimento Idea Sociale (MIS). Nel ‘96 AN partecipa alla costituzione della coalizione di centrodestra insieme a FI, CCD e CDU, formando il “Polo per le Libertà” il quale però viene sconfitto dalla nuova coalizione di centrosinistra, denominata “L’Ulivo” e guidata da Romano Prodi. Nel 2001 nuove elezioni riporteranno la coalizione di centrodestra “Casa delle Libertà” alla guida del Paese: Allenza Nazionale farà quindi parte del Governo per cinque anni. Roma, 11 giugno 2001, Gianfranco Fini entra a far parte del governo Berlusconi con la carica di vicepresidente del Consiglio: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi, e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione».
Ma questa è un'altra storia.... |


Giorgio Almirante nasce a Salsomaggiore il 27 giugno del 1914. Trascorre l’infanzia in giro per l’Italia con la famiglia che si sposta da una città all’altra perchè suo padre Mario è un direttore di scena e un noto regista e i suoi zii, Luigi e Ernesto, sono attori. Dopo gli anni al liceo classico Gioberti di Torino, il giovane Almirante si trasferisce a Roma dove frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia, si laurea nel 1937 con una tesi sulla fortuna di Dante nel Settecento italiano e consegue l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole medie e nei licei. Giovane fascista, scrive sul «Tevere» di Telesio Interlandi e partecipa alla vita politica del regime entrando nei Guf, i gruppi universitari fascisti. Nel 1938 è caporedattore del «Tevere» e segretario di redazione della «Difesa della Razza», il periodico razzista diretto dallo stesso Interlandi. Anche lui, come molti giovani fascisti, fa professione di fede razzista.
Responsabile della segreteria organizzativa del MSI, e dal 1947 segretario nazionale del partito, nel dopoguerra Almirante insegna lettere in un liceo romano e arrotonda lo stipendio dando lezioni private di latino e greco. Accusato di apologia del fascismo dopo un comizio durante la campagna elettorale per le amministrative, viene condannato al confino per un anno e, anche se non sconta la pena, deve rinunciare all’insegnamento. Da allora la sua vita è tutta per il partito. Alle elezioni dell’aprile 1948, Almirante riesce a portare in Parlamento sei deputati; due anni dopo il MSI gli preferisce il moderato Augusto De Marsanich, che viene eletto segretario; nel 1954 Almirante perde ancora la segreteria, passata ad Arturo Michelini, suo rivale storico; nel 1956, dopo la sconfitta alle elezioni amministrative, Almirante presenta una mozione contro Michelini, perde di misura il congresso ma convince i suoi compagni, che vorrebbero lasciare il MSI, a restare e a proseguire la battaglia dentro il partito. E in effetti Almirante è l’uomo del dialogo: raggiunge un accordo con la maggioranza di Michelini e rientra nella direzione nazionale del partito.
Nel 1969, dopo la morte di Michelini, Almirante diventa segretario del partito che guiderà ininterrottamente fino al 1987. Abile oratore – è stato capace di parlare per nove ore di fila nel 1971 contro la legge a tutela dei diritti della popolazione altoatesina del Trentino Alto Adige – si batte sin dai primi anni per far uscire il MSI dall’isolamento in cui si trova: promuove l’unità di tutte le forze di destra, stringe un’alleanza con i monarchici e nel 1972 porta il partito al massimo storico, raggiungendo il 9% alle elezioni politiche. In realtà, i suoi sforzi non bastano. Nel giugno del 1972, la Procura di Milano chiede alla Camera l’autorizzazione a procedere contro Almirante per il reato di ricostituzione del partito fascista. L’inchiesta non ha seguito, ma i rapporti fra il MSI e la società italiana rimangono difficili: le principali forze politiche sostengono che il partito di Almirante non fa parte dell’arco costituzionale, ricordando che la costituzione entrata in vigore nel 1948 non consente la ricostituzione del partito fascista. Da parte sua, Almirante nasconde i suoi giudizi sulla democrazia italiana nata dalla resistenza, vantandosi di non far parte del cosiddetto arco costituzionale. Sono gli anni Settanta, gli anni della strategia della tensione, delle bombe sui treni e nelle piazze, sono gli anni dei molti giovani missini che lasciano il partito e si dedicano alla lotta armata, mentre lo stesso MSI è uno dei bersagli più colpiti dal terrorismo rosso.
All’inizio degli anni Ottanta, Almirante è fra coloro che si battono per le riforme istituzionali, per la trasformazione del sistema politico italiano in una Repubblica presidenziale e per abrogare la legge sull’aborto. Intanto il paese è cambiato: alla guida del governo per la prima volta c’è un socialista che in Parlamento annuncia che accoglierà il sostegno di tutti i partiti senza pregiudiziali nei confronti di nessuno. La strategia della tensione è ormai lontana e l’Italia è un paese meno ideologico e ideologizzato. Colto da un malore nell’estate del 1986, Almirante dichiara che lascerà la politica l’anno successivo, ma lo scioglimento delle Camere e le elezioni politiche dell’estate 1987 lo costringono a restare fino all’autunno. Nel dicembre del 1987 Almirante nomina il giovane Gianfranco Fini suo successore, dichiarando che nessuno potrà dare del fascista a chi è nato nel dopoguerra.
Nonostante alcune discrepanze interne, nel ’72 il MSI raddoppia i suoi voti e raggiunge il suo massimo storico con l’8,7% alla Camera e il 9,2% al Senato.
Ma con l’avvento del ’68, la destra di lotta contrapposta alla destra d'ordine e di governo ritorna ad operare all’interno dell’Università romana. Teodoro Buontempo: «I temi del movimento studentesco facevano parte del nostro DNA: anche noi eravamo contro la scuola che sfornava disoccupati intellettuali, contro chi voleva i giovani remissivi, piegati, massa di manovra elettorale…Le Facoltà di Legge e Scienze Politiche erano nelle mani della destra, mentre la Facoltà di Lettere in quelle di sinistra, poi però la sera si giocava tutti a pallone!» Infatti, come ricorda Umberto Croppi, durante gli scontri di Valle Giulia, molti sono gli studenti di destra, in prima linea, che insegnano agli studenti di sinistra come reagire e difendersi dall’assalto delle camionette della polizia.
Gianfranco Fini: «Era un periodo difficile, non sapevo bene che pesci pigliare, non avevo ancora velleità di strategie politiche…infatti il partito qualche tempo dopo mi ha detto: “Vattene a casa”: era morto Almirante (22 maggio 1988) e quindi veniva meno la sua autorità morale; il partito fece la scelta di Rauti che rappresentava la continuità con il passato, ideale e politico». Ma dopo solamente un anno Fini torna alla Segreteria del partito, e questa volta con nuove energie che ben presto porteranno alla svolta di Fiuggi.









