Venerdi, 10 Febbraio 2012
| ANTONIO DEL PRETE - INTERVENTO ALLA CONFERENZA PROGRAMMATICA DE LA DESTRA | Segnala |
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Il social-liberismo è il sistema politico dominante di questi primi anni del Terzo millennio. Esso ha due facce. La prima, quella visibile e subdola è sociale (o intende esserlo), nel senso demagogico del termine. Promesse, benessere, meno tasse più tecnologia, più servizi meno criminalità, pensioni e salari più alti. L’altra, quella occulta, rappresenta la più infima proiezione del liberismo, per il quale l’individualismo, assunto come “nord” di una ipotetica bussola dell’agire umano, esprime l’essenza sacerdotale.
La precarietà sotto le mentite spoglie della flessibilità, l’insicurezza generale sulla quale a volte gettano benzina i mass media, oltre alle moderne tecnologie digitali, costituiscono solo alcune modalità della strategia del controllo. Il fine è quello di irretire le masse in una omologazione strumentale alla conservazione del Potere economico e politico. Si fa dunque leva sui bisogni dell’essere umano, molto spesso artefatti, e s’intende colmare le lacune determinate dalla frammentazione sociale. Così l’uomo non si specchia più nel suo simile o nella comunità, bensì nelle vetrine dei negozi.
Il consenso viene estorto con la forza invisibile, perciò incontrastabile, delle strategie di comunicazione e ciò che prima era sangue e ragione diventa un automa dagli occhi amorfi come quelli delle statue della classicità. Si crede di essere liberi poiché ci si è liberati dai legami personali, dai doveri, dal sacrificio, dalla scomodità della vita, dalla socialità comunitaria. I diritti civili hanno sostituito i diritti sociali, mascherando con le paillettes del progressismo ciò che invece si chiama solitudine. Va compreso che tutto ciò significa conservazione; del Potere, degli status quo, pura amministrazione dell’esistente per conto terzi. Per risalire la china e riappropriarci della nostra essenza bisogna combattere senza paura, senza tentennamenti né compromessi contro il social-liberismo. Occorre abbattere l’uomo borghese, da intendersi non come categoria sociale, ma quale forma mentis e visione della vita. Con esso vanno affrontati a viso aperto e sconfitti lo snobismo, l’individualismo, l’affarismo, l’arrivismo, la religione dell’utile e la teologia della carriera. Occorre farlo ora, mentre l'uomo indietreggia sonnambulo e si fa sempre più notte. C’è bisogno, quindi, di un Movimento politico capace di affrontare tali questioni. C’è bisogno de La Destra, ma cosa significa destra ? Anche al nostro interno si è spesso provato ad allargare la nozione di “destra”, mediante elencazioni che includessero una connotazione “liberale”, giustificando il tutto con una malintesa idea di “grande destra”. Il rischio, tuttavia, soprattutto per un partito che si definisce identitario, è quello di non avere una identità. Infatti, la strategia del compromesso permanente e della sintesi continua dei diversi, se non degli opposti, può andar bene per un “contenitore” come il PDL, ma certamente strozzerebbe sul nascere le nostre ambizioni. Dalla nostra non ci sono il marketing politico o la disponibilità di risorse economiche, giornali e televisioni, bensì la possibilità di una riconoscibilità sociale e politica, cui non ci possiamo permettere di rinunciare. Alleanza Nazionale ha commesso un errore simile nel suo delirio d’onnipotenza nei primi anni ’90; quel partito ha voluto mettere insieme tutto ed il suo contrario per pura strategia elettorale, ottenendo il risultato drammatico di soffocare la sua ragione Ideale. In tale contesto, se non ci sono più i valori ad attirare le persone, chiaramente subentrano gli interessi: un’altra cosa che non ci possiamo permettere. E’ sì positivo il dibattito interno, ma occorre che questo scaturisca da una base ideale univoca; si può e si deve discutere, ma quando vengono a collidere capitalismo liberista e Terza Via socializzatrice, individualismo e socialità comunitaria, iper – garantismo (berlusconiano) e senso di Giustizia, sorge un problema che non può essere ipocritamente ignorato. Coniugare visioni del mondo e della vita opposte mediante la comunanza del sostantivo destra è quanto mai superficiale, pretestuoso ed interessato. Far passare l’idea che destra sociale e destra economica siano affini solo perché unite da un’assonanza “letterale” è francamente assurdo. Serve, dunque, una visione chiara ed organica per la nuova Destra che vogliamo costruire. La nuova destra, uscita dall'entropia e dall'emozione di questo particolare momento della politica italiana, deve riannodare i fili della storia in una evoluzione logica e coerente. Inoltre occorre una rifondazione ideale atta a depurare il pensiero politico della destra Italiana dalle penetrazioni liberiste (che troppo spesso sono state scambiate per rinnovamento), dall'ansia da prestazione e dai complessi d'inferiorità. Bisogna comprendere e saper comunicare che si possono coniugare libertà, identità e socialità in una idea che, lungi dall'essere totalitaria ed onnisciente, sia, per dirla con Mussolini, “problemista”, ossia fondi soltanto i principi, sulla scorta dei quali di volta in volta si andrà a cercare la soluzione concreta più adatta ai problemi da risolvere, nel rifiuto di qualsiasi apriorismo. Il nucleo fondamentale è l’uomo, la cui essenza si esprime in senso individuale e sociale. La comunità, sacra ed ineluttabile congiunzione di tali caratteri, è ad un tempo topos ed antropos, in quanto soggetto unitario dalla cui salute dipende quella dei suoi membri. La Tradizione (espressione pure della coscienza religiosa e spirituale del Popolo), le regole sociali e la giustizia economica (socialità e meritocrazia) sono alla base della coesione sociale; essa è garanzia di sicurezza, fondamento a sua volta del benessere comunitario. La Destra che noi intendiamo deve valorizzare una visione che ponga “il sistema” economico-sociale al servizio dell’uomo, affinché ne possa essere esaltata l’essenza e sottolineati l’ingegno ed il sacrificio. Non c’è spazio, pertanto, per le dottrine conflittualistiche, che pongono l’un contro l’altro armati le varie anime della società, innescando un meccanismo di deflagrazione sociale. Alla base sta la collaborazione, nucleo centrale della impostazione sociale della destra Italiana. Si tratta di remare tutti insieme e dalla stessa parte per il benessere della Comunità. Un principio concreto e di formidabile alternativa rispetto alla logica del conflitto permanente teorizzato dalla sinistra social - comunista, che di volta in volta ha posto il lavoratore contro l’imprenditore, i figli contro i padri e le donne contro gli uomini. Queste rapide pennellate assumono la loro perfetta coerenza sostanziale nel tratto ideale che delimita la Nazione. Spesso si considera il concetto di nazione quale causa di tutti i mali, dalle degenerazioni ideologiche alle guerre. Così non è. D’altra parte il confronto tra peculiarità e specificità contribuisce alla evoluzione della umanità; la loro cancellazione, mediante ciò che viene chiamato multiculturalismo, che altro non è se non il portato "mercatista" dell’immigrazione, è un errore. Difficile parlare di "culture" al giorno d'oggi, quando l'unico collante è la omologazione nel segno dell'"American way of life" consumistica. Il vero rischio risiede proprio nel tandem multiculturalismo – omologazione, per il quale il primo fattore apre la strada al secondo. Il corollario principale è dunque la polverizzazione di una identità, che costituisce ad un tempo la specificità di un Popolo (dunque la sua ricchezza) ed il presidio ad una coesione sociale che non va minata. Non si deve inoltre tralasciare la questione della xenofobia, dovuta più alla insicurezza di sé che alla paura dell'altro. Sebbene il mercato globale (e non l'Internazionale socialista) stia provando ad annacquare l’essenza della Nazione, ci sono Popoli che hanno specifiche tradizioni, parlano lingue diverse, si riconoscono in varie culture, hanno un differente comune sentire. Certamente vanno facilitati i confronti ed i dialoghi (oggi la tecnologia fornisce questa grandissima opportunità), ma occorre sempre ricordare che laddove non c'è cultura c'è il mercato, e l'uomo si allontana da sé stesso. Non basta. Approfondendo il ragionamento si giunge a concludere che la Nazione costituisca l’orizzonte ultimo dell’agibilità democratica. Se, infatti, democrazia etimologicamente significa governo del Popolo, quindi autogoverno, si devono presupporre ad essa libero arbitrio ed uso della Ragione. Ci si riferisce, nello specifico, ad una Ratio univoca, punto di riferimento inequivocabile per il corpo sociale. Ciò non significa sottintendere l’assenza di pluralismo e minoranze, ma ribadire l’importanza di una identità capace sempre e comunque di esprimere una maggioranza, dalla quale nessuna forma di democrazia può prescindere. Senza voler giungere all’estremo roussoviano delle piccole comunità nelle quali decidere per referendum, si può comunque sostenere la imprescindibilità di un certo grado di coesione affinché la polis sia effettivamente tale; altrimenti il potere economico sarebbe sempre più forte di tutte le frammentazioni. In questo senso i caratteri che compongono il concetto di Nazione alzano intorno al Popolo uno steccato. Se questo viene meno, perché è minata la identità ultima, e con essa naturalmente il legame sociale, l’agire umano non può che essere guidato dall’interesse economico, fattore dell’individualismo, fine della civiltà, della società e della democrazia. Amare la Patria, tuttavia, non può, né deve ridursi ad uno sterile e folkloristico sventolar di bandiere, essendo un sentimento da incarnare nella vita delle persone. Pertanto la visione economica e l’importanza che in essa assume il lavoro divengono aspetti fondamentali. Menenio Agrippa, console Romano che nel 493 a. C. si trovò ad affrontare la difficile situazione della plebe secessionista sul monte Sacro, per mezzo del suo celeberrimo "Apologo", convinse il "popolo" della sua indispensabilità. Secondo il magistrato, il corpo sociale e quello umano sarebbero equivalenti, e così come uno sciopero degli arti contro lo stomaco porterebbe alla morte per inedia di tutto l'organismo, alla stessa maniera la separazione fra patrizi e plebei porterebbe entrambe le classi sociali all'estinzione. Questo discorso risultò talmente convincente da far mutare parere ai secessionisti e ricompattò il popolo di Roma. Da un’osservazione superficiale della realtà nazionale odierna è possibile rilevare come dopo circa 2500 anni ci si trovi punto e a capo.
E’ ora di rovesciare il tavolo. Il Lavoro non può più essere considerato “strumento”, ma deve rappresentare un soggetto attivo dell’economia. Capitale e Lavoro non sono destinati a scontrarsi ed andare in conflitto, bensì occorre sublimare tali elementi in una sintesi votata al benessere della Comunità Nazionale. I lavoratori devono partecipare direttamente alla vita dell’impresa, attraverso i propri rappresentanti, in base al dettato dell’art. 46 della Costituzione Italiana. Questo è l’unico modo per superare tanto le insufficienze e l’individualismo del liberismo, quanto la visione burocratizzata del livellamento verso il basso cui tendono le forze “progressiste” ed i sindacati, divenuti, ormai, strutture politiche ed autoreferenziali, incapaci di rispondere alle istanze dei lavoratori nelle realtà territoriali e nelle singole aziende.
Il mercato è indubbiamente l’unica strada per giungere ad un miglioramento delle condizioni economiche: è la Storia a dirlo. La concorrenza, infatti, stimola a fare di più, crescere ed innovare sia sotto il profilo commerciale sia per quanto attiene alla ricerca scientifica ed al Pensiero umano in generale. Il problema risiede dunque nel modo in cui mercato e concorrenza vengono applicati nella realtà. Il laissez-faire ovvero l’assenza, parziale o totale, di una regolamentazione che stabilisca principi e criteri idonei a “cavalcare” l’economia e renderla succube dell’Uomo, ha determinato, infatti, una situazione di drammatica e sostanziale disparità, in entrata come in uscita. In questo senso da una parte l’intrapresa non è realmente libera, poiché le condizioni di partenza sono alterate, e dall’altra non si rende onore al merito del lavoro dipendente, creando immobilità economica e sociale. Nel quadro appena delineato, lo Stato, quale presidio dell’ordine sociale e promotore del futuro nazionale, non può esimersi dall’indirizzare politicamente l’economia. A scanso di equivoci, non si tratta di “statalizzare” un settore che si ritiene vada lasciato all’autonomia privata, ma di porre delle regole chiare e definite che ripristinino il primato “del sangue sull’oro”. Quali prospettive abbiamo per mettere in pratica quanto detto ? Bisogna innanzitutto rifiutare la dialettica protagonismo-antagonismo, convinti che la Destra Italiana abbia da sempre, storicamente, nel proprio DNA politico e culturale, inscritta la missione di governare la Nazione. Tuttavia non bisogna lasciarsi fuorviare da chi confonde i fini con i mezzi. L’errore che spesso si fa nella nostra area politica è quello di accettare il sistema bipartitico come dato di fatto immodificabile, rinunciando in definitiva a cambiare la situazione. Pertanto la confluenza nel PDL costituirebbe l’unica ancora di salvezza per la sopravvivenza del partito. Non bisogna tuttavia intendere la politica come un gioco di società nel quale muoversi con disinvoltura per ragioni di convenienza individuale, ma quale suprema espressione e rappresentazione di una essenza umana, valoriale ed ideale. La militanza deve essere originata dalla “drammatica” ragione esistenziale di rivoluzionare una società che sta rinunciando a sé stessa. Difficile immaginare come il PDL, emblema della oligarchia e baluardo della conservazione, possa contribuire a tale scopo. Quanto appena detto non significa rinunciare al dialogo su una possibile alleanza con il “Popolo della libertà”, ma vuol dire rovesciare l’ottica attraverso cui fare una riflessione del genere. L’alleanza, infatti, non va cercata né costruita a prescindere, bensì occorre vagliare programmi e progetti senza apriorismi di sorta. La sfida ineludibile è rappresentata dall’arrembante ed arrogante ingresso nel sistema per cambiarlo dall’interno, senza macchiare la nostra purezza. Autoescludersi a prescindere in virtù di una presunta superiorità morale e politica vuol dire concorrere nel trasformare una idea forte, prepotente, giovane, positiva, protagonista, nella esaltazione permanente dello sconfittismo e del disfattismo. Si ha la certezza della propria purezza soltanto quando questa viene sottoposta all’ossidazione del Potere in tutte le sue gradazioni. Rinunciare a battersi per il bene della Nazione significa in sostanza tradire gli Ideali fondanti della Destra politica. Sessant’anni di antifascismo, imposto in tutti i livelli della vita sociale, hanno costruito in gran parte degli Italiani un muro di pregiudizi, causa troppo spesso di distanza, freddezza e persino intolleranza per quello che è il mondo della destra politica. Una coltre di profonda ignoranza avvolge i nostri ideali, impedendo di fatto alla loro insuperabile verità di imporsi all’attenzione di tutti e di raccogliere consenso. Occorre pertanto neutralizzare i pregiudizi, gli attacchi strumentali, e rendere chiara, perfetta e riconoscibile la nostra visione profondamente sociale. Il consenso passa attraverso la comunicazione, che lungi dal risolversi in estemporanei spot elettorali, deve costruire dal basso la conoscenza mediante un messaggio semplice, ma incisivo. L’operazione da farsi è innanzitutto sociale e culturale. I modi sono molteplici, limitati solo dal nostro ingegno. Il primo strumento è l’esempio: la condotta morale e la quotidianità. Destra, infatti, prima che una propensione politica, è un modo di essere. Onore, fedeltà, coraggio, onestà, altruismo, solidarietà sono slogan quotidiani che alla lunga faranno la differenza. |











