Sabato, 31 Luglio 2010
NEWS DA DESTRA
MANIFESTAZIONE LA DESTRA SU CRISI ALLA PROVINCIA DI FOGGIA
L’on. avv. Paolo Agostinacchio, in relazione alla formazione dell’Esecutivo della Provincia di Foggia ha dichiarato: “L’autoisolamento del Presidente della Provincia rende, allo stato, impossibile qualsiasi serio confronto; per cui si procede sulla base dei si dice, con un inammissibile ritardo, che penalizza Foggia e la sua provincia.
Di recente, il Consiglio provinciale, dopo ampio dibattito, ha nella sostanza ratificato l’operato del Presidente, dopo la revoca delle deleghe assessorili in precedenza conferite all’Udc.
È noto che l’operato del Presidente era conseguente ad un ordine del giorno approvato in Consiglio nonché a decisioni politiche anche regionali.
Dai giornali si apprendono assurde ed inverosimili notizie non smentite, in virtù delle quali sarebbe stato posto in essere un processo di recupero dell’Udc: il tutto nonostante il quadro politico non sia stato modificato ed in deroga  (una deroga che suona di spregio) alle decisioni del Consiglio Provinciale.
È ovvio attendersi chiarimenti, che ci si augura esaustivi, perchè laddove si dovesse dare credito alle voci circolanti si aprirebbe una crisi forse irreversibile.
Nel momento in cui il centro-destra pugliese, registra una sconfitta causata dalla politica dei ritardi, la Provincia di Foggia ha il dovere di essere riconoscibile, senza se e senza ma, come ente governato dal centro-destra: il centro-destra come si è connotato politicamente nelle elezioni regionali. E il Presidente non può non farsi carico di un’esigenza avvertita dalla gente: quella della chiarezza che è richiesta della pubblica opinione. Una giunta politica, previo azzeramento di quella esistente, non menoma minimamente il ruolo di chi la presiede, ma lo esalta. In quanto, così agendo potrà  essere consolidato il consenso alle tesi di Destra.
Deve essere data voce alle forze politiche, che non sono le quote riferibili a tizio o a caio, delle quali si parla. Esistono momenti nei quali bisogna scindere la fase della formazione da quella del funzionamento la cui responsabilità compete, per quanto attiene l’aspetto organizzativo, al massimo livello apicale.
Il silenzio dell’on. Pepe, la mancanza di raccordo con le forze di maggioranza non possono essere consentiti dal momento politico che stiamo vivendo.
È necessario non dare l’impressione dell’esistenza di trasversalismi ovvero di una sorta di un feudalesimo gestionale all’interno delle forze che compongono la maggioranza. Pertanto, è necessario che al più presto, previo azzeramento, si proceda alla composizione di un esecutivo che sia proiezione dei partiti di maggioranza: la maggioranza si ripete, delle elezioni regionali senza consentire deduzioni che portino all’errato convincimento di trasversalismi o sudditanze rispetto a forze politiche ostili ai partiti che hanno votato la fiducia al Presidente, che certamente non comprendono l’Udc.
La Destra, chiede che si proceda in tempi brevissimi a dare risposte nel senso richiesto, al fine di consentire di riconoscersi nella maggioranza.
Diversamente tutti dovranno e dovremo assumerci le conseguenti responsabilità.
 
 
 
CRISI ALLA PROVINCIA
LA DESTRA CHIEDE CHIAREZZA

Basta ambiguità!
Dopo la revoca delle deleghe politiche all’Udc di Capitanata, che a Palazzo di città (a pochi metri da Palazzo Dogana) è nella Giunta di sinistra, le ragioni politiche che hanno portato a quella decisione in Consiglio provinciale non devono venire meno.
La Provincia ha bisogno di chiarezza!
Nelle elezioni provinciali ha vinto il centro-destra senza se e senza ma.
Chiediamo che sia varata una giunta riconoscibile come giunta di CENTRO DESTRA, che siano respinte le richieste dell’Udc, che creerebbero confusione e non apprezzamento degli elettori.
L’Udc non può porre e imporre la propria volontà pretendendo due assessorati a Palazzo Dogana.
Chiediamo coerenza al Presidente Pepe o si rischia di gettare alle ortiche una vittoria storica.



GRUPPO CONSILIARE LA DESTRA
 
 
CONVEGNO ASSOCIAZIONE DONNE PER LA SICUREZZA DEL 25 GIUGNO 2010

locandina_rosa.jpg"Donne in sicurezza" è il titolo del primo convegno nazionale dell'associazione onlus "Donne per la sicurezza", organizzato in collaborazione con il III Municipio di Roma, che si svolgerà venerdì 25 giugno a Roma, a partire dalle ore 16,30, presso la sala convegni del Centro sportivo Artiglio, in via Boemondo 7.
Sono previsti, tra gli altri, gli interventi dell'On. Dario Rossin Cons. Comune di Roma, On. R. Buonasorte cons. regione Lazio, del prof. Antonio Lo Iacono, direttore dell'Istituto di Psicoterapia PsicoUmanitas del Miur, dell'avvocato penalista Andrea Piccioni, del prof. Marco Giangiuliani, preparatore atletico dell'Accademia "Tribe Jiu-Jitsu Roma", di Salvatore De Maio, appuntato dei Carabinieri, e del Dr. Alessandro Nanni della Polizia di Stato.

"Vogliamo fare una riflessione approfondita sulle violenze che subiscono le donne - ha affermato la presidente dell'associazione "Donne per la sicurezza", Barbara Cerusico - parlando in particolare di stupro, un crimine orrendo che deve essere punito in maniera esemplare. Dobbiamo insegnamo ai nostri figli il rispetto per il prossimo e la necessità di seguire le regole, senza le quali la società è destinata a morire".


Per contatto: segreteria associazione 338 1797411 - email: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
In allegato il programma dell'evento. La partecipazione al convegno è gratuita

 

depliant_avanti.jpg

 

 

depliant_retro.jpg

 

 
SLA: LA SANITÀ, NON È UGUALE PER TUTTI
SLA un male terribile con un’assistenza inadeguata. La sclerosi laterale amiotrofica, è una malattia degenerativa e progressiva del sistema nervoso che colpisce selettivamente i cosiddetti neuroni di moto. Quanti malati di SLA ci sono in Italia nessuno ce lo sa dire, ma sappiamo per certo che parliamo di una patologia devastante, con un percorso lungo e doloroso per il malato e i suoi familiari, che per garantire un decorso e un assistenza dignitosa sono costretti, oltre a condividere le sofferenze dei propri cari, anche spese sempre più ingenti. Solo in due regioni del nord ( Veneto e Lombardia ) li prende in carico e offre loro, un aiuto economico, perché nelle altri regioni, vengono pressoché dimenticati. Questo è quanto è emerso da uno studio promosso da Fiaso (Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere) presentato in questi giorni a Milano ad un convegno, in occasione della settimana di lotta alla SLA. L'analisi dei ricercatori parte dal primo stadio che,
  secondo gli esperti, è anche "uno dei più delicati": la diagnosi. Non è una questione di tempi (45 minuti in media vengono dedicati al colloquio), ma di qualità della comunicazione. In alcune delle strutture che hanno aderito allo studio, il colloquio avviene in corsia (succede nel 29% dei casi), non in un luogo dedicato (come avviene nel restante 71%). Il paziente si trova davanti un neurologo che spiega la situazione, ma solo nel 29% dei casi può fare affidamento su uno psicologo. Spesso si usano termini tecnici e poco accessibili, e la famiglia "è costretta ad affannose ricerche su enciclopedie mediche ed Internet per cercare di svelare mezze verità", sottolineano gli esperti. Un esempio? "Si parla di Malattia del motoneurone anziché di SLA", spiegano. Le aziende sanitarie e ospedaliere coinvolte nella ricerca non fanno distinzione tra pazienti con SLA e pazienti con malattie neuromuscolari, tutti ricoverati in reparti di neurologia. L'80% ha una sezione dedicata all'int  erno del reparto, ma "in molti dei centri visitati gli spazi!
  risulta
no essere insufficienti", continuano gli esperti. E la protesta più frequente da parte dei familiari è dovuta al fatto che persone in fasi molto diverse della malattia si trovano a condividere la stessa stanza. Quanto alle liste d'attesa, si viaggia a una media di "30 giorni che diventano però 60 per i centri specialistici", proseguono i ricercatori. La durata media dei ricoveri è di 19,5 giorni, con un range che va da 10 a 45,5 giorni. E se è vero che l'80% dei pazienti in fase terminale preferisce tornare a casa, l'indagine evidenzia "l'assenza di posti letto dedicati al fine vita". I familiari vengono spesso trascurati: solo il 33% dei centri dichiara di avere spazi dedicati alle attività personali dei 'caregiver' e nel 71% dei casi non esistono soluzioni residenziali a supporto dei familiari. Spiccano invece come vincenti i modelli di assistenza territoriale di Lombardia e Veneto che riescono a garantire una presa in carico globale del paziente e un supporto ai parenti. I  n Lombardia ai malati di SLA viene assegnato un voucher socio-sanitario che l'assistito può spendere acquistando prestazioni da un elenco di enti accreditati. Il sistema sussidiario tra pubblico-privato e no profit "alleggerisce le famiglie di una parte dei costi per l'assistenza privata. Che sono notevoli: la SLA - rileva lo studio - pesa sui bilanci delle famiglie per oltre 15 mila euro nella fase iniziale della malattia e per 65 mila in quella finale". Le Asl lombarde programmano, coordinano e controllano le attività di assistenza domiciliare. In tutti i centri si punta a far tornare a casa il paziente, aiutando la famiglia e formando i caregiver per assisterlo. Una recente normativa regionale prevede poi la gratuità dei 'ricoveri di sollievo' fino a 90 giorni l'anno in Rsa (Residenze sanitarie per anziani) e Rsd (Residenze sanitarie per disabili). In Veneto invece l'attivazione dell'assistenza domiciliare spetta al medico di famiglia che è il case manager, 'angelo custod  e' dei pazienti. Il servizio viene poi erogato dalle stesse !
 Asl. Nei
 distretti sanitari sono istituite delle commissioni per la valutazione e l'elaborazione dei progetti assistenziali per i non autosufficienti: se le condizioni lo consentono si preferiscono le cure domiciliari o i servizi diurni. In caso contrario si prevede l'inserimento in Rsa, con un punteggio per l'accesso. I malati veneti di SLA vengono assistiti a 360 gradi integrando servizi e figure professionali: dal medico di famiglia all'infermiere di servizio assistenziale a domicilio, fino agli specialisti. Lo studio conclude con alcuni consigli per migliorare l'assistenza, dall'alleanza con le associazioni dei pazienti alla creazione di un elenco riconosciuto dei badanti 'professionisti', fino a una maggiore formazione e a protocolli specifici per la SLA. Senza dimenticare le campagne informative con testimonial d'impatto come i calciatori. L'obiettivo - commenta il vice presidente di Fiaso e direttore generale dell'Asl di Milano, Giacomo Walter Locatelli - è aggiungere qualità  agli anni di vita. La SLA è una malattia ancora difficile da diagnosticare, visto che in media tra i primi sintomi e la diagnosi trascorrono oltre 400 giorni, ma gli ultimi successi della medicina consentono una sopravvivenza che va estendendosi oltre i 3-5 anni fino ad oggi indicati dalla letteratura scientifica. Le Regioni e le aziende sanitarie devono dunque attrezzarsi a gestire la malattia". Auspico quindi, alla luce di questi dati che il nuovo consiglio Regionale del Lazio, rappresentato egregiamente dai consiglieri de la Destra Francesco Storace e Roberto Buonasorte, conducano un seria battaglia affinché anche nella nostra Regione, questi cosiddetti “malati invisibili” possano essere assistiti dignitosamente, come avviene in Lombardia e Veneto.

Maurizio Brugiatelli
dirigente nazionale
settore volontariato
 
MONDIALI: CONSIGLIERE REGIONALE CAMPANIA,BOSSI?VA INTERDETTO
mondiali_calcio.jpg"Umberto Bossi? Andrebbe interdetto". Non ha dubbi Carlo Aveta, consigliere regionale de La Destra in Campania, in merito alle dichiarazioni del leader del Carroccio, sulla nazionale azzurra impegnata ai mondiali in Sud Africa.
'Umberto Bossi? Lo dico chiaro e tondo: lui e il figlio andrebbero interdetti. Uno fa strane allusioni su compravendite di partite, l'altro addirittura fa il tifo per la Padania.
Affermazioni gravissime, per non dire disfattiste e irresponsabili. Simili faziosità - aggiunge Aveta - fanno male, non solo al mondo dello sport, ma anche all'idea stessa di unita' nazionale che, all'opposto, andrebbe salvaguardata, non vilipesa e messa in discussione ogni qualvolta ci torna comodo.
 
CASA, PUNTARE SU VITALIZIO IPOTECARIO

 vitalizio-ipotecario.jpg

Roma – Convegno ‘Politiche abitative – Prestito vitalizio ipotecario, una delle soluzioni?’, promosso dall’Associazione Athena, in collaborazione con l’Anci.

L’ipotesi del vitalizio ipotecario è assolutamente valida, non solo per gli anziani, ma anche per i più giovani.
L’allungamento dell’età non dev’essere una punizione e, dunque, ben vengano strumenti nuovi, in grado di garantire una vecchiaia più serena a chi possiede una casa. Col vitalizio ipotecario, infatti, l’abitazione diventa di fatto il garante per ottenere una rendita mensile, che può essere sommata alla pensione.

In questo modo, l’anziano può vivere più serenamente, senza bisogno di alienare la sua proprietà e consentendo agli eredi di scegliere, poi, se rimborsare l’intero capitale e mantenere l’appartamento o vendere.

Stessa cosa può avvenire per un giovane, magari anche disoccupato, che eredita un appartamento e non è in grado di mantenerlo. Piuttosto che svenderlo, per affrontare l’emergenza del momento, può ricavare un vitalizio, facendo ipotecare l’immobile, e nel corso della vita sarà più libero di scegliere se vendere o meno.

Teodoro Buontempo

 
TERMINI IMERESE CHIUDE. POMIGLIANO E’ SOTTO ATTACCO.
IL DIKTAT DELLA FIAT E IL RISORGERE DEL CONFLITTO TRA CAPITALE E LAVORO.
CERCARE UNA “TERZA VIA” (LA COGESTIONE) PER RIFORMARE IL CAPITALISMO.

di Massimo Scalfati (La Destra – Napoli)


Da quando all’inizio degli anni ’90 finalmente crollarono i regimi comunisti che avevano tiranneggiato l’Europa Orientale, e con lo scioglimento dell’Unione Sovietica, sembrò che il mondo fosse incamminato verso un futuro roseo. Ma fu allora che apparve evidente la protervia del capitalismo (altra faccia della stessa medaglia di cui faceva parte il comunismo).
Con arroganza lo storico Francis Fukuyama scrisse il saggio “La fine della storia”, in cui vedeva l’estinzione della dialettica storica, ma in maniera diametralmente opposta rispetto a quegli intellettuali “progressisti” di tutto il mondo, i quali, dall’800 in poi, avevano teorizzato un’evoluzione delle società moderne verso un solo modello: il socialismo. Anche Fukuyama riteneva che il processo di modernizzazione sarebbe stato unico e coerente in tutto il mondo, però non con il socialismo, bensì con la liberaldemocrazia e l’economia di mercato come le sole possibili.
Insomma, se il  mondo non era diventato tutto comunista (come avevano invano auspicavano i profeti di quella sciagurata ideologia) esso sarebbe diventato, per forza, tutto liberista e capitalista, come andavano affermando i cantori di un neoliberismo senza regole, intollerante del ruolo dello Stato, prostrato dinanzi al mito del “libero mercato”, come ad una nuova religione, foriero di sperequazioni sociali e di nuove povertà.

E così abbiamo assistito allo smantellamento della concezione di Stato (qualcuno osava dire con enfasi: “meno Stato più mercato”), alla perdita delle garanzie del lavoro accumulate in un secolo di lotte sociali, a nuove legislazioni che hanno precarizzato il rapporto di lavoro e le condizioni di sicurezza sul lavoro e perfino creato le condizioni per le “morti bianche”.

Dinanzi alla protervia del neoliberismo economico e dell’economia capitalista globalizzata, la DESTRA SOCIALE INSORGE E RIVENDICA LA DIGNITA’ DEL LAVORO, PROPONENDO UN NUOVO MODELLO DI RAPPORTO TRA IMPRENDITORI E LAVORATORI, BASATO SULLA “COGESTIONE”, CIOE’ SULLA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI ALLA GESTIONE DELLE IMPRESE.

LA DESTRA SOCIALE PROPONE UNA “TERZA VIA” TRA CAPITALISMO E COLLETTIVISMO, UNA VIA DEL TUTTO ALTERNATIVA RISPETTO SIA AL LIBERISMO SIA AL COMUNISMO, CHE SI SONO DIMOSTRATI DUE IDEOLOGIE DI MATRICE ILLUMINISTICA, FONDATE SUGLI STESSI PRESUPPOSTI E QUINDI DUE FACCE DI UNA STESSA MEDAGLIA.
 
E’ opportuno ricordare, quindi, alcuni esperimenti e proposte, tesi alla realizzazione di una “terza via” ed apparsi in vari momenti della storia europea, in contesti tra i più disparati e sotto latitudini ideologico-politiche perfino antitetiche.

Innanzitutto, è doveroso ricordare che la forma comunitaria, cooperativa ed antindividualistica dell’economia, fu già posta in rilevo da Mazzini (G. Mazzini - I doveri dell’uomo – introduzione di G. Accame – Asefi Editoriale, Milano, 1995, cap. 11, Questione economica, parte II) a proposito dell’associazionismo imprenditoriale tra lavoratori e delle cooperative, da lui portati ad esempio dell’auspicabile incontro tra capitale e lavoro.
Poi, la Carta del Carnaro (Fiume 1919), che fu la Costituzione dello Stato libero di Fiume, scritta a quattro mani da Alceste De Ambris, socialista, e da Gabriele D’Annunzio, nazionalista, conteneva la felice intuizione dell’incontro tra il Socialismo e la Nazione, che trasformava il vecchio concetto marxista di lotta di classe nella nuova concezione dell’incontro tra “produttori” (imprenditori e lavoratori).
Questa intuizione fu ripresa da Mussolini nel Manifesto di Piazza San Sepolcro (marzo 1919), documento ideologico del nascente Fascismo, nato da una scissone del Partito Socialista e dal filone fecondo del sindacalismo rivoluzionario d’ispirazione soreliana.
Questi programmi, trovano, poi, una concreta attuazione nella legislazione della “Carta del Lavoro” del 1927, che sanciva un nuovo tipo di rapporti tra imprenditori e lavoratori, non più conflittuale come nell’ottica marxista della lotta di classe, ma di cooperazione tra “produttori”. Fu una nuova teoria evolutiva del rapporto di lavoro: dal sinallagma tra prestazioni lavorative in cambio di salario (che considerava il lavoro come una “merce”), alla partecipazione istituzionale dei lavoratori alla produzione. Da quel documento fondamentale derivò, negli anni ’30, tutta la legislazione sociale, con la previdenza e l’assistenza, la tutela delle condizioni di lavoro, ecc..
Poi, non va dimenticato il Decreto Legge del 1944, emanato da Governo della Repubblica Sociale Italiana, concernente la “socializzazione” delle imprese, il quale prevedeva la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, attraverso la presenza negli organi aziendali (assemblea, consiglio di gestione, ecc.) con un numero di membri pari a quelli del capitale. Questa legge fu scritta da Mussolini e dai suoi vecchi compagni socialisti Carlo Silvestri e Nicola Bombacci. Essa rappresentò l’attuazione del Manifesto di Verona del 17.11.1943, il quale, tra l’altro, prevedeva: “In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili, tra il fondo di riserva, il frutto di capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i consigli d’amministrazione con consigli di gestione, composti di tecnici e di operai, con un rappresentante dello Stato; in altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale”.
Con la “socializzazione” delle imprese si cercò, sia pure nel turbine degli ultimi mesi della guerra e in prossimità della tragica fine di tutti i protagonisti di quella particolare esperienza che fu la R.S.I., di lanciare un messaggio ai posteri.
Da quelle esperienze (o meglio da quei tentativi, poiché la guerra mondiale non lasciò il tempo di sperimentare la “terza via” tra capitalismo e collettivismo che l’Italia voleva attuare), poi, sono nati poi altri esperimenti, proposte e perfino legislazioni nel secondo dopoguerra. E ciò è accaduto in contesti tra i più disparati e sotto latitudini ideologico-politiche perfino antitetiche, a riprova della grande validità ed attualità delle “intuizioni sociali” dell’anteguerra.
Innanzitutto, l’idea di uno Stato sociale del lavoro si ritrova nella Costituzione della Repubblica Italiana del 1948, che ammette la libera iniziativa economica e la proprietà privata purché indirizzate a fini sociali (art. 41 e 42). A giudizio unanime degli studiosi di diritto costituzionale, la nostra Costituzione è tra le migliori del mondo, per impianto e per valori.
Non va dimenticato, inoltre, che la Repubblica Federale Tedesca, sin dal periodo della ricostruzione postbellica, si è caratterizzata proprio per un modello di economia sociale (il cd. capitalismo renano) ispirato ai principi solidaristici cristiani. In particolare, in Germania, con una legge del 1951, fu perfino attua la “mitbestimmung” (o cogestione), la quale consisteva in una forma di partecipazione democratica dei lavoratori alla gestione delle imprese, attraverso la loro presenza nel “Consiglio di sorveglianza”, a cui spettava, tra l’altro, anche la nomina e revoca dell’organo direttivo. Per comprendere a fondo il reale grado di partecipazione è necessario ricordare che la cogestione in Germania implica una struttura aziendale bipartita: da un lato un consiglio direttivo e dall’altro un consiglio di sorveglianza con il compito di controllare le decisioni del primo. I poteri del consiglio di sorveglianza comprendono la nomina e la rimozione dei membri della direzione, l’approvazione dei bilanci della società (ove ciò sia previsto dallo statuto dell’impresa), nonché poteri consultivi e di approvazione per quanto riguarda tutte le decisioni più importanti, come, ad esempio, investimenti, acquisti, licenziamenti, concorrenza, ecc. La rappresentanza dei lavoratori è eletta da tutti i dipendenti dell’azienda; in ogni caso sia i sindacati sia i comitati d’impresa possono avanzare proposte di candidature, ma ai sindacati non è riconosciuto un potere diretto di nomina. La legge sulla cogestione fu approvata appena due anni dopo la nascita della Repubblica Federale Tedesca (1949) e testimonia del corale sforzo verso la ricostruzione e della prevalenza dell’interesse generale che non lasciava spazio a posizioni di irresponsabile conflittualità nel mondo produttivo. Anche in Olanda fu varata una legge analoga, mentre, com’è noto, Gran Bretagna, Italia, Francia hanno avuto, purtroppo, modelli di relazioni sociali improntati ad un’ottica di antagonismo di interessi tra datori di lavoro e lavoratori.
Inoltre, per onestà, non va sottaciuto che nella Jugoslavia di Tito fu attuata l’autogestione, quale variante eretica del socialismo, che nacque con la Legge sulla gestione delle imprese economiche statali e delle organizzazioni economiche superiori del 1950. La legge del 27.6.1950 introdusse una prima limitata forma di autogestione operaia nelle imprese jugoslave. L’autogestione jugoslava subì negli anni tutta una serie di aggiustamenti, tesi ad aumentare i poteri dei consigli operai e a renderla compatibile con le necessità dell’economia moderna, culminati nella costituzione di un vero e proprio socialismo di mercato a partire dal 1965 e nella creazione di una peculiare forma di “pianificazione autogestita” a partire dal 1976. Queste riforme, che si muovevano nel senso dell’autogestione sociale dei mezzi di produzione in campo economico e dell’autogoverno del territorio in campo politico, anche se furono realizzate in una misura tale da non mettere in discussione il potere e il dominio di classe della burocrazia politica titoista, ebbero senz’altro una importanza fondamentale. L’esperienza Jugoslava di teorizzazione e realizzazione di una forma di autogestione sociale all'interno delle aziende pubbliche, infatti, anche se era espressione delle esigenze della nuova classe sociale dominante di quel paese, permetteva perfino alla Sinistra di prendere coscienza del fatto, che “proprietà statale” e “proprietà sociale”, per dirla con Edvard Kardelj – il grande architetto della progressiva destrutturazione del capitalismo di Stato jugoslavo –, non sono la stessa cosa, esattamente come non lo sono il socialismo e il capitalismo di Stato. In quel paese si era creato un sistema sociale che combinava i principi dell’autogestione sociale, cioè della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese pubbliche, del mercato e di prime embrionali forme di istituzioni di autogoverno del territorio, che fossero diretta espressione di tutte le realtà produttive e sociali presenti nel territorio. I particolare, le imprese autogestite, a partire dal 1965, erano relativamente autonome dal punto di vista finanziario rispetto al centro e si facevano concorrenza tra di loro in una forma peculiare di mercato opportunamente regolato da nuove forme di pianificazione dal basso.
Inoltre, vanno ricordate le proposte dell’economista cecoslovacco Ota Sik, vicino ad Alexander Dubcek, maturate nel clima culturale e politico della primavera di Praga del 1968. Sik fu l’ideatore delle riforme economiche degli anni '60, alla ricerca di una sintesi tra economia pianificata ed economia di mercato.
Infine, per rimanere in tema, non va dimenticato, inoltre, l’esperimento del cd. “azionariato operaio” nella Francia degli anni ’50 e ’60, che consisteva nel dare ai lavoratori alcune azioni dell’impresa, quale premio di produzione alla fine d’anno, rendendoli, in tal modo, comproprietari (e corresponsabili) della stessa.
Tutti questi esperimenti e proposte, che potremmo definire “terza via” tra capitalismo privato e capitalismo di stato, tra libero mercato e programmazione economica statale, tendevano alla creazione di una “economia sociale”, nella quale i produttori fossero protagonisti.
Si tratta di modelli vari, sovente sperimentali, legati a diverse e perfino contrastanti esperienze storico-politiche, ma con la comune caratteristica di essere nati nel seno della cultura europea continentale e perciò di essere lontanissimi dal modello monocorde del liberismo anglosassone, il quale, oggi, sembra essere entrato in crisi, proprio nel momento della sua massima diffusione sul piano globale.
E’ tra quegli esperimenti e proposte di una “economia sociale”, che, oggi, vanno cercate le soluzioni ai gravi problemi che incombono sull’Italia e sull’Europa, per porre un rimedio ai guasti della globalizzazione economica, attuata malamente negli ultimi anni secondo il solo modello neoliberista.

In particolare, oggi, dinanzi al diktat della Fiat sui lavoratori di Pomigliano d’Arco (“o accettate il piano industriale, oppure la fabbrica chiude”), la risposta deve consistere nella rivendicazione di una nuova legislazione che preveda la “cogestione” delle imprese, com’è in Germania. I lavoratori devono potere partecipare alle decisioni strategiche dell’impresa in cui lavorano e da cui dipende il destino delle loro famiglie. Non è ammissibile che l’arroganza di un tecnocrate come Marchionne finisca per dettare legge.
E’ questa l’occasione per affermare che il capitalismo va riformato.
O esso accetterà l’idea della “cogestione”, o sarà durissimo conflitto sociale.
E la Destra sociale starà dalla parte dei Lavoratori, nelle fabbriche, nelle piazze o dovunque si porterà il livello di scontro.

E se il capitalismo vorrà chiudere una fabbrica in Italia per aprirla in qualche altra parte del mondo, dove il lavoro è sottopagato, non ci sono le garanzie previdenziali ed assistenziali, le condizioni di sicurezza antinfortunistica, ebbene i lavoratori dovranno insorgere, anche nelle altre Nazioni. Forse Marx aveva ragione nel dire: “Proletari di tutto il mondo, unitevi”. Ed aveva ragione anche Mussolini quando settanta anni fa (10 giugno 1940) proclamò la guerra anticapitalistica ed antimperialista “contro le potenze plutocratiche dell’occidente”.

Oggi, siamo ad uno snodo cruciale della storia. La globalizzazione capitalistica sta mostrando il suo vero volto di prevaricazione e di sfruttamento. Ma la stessa globalizzazione sta mostrando le sue prime crepe: dalla crisi finanziaria, alle tenzioni etnoculturali nel mondo, ai conflitti locali sempre più numerosi.
Occorre operare affinché il disegno perverso dei fautori di questa globalizzazione fallisca ovunque nel mondo.


 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 34 - 44 di 478