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IL DIKTAT DELLA FIAT E IL RISORGERE DEL CONFLITTO TRA CAPITALE E LAVORO.
CERCARE UNA “TERZA VIA” (LA COGESTIONE) PER RIFORMARE IL CAPITALISMO.
di Massimo Scalfati (La Destra – Napoli)
Da quando all’inizio degli anni ’90 finalmente crollarono i regimi comunisti che avevano tiranneggiato l’Europa Orientale, e con lo scioglimento dell’Unione Sovietica, sembrò che il mondo fosse incamminato verso un futuro roseo. Ma fu allora che apparve evidente la protervia del capitalismo (altra faccia della stessa medaglia di cui faceva parte il comunismo).
Con arroganza lo storico Francis Fukuyama scrisse il saggio “La fine della storia”, in cui vedeva l’estinzione della dialettica storica, ma in maniera diametralmente opposta rispetto a quegli intellettuali “progressisti” di tutto il mondo, i quali, dall’800 in poi, avevano teorizzato un’evoluzione delle società moderne verso un solo modello: il socialismo. Anche Fukuyama riteneva che il processo di modernizzazione sarebbe stato unico e coerente in tutto il mondo, però non con il socialismo, bensì con la liberaldemocrazia e l’economia di mercato come le sole possibili.
Insomma, se il mondo non era diventato tutto comunista (come avevano invano auspicavano i profeti di quella sciagurata ideologia) esso sarebbe diventato, per forza, tutto liberista e capitalista, come andavano affermando i cantori di un neoliberismo senza regole, intollerante del ruolo dello Stato, prostrato dinanzi al mito del “libero mercato”, come ad una nuova religione, foriero di sperequazioni sociali e di nuove povertà.
E così abbiamo assistito allo smantellamento della concezione di Stato (qualcuno osava dire con enfasi: “meno Stato più mercato”), alla perdita delle garanzie del lavoro accumulate in un secolo di lotte sociali, a nuove legislazioni che hanno precarizzato il rapporto di lavoro e le condizioni di sicurezza sul lavoro e perfino creato le condizioni per le “morti bianche”.
Dinanzi alla protervia del neoliberismo economico e dell’economia capitalista globalizzata, la DESTRA SOCIALE INSORGE E RIVENDICA LA DIGNITA’ DEL LAVORO, PROPONENDO UN NUOVO MODELLO DI RAPPORTO TRA IMPRENDITORI E LAVORATORI, BASATO SULLA “COGESTIONE”, CIOE’ SULLA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI ALLA GESTIONE DELLE IMPRESE.
LA DESTRA SOCIALE PROPONE UNA “TERZA VIA” TRA CAPITALISMO E COLLETTIVISMO, UNA VIA DEL TUTTO ALTERNATIVA RISPETTO SIA AL LIBERISMO SIA AL COMUNISMO, CHE SI SONO DIMOSTRATI DUE IDEOLOGIE DI MATRICE ILLUMINISTICA, FONDATE SUGLI STESSI PRESUPPOSTI E QUINDI DUE FACCE DI UNA STESSA MEDAGLIA.
E’ opportuno ricordare, quindi, alcuni esperimenti e proposte, tesi alla realizzazione di una “terza via” ed apparsi in vari momenti della storia europea, in contesti tra i più disparati e sotto latitudini ideologico-politiche perfino antitetiche.
Innanzitutto, è doveroso ricordare che la forma comunitaria, cooperativa ed antindividualistica dell’economia, fu già posta in rilevo da Mazzini (G. Mazzini - I doveri dell’uomo – introduzione di G. Accame – Asefi Editoriale, Milano, 1995, cap. 11, Questione economica, parte II) a proposito dell’associazionismo imprenditoriale tra lavoratori e delle cooperative, da lui portati ad esempio dell’auspicabile incontro tra capitale e lavoro.
Poi, la Carta del Carnaro (Fiume 1919), che fu la Costituzione dello Stato libero di Fiume, scritta a quattro mani da Alceste De Ambris, socialista, e da Gabriele D’Annunzio, nazionalista, conteneva la felice intuizione dell’incontro tra il Socialismo e la Nazione, che trasformava il vecchio concetto marxista di lotta di classe nella nuova concezione dell’incontro tra “produttori” (imprenditori e lavoratori).
Questa intuizione fu ripresa da Mussolini nel Manifesto di Piazza San Sepolcro (marzo 1919), documento ideologico del nascente Fascismo, nato da una scissone del Partito Socialista e dal filone fecondo del sindacalismo rivoluzionario d’ispirazione soreliana.
Questi programmi, trovano, poi, una concreta attuazione nella legislazione della “Carta del Lavoro” del 1927, che sanciva un nuovo tipo di rapporti tra imprenditori e lavoratori, non più conflittuale come nell’ottica marxista della lotta di classe, ma di cooperazione tra “produttori”. Fu una nuova teoria evolutiva del rapporto di lavoro: dal sinallagma tra prestazioni lavorative in cambio di salario (che considerava il lavoro come una “merce”), alla partecipazione istituzionale dei lavoratori alla produzione. Da quel documento fondamentale derivò, negli anni ’30, tutta la legislazione sociale, con la previdenza e l’assistenza, la tutela delle condizioni di lavoro, ecc..
Poi, non va dimenticato il Decreto Legge del 1944, emanato da Governo della Repubblica Sociale Italiana, concernente la “socializzazione” delle imprese, il quale prevedeva la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, attraverso la presenza negli organi aziendali (assemblea, consiglio di gestione, ecc.) con un numero di membri pari a quelli del capitale. Questa legge fu scritta da Mussolini e dai suoi vecchi compagni socialisti Carlo Silvestri e Nicola Bombacci. Essa rappresentò l’attuazione del Manifesto di Verona del 17.11.1943, il quale, tra l’altro, prevedeva: “In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili, tra il fondo di riserva, il frutto di capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i consigli d’amministrazione con consigli di gestione, composti di tecnici e di operai, con un rappresentante dello Stato; in altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale”.
Con la “socializzazione” delle imprese si cercò, sia pure nel turbine degli ultimi mesi della guerra e in prossimità della tragica fine di tutti i protagonisti di quella particolare esperienza che fu la R.S.I., di lanciare un messaggio ai posteri.
Da quelle esperienze (o meglio da quei tentativi, poiché la guerra mondiale non lasciò il tempo di sperimentare la “terza via” tra capitalismo e collettivismo che l’Italia voleva attuare), poi, sono nati poi altri esperimenti, proposte e perfino legislazioni nel secondo dopoguerra. E ciò è accaduto in contesti tra i più disparati e sotto latitudini ideologico-politiche perfino antitetiche, a riprova della grande validità ed attualità delle “intuizioni sociali” dell’anteguerra.
Innanzitutto, l’idea di uno Stato sociale del lavoro si ritrova nella Costituzione della Repubblica Italiana del 1948, che ammette la libera iniziativa economica e la proprietà privata purché indirizzate a fini sociali (art. 41 e 42). A giudizio unanime degli studiosi di diritto costituzionale, la nostra Costituzione è tra le migliori del mondo, per impianto e per valori.
Non va dimenticato, inoltre, che la Repubblica Federale Tedesca, sin dal periodo della ricostruzione postbellica, si è caratterizzata proprio per un modello di economia sociale (il cd. capitalismo renano) ispirato ai principi solidaristici cristiani. In particolare, in Germania, con una legge del 1951, fu perfino attua la “mitbestimmung” (o cogestione), la quale consisteva in una forma di partecipazione democratica dei lavoratori alla gestione delle imprese, attraverso la loro presenza nel “Consiglio di sorveglianza”, a cui spettava, tra l’altro, anche la nomina e revoca dell’organo direttivo. Per comprendere a fondo il reale grado di partecipazione è necessario ricordare che la cogestione in Germania implica una struttura aziendale bipartita: da un lato un consiglio direttivo e dall’altro un consiglio di sorveglianza con il compito di controllare le decisioni del primo. I poteri del consiglio di sorveglianza comprendono la nomina e la rimozione dei membri della direzione, l’approvazione dei bilanci della società (ove ciò sia previsto dallo statuto dell’impresa), nonché poteri consultivi e di approvazione per quanto riguarda tutte le decisioni più importanti, come, ad esempio, investimenti, acquisti, licenziamenti, concorrenza, ecc. La rappresentanza dei lavoratori è eletta da tutti i dipendenti dell’azienda; in ogni caso sia i sindacati sia i comitati d’impresa possono avanzare proposte di candidature, ma ai sindacati non è riconosciuto un potere diretto di nomina. La legge sulla cogestione fu approvata appena due anni dopo la nascita della Repubblica Federale Tedesca (1949) e testimonia del corale sforzo verso la ricostruzione e della prevalenza dell’interesse generale che non lasciava spazio a posizioni di irresponsabile conflittualità nel mondo produttivo. Anche in Olanda fu varata una legge analoga, mentre, com’è noto, Gran Bretagna, Italia, Francia hanno avuto, purtroppo, modelli di relazioni sociali improntati ad un’ottica di antagonismo di interessi tra datori di lavoro e lavoratori.
Inoltre, per onestà, non va sottaciuto che nella Jugoslavia di Tito fu attuata l’autogestione, quale variante eretica del socialismo, che nacque con la Legge sulla gestione delle imprese economiche statali e delle organizzazioni economiche superiori del 1950. La legge del 27.6.1950 introdusse una prima limitata forma di autogestione operaia nelle imprese jugoslave. L’autogestione jugoslava subì negli anni tutta una serie di aggiustamenti, tesi ad aumentare i poteri dei consigli operai e a renderla compatibile con le necessità dell’economia moderna, culminati nella costituzione di un vero e proprio socialismo di mercato a partire dal 1965 e nella creazione di una peculiare forma di “pianificazione autogestita” a partire dal 1976. Queste riforme, che si muovevano nel senso dell’autogestione sociale dei mezzi di produzione in campo economico e dell’autogoverno del territorio in campo politico, anche se furono realizzate in una misura tale da non mettere in discussione il potere e il dominio di classe della burocrazia politica titoista, ebbero senz’altro una importanza fondamentale. L’esperienza Jugoslava di teorizzazione e realizzazione di una forma di autogestione sociale all'interno delle aziende pubbliche, infatti, anche se era espressione delle esigenze della nuova classe sociale dominante di quel paese, permetteva perfino alla Sinistra di prendere coscienza del fatto, che “proprietà statale” e “proprietà sociale”, per dirla con Edvard Kardelj – il grande architetto della progressiva destrutturazione del capitalismo di Stato jugoslavo –, non sono la stessa cosa, esattamente come non lo sono il socialismo e il capitalismo di Stato. In quel paese si era creato un sistema sociale che combinava i principi dell’autogestione sociale, cioè della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese pubbliche, del mercato e di prime embrionali forme di istituzioni di autogoverno del territorio, che fossero diretta espressione di tutte le realtà produttive e sociali presenti nel territorio. I particolare, le imprese autogestite, a partire dal 1965, erano relativamente autonome dal punto di vista finanziario rispetto al centro e si facevano concorrenza tra di loro in una forma peculiare di mercato opportunamente regolato da nuove forme di pianificazione dal basso.
Inoltre, vanno ricordate le proposte dell’economista cecoslovacco Ota Sik, vicino ad Alexander Dubcek, maturate nel clima culturale e politico della primavera di Praga del 1968. Sik fu l’ideatore delle riforme economiche degli anni '60, alla ricerca di una sintesi tra economia pianificata ed economia di mercato.
Infine, per rimanere in tema, non va dimenticato, inoltre, l’esperimento del cd. “azionariato operaio” nella Francia degli anni ’50 e ’60, che consisteva nel dare ai lavoratori alcune azioni dell’impresa, quale premio di produzione alla fine d’anno, rendendoli, in tal modo, comproprietari (e corresponsabili) della stessa.
Tutti questi esperimenti e proposte, che potremmo definire “terza via” tra capitalismo privato e capitalismo di stato, tra libero mercato e programmazione economica statale, tendevano alla creazione di una “economia sociale”, nella quale i produttori fossero protagonisti.
Si tratta di modelli vari, sovente sperimentali, legati a diverse e perfino contrastanti esperienze storico-politiche, ma con la comune caratteristica di essere nati nel seno della cultura europea continentale e perciò di essere lontanissimi dal modello monocorde del liberismo anglosassone, il quale, oggi, sembra essere entrato in crisi, proprio nel momento della sua massima diffusione sul piano globale.
E’ tra quegli esperimenti e proposte di una “economia sociale”, che, oggi, vanno cercate le soluzioni ai gravi problemi che incombono sull’Italia e sull’Europa, per porre un rimedio ai guasti della globalizzazione economica, attuata malamente negli ultimi anni secondo il solo modello neoliberista.
In particolare, oggi, dinanzi al diktat della Fiat sui lavoratori di Pomigliano d’Arco (“o accettate il piano industriale, oppure la fabbrica chiude”), la risposta deve consistere nella rivendicazione di una nuova legislazione che preveda la “cogestione” delle imprese, com’è in Germania. I lavoratori devono potere partecipare alle decisioni strategiche dell’impresa in cui lavorano e da cui dipende il destino delle loro famiglie. Non è ammissibile che l’arroganza di un tecnocrate come Marchionne finisca per dettare legge.
E’ questa l’occasione per affermare che il capitalismo va riformato.
O esso accetterà l’idea della “cogestione”, o sarà durissimo conflitto sociale.
E la Destra sociale starà dalla parte dei Lavoratori, nelle fabbriche, nelle piazze o dovunque si porterà il livello di scontro.
E se il capitalismo vorrà chiudere una fabbrica in Italia per aprirla in qualche altra parte del mondo, dove il lavoro è sottopagato, non ci sono le garanzie previdenziali ed assistenziali, le condizioni di sicurezza antinfortunistica, ebbene i lavoratori dovranno insorgere, anche nelle altre Nazioni. Forse Marx aveva ragione nel dire: “Proletari di tutto il mondo, unitevi”. Ed aveva ragione anche Mussolini quando settanta anni fa (10 giugno 1940) proclamò la guerra anticapitalistica ed antimperialista “contro le potenze plutocratiche dell’occidente”.
Oggi, siamo ad uno snodo cruciale della storia. La globalizzazione capitalistica sta mostrando il suo vero volto di prevaricazione e di sfruttamento. Ma la stessa globalizzazione sta mostrando le sue prime crepe: dalla crisi finanziaria, alle tenzioni etnoculturali nel mondo, ai conflitti locali sempre più numerosi.
Occorre operare affinché il disegno perverso dei fautori di questa globalizzazione fallisca ovunque nel mondo.
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