Sabato, 31 Luglio 2010
Dall'Afghanistan alla Georgia, anatomia della corsa al petrolio  Segnala

Dall’ Afghanistan alla Georgia, passando per l’Iraq, tutto ruota attorno al possesso o allo sfruttamento delle risorse petrolifere. Non è certo una novità. Da che esiste l’umanità raziocinante le guerre si sono combattute quasi esclusivamente per fini economici e non certo “spirituali” o “ideali”. Nemmeno le crociate lo furono. Del resto non è un caso se Analisti, politologi, economisti e sociologi, giornalisti e politici, spesso in contrasto tra loro, stavolta concordano. E’ un coro che si leva alto: il Terzo Millennio ha avuto inizio quel maledetto 11 settembre. Eppure in questo bailamme di dichiarazioni, dietrologie, complottismi, bombardamenti indiscriminati, tripudi di tecnologie più o meno “intelligenti” qualcosa che non convince c’è, c’era e rimane. Qualcosa che distorce la verità. Una verità che si cela agli occhi dell’opinione pubblica. Una verità scomoda e quindi da nascondere. Ed è proprio per questo che rischi (come sempre in fondo) di andare controcorrente. La storia del nuovo mondo, la storia di questo millennio, che sta scivolando nuovamente verso una guerra fredda (anche se per ora la considero tiepida), per noi che abbiamo il “vizio” di andare al di là delle apparenze e delle logiche analisi storico-politiche, non comincia l’11 settembre 2001, ma ha inizio ben prima. Affonda le radici nell’ultimo decennio della storia mondiale. Ma andiamo per ordine partendo da una data fondamentale per questa ennesima guerra, stavolta nel Caucaso.

Una data importante
saddam2.jpgPartiamo dalla guerra e dalla defenestrazione, con impiccagione annessa, a Saddam Hussein, il raìs iracheno, vera e propria creazione di quella Cia che amava definire l’ascesa al potere del partito Baath, strumento di potere di Saddam, “il nostro colpo di stato preferito”.
Luglio 2001, un caldo torrido attanaglia Berlino che dopo 50 anni era tornata ad essere la capitale di una Germania finalmente unita. E’ in questa città, avvolta voluttuosamente dalle spire della modernità e dalle avanguardie cultural-archittettoniche, che i funzionari del Dipartimento di Stato americano rivelano agli alleati europei (e non solo) i piani di guerra della Casa Bianca in caso di attacco all’Afghanistan dei terribili e temibili talebani. Siamo ancora lontani dagli attentati di New York e di Washington eppure la Nuova amministrazione americana (e probabilmente anche la vecchia, quella democratica) ha già stabilito tutto. Sa già che scatenerà una nuova guerra e che non sarà come nel Golfo Persico. Questa volta nessun raìs sarà lasciato sul trono. Washington ha già un nemico ben definito da combattere, lo ha già nel mirino. Lo sa Washington, lo sanno le capitali dei Paesi alleati: non lo sa l’opinione pubblica. E nemmeno lo sospetta. Sarà forse per questo che immediatamente dopo gli attacchi alle Twin Tower e al Pentagono, tutti hanno istintivamente rivolto lo sguardo corrucciato verso Baghdad, pensando alla vendetta terroristica di Saddam Hussein. Il giorno del definitivo regolamento dei conti con la famiglia Bush era dunque arrivato?
Ma, sorpresa delle sorprese, sono bastate poche ore e decine di veline incrociate tra Cia ed Fbi per annunciare al mondo che l’uomo da combattere, il regime da contrastare, almeno per quel momento, non era il raìs iracheno ma che bisognava guardare oltre: verso le montagne afgane. Saddam non c’entrava nulla. Almeno per quel momento. Il suo turno sarebbe arrivato qualche anno dopo. Inesorabilmente.

bush grande.jpgLa pianificazione
Tutto era stato pianificato anni prima. Molti anni prima. La guerra all’Afghanistan e agli studenti coranici che lo governavano affonda le radici nei pozzi di petrolio, passa per gli oleodotti ed i gasdotti che avrebbero dovuto estendersi per centinaia di chilometri tra gli impervi territori dell’antico Hindukush, fino ad arrivare al mare: l’Oceano indiano.
La guerra, questa guerra che tutt’ora è in atto, come già molte altre, passa per il controllo delle risorse energetiche del Mar Caspio e dei giacimenti petroliferi iracheni. Passa per il controllo politico e militare di tutte quelle regioni del mondo che forniscono linfa vitale alle economie del mondo occidentale e globalizzato. Ieri era l’Iraq, oggi l’Afghanistan e di nuovo l’Iraq, domani (ma che è già oggi in realtà come si vede in Georgia) al Mar Caspio, poi al Venezuela, all’Eritrea e così via, fino all’ultima goccia di petrolio. Chi governa e gestisce le risorse energetiche gestisce il mondo. Una logica crudele, difficile da “digerire”, ma è la logica che muove il mondo da millenni. Oggi a giocare il ruolo del cattivo sono gli Stati Uniti, ieri erano l’Urss di Stalin ed il Nazionalsocialismo di Hitler, prima di loro erano gli Imperi coloniali e, andando a ritroso le monarchie assolute, gli Zar senza cuore, i pontefici delle simonie fino a giungere all’Impero romano, a quello macedone, a quello egizio o persiano o babilonese o hittita. Ogni era ha il suo “cattivo di turno”, per altro tutti impegnati nella lotta per la libertà. Ora tocca a quella Washington che ha tutte le intenzioni di gestire la globalizzazione mondiale che ormai sta compiendo il suo ciclo.

Le tracce
Per trovare le tracce di questa verità basta andare a ricercare una notiziola apparsa su qualche quotidiano internazionale nel dicembre del 1995. Il 13 dicembre di quell’anno gli Stati Uniti e l’ex repubblica sovietica dell’Uzbekistan firmarono un accordo bilaterale secondo il quale la Casa Bianca avrebbe avuto accesso al territorio uzbeko ed il controllo delle due ex basi militari sovietiche di Sherabad e Shershiq, in cambio dell’addestramento delle truppe del nuovo esercito post sovietico. Del resto non poteva essere altrimenti, quella Russia non era la Russia di oggi, quella di Vladimir Putin.
osama_bin_laden3.gifL’anno seguente, per la prima volta negli ultimi 80 anni, truppe americane sbarcarono in Asia centrale per una esercitazione militare congiunta. “Bilance-Ultra96”, era questo il nome in codice dell’operazione che si svolse nella valle di fergana, posto perfetto per preparare i proprio uomini alla possibile, anzi certa come si è visto poi, contro l’Afghanistan del Mullah Omar e dello sceicco saudita Osama bin Laden.
La campagna ebbe un seguito. Da allora altre turppe statunitensi sono di casa in Uzbekistan così come in Kirghizistan dove gli Usa dispongono si un’altra base militare, per la precisione a Manas (anch’essa ex dell’Armata Rossa). Da allora i Berretti verdi, i Seals, le truppe di montagna, la Delta force si sono addestrati a combattere su un terreno del tutto simile a quello afgano fatto di gole, aride vallate, altopiani e impervie montagne, deserti e caverne. Anche se a quanto pare questi addestramenti sono serviti a ben poco.
Le basi Usa in Afghanistan continuano ad essere attaccate dalle forze talebane e di Al Qaeda che si rafforzano di giorno in giorno. Senza contare che Osama bin Laden è sempre uccel di bosco. Le truppe della coalizione controllano, e anche male, solo le grandi città.
Ma perché mai Washington avrebbe dovuto prepararsi ad una guerra con l’Afghanistan dei Talebani? Perché combattere un potere politico-religioso instaurato proprio per volere della casa Bianca?Perchè per primo l’Afghanistan e non l’Iraq o la Libia o la Corea del Nord? E perché tutto questo accadeva ben prima degli attentati dell’11 settembre? Che relazione ci sono tra quegli attentati e l’Afghanistan? Che relazione c’è tra le vittime americane e lo sceicco saudita Osama bin Laden? Qual è stato il ruolo dei servizi di intelligence americani? Perché, improvvisamente e nonostante la fuga di bin Laden e del mullah Omar, Washington ha puntato gli occhi su Baghdad? Perché ha rischiato di andare in guerra con i solo sostegno della Gran Bretagna? Perché, ad anni di distanza, i rapporti degli ispettori Aiea (Agenzia per l’energia atomica delle Nazioni Unite), non andavano più bene?

Il vero obiettivo
Sembrerà strano e retorico ma c’è un’unica risposta a tutte queste domande: il controllo delle risorse petrolifere. Il controllo delle risorse energetiche del mondo. E’ una storia vecchia, talmente scontata, talmente logica che è quasi difficile crederci. Eppure, basterebbe essere semplicemente più attenti a quanto i giornali scrivono e registrare nell’archivio della memoria anche i più semplici fatti che accadono nel mondo.
Specialmente quelli che sembrano insignificanti. Proprio come faceva il personaggio inventato (ma neanche poi troppo) da James Grady nella spy story “I sei giorni del Condor”. Per tutto il 1800,  molte ditte scozzesi saccheggiavano la costa cinese per sei giorni la settimana e il settimo pregavano. Oggi, nel mondo anglosassone, nulla è cambiato da “quello stile di vita” dell’ottocento. E’ quindi del tutto normale che dietro i nobili intenti e presupposti di libertà e lotta al terrorismo internazionale si nascondano i reali intenti di nazioni che hanno la pretesa, oltre ai mezzi politici, economici e militari, di autoproclamarsi “Gendarmi e difensori del mondo”.
Ma davvero gli Stati Uniti voglio far credere di essere pronti a “ripulire” il mondo democratico dagli elementi nocivi e “tossici, qualunque essi siano? Pronti a sgominare triadi, mafie, governi golpisti e liberticidi, trafficanti di droga (come i talebani, dimenticando che il 90% della produzione mondiale di oppio è concentrata in quel 5% di territorio controllato allora come adesso da quelli che erano denominati L’Alleanza del Nord alleata degli Usa e che ora, con il governo Karzai la produzione, secondo dati Onu, è più che raddoppiata) e di prostituzione, della pedofilia e del terrorismo internazionale? Sempre pronti ed intenti a porre fine alla povertà, alal violenza o a salvare l’ambiente, salvo poi disertare i summit come quello di Johannesburg o a non sottoscrivere l’accordo di Kyoto sulla diminuzione delle emissioni nocive nell’aria?

Barbe finte e lobby di potere
Dietro il palcoscenico scintillante di luci, dietro le pajettes hollywoodiane, c’è qualcosa di diverso. Un mondo sconosciuto ai più. Un mondo fatto di diplomatici e contrabbandieri d’armi, di servizi segreti e finanzieri d’assalto, capitani d’industria e potentati economici, dignitari di corte e faccendieri. Tutti divisi  e tutti uniti allo stesso tempo. Perché, come dicevano i latini pecunia non olet. Ma in tutto questo cosa c’entrano i talebani? Ed il petrolio, ed il gas naturale? E le compagnie petrolifere? E Saddam Hussein?
afghanistannn.jpgCentrano eccome. Ma per comprendere meglio lo scenario in cui ci stiamo addentrando e muovendo, dobbiamo analizzare la vita e le azioni di due persone: lo statunitense Robert Oakly ed il principe saudita Turki al Faysal Saud.
Oakley iniziò la sua carriera all’interno dell’amministrazione statunitense. Nel 1957 era un rampante funzionario del Dipartimento di Stato alle nazioni Unite. Fece tutta la carriera all’interno della struttura per terminarla all’Università nazionale della Difesa e alla multinazionale Unocal.
La fortuna cominciò a beneficiarlo con l’arrivo alla Casa Bianca del presidente repubblicano Ronald Reagan che lo nominò direttore dell’Ufficio del Dipartimento di Stato per la otta al terrorismo, dove si distinse per la spietata guerra alla Libia del colonnello Gheddafi e nello scandalo Iran-Contras. Più passava il tempo più Oakley accresceva il suo potere. Fino a quando fu nominato ambasciatore statunitense in Pakistan. Nazione amica e piena di interessi e, soprattutto, base dei Mujaheddin del popolo che si opponevano all’invasione sovietica dell’Afghanistan.
Il neo ambasciatore divenne immediatamente il referente degli oppositori al regime comunista instaurato a Kabul dal Cremlino. Ed è a questo punto che entrano in scena due personaggi fondamentali nell’affaire Afghanistan, il principe Turki al Faysal Saud e lo sceicco Osama bin Laden, entrambi appartenenti a quell’élite saudita che partecipò attivamente alla guerra contro “l’infedele sovietico”. Il principe Turki appartiene alla schiera di quegli uomini che riesce a tramutare in oro tutto quello che tocca. Oltre ad aver diretto i servizi segreti di Ryiad dal 1977 al primo settembre 2001 (notare bene la data finale), è anche agente di varie imprese internazionali tra le quali spicca la società petrolifera argentina Bridas. Oakley e Turki si incontrano ad Islamabad e, visti gli stretti legami che uniscono la famiglia reale saudita alla Casa Bianca, iniziano una fitta collaborazione, ma, soprattutto, intrattengono ottimi rapporti con l’allora opposizione afgana in esilio.
Specialmente con le frange più radicali: i che si andavano formando nelle madrase pachistane (scuole coraniche) ed il gruppo di Hekmaythiar rifugiatosi nell’Iran degli ayatollah. I due tesserono una fitta rete di contatti, fecero promesse, finanziarono i gruppi della guerriglia e prepararono il terreno per il dopo occupazione sovietica. Fu un lavoro sotterraneo che garantì ai nostri due personaggi di rimanere in sella anche dopo la fine della guerra, pur ritrovandosi su fronti economici opposti. Oakley e Turki capirono le potenzialità dell’Asia centrale, compresero che le riserve di gas e petrolio delle ex repubbliche sovietiche sarebbero divenute importanti in un mondo che non si fidava più dell’instabilità del Medio Oriente. Un’instabilità messa in luce proprio dalla Prima Guerra del Golfo. Una guerra, per altro, scatenata dagli Usa e connessa fortemente al problema del consumo petrolifero interno di questi ultimi e non con l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein.

L’importanza di Kabul e Baghdad
Ma perché Kabul e Baghdad figurano come punti chiave nell’equazione petrolio-globalizzazione?
Semplicemente perché in un momento in cui Washington, in preda ad una crisi economica (che perdura tuttora) che ha precedenti soltanto con quella disastrosa del 1929, conosce un calo nella produzione petrolifera interna mentre la domanda di energia cresce ogni giorno di più. Di fatto Washington si ritrovava ad essere sempre più dipendente da paesi come l’Iraq (da cui all’epoca attingeva il 9% del suo fabbisogno annuale ma che non comprava ufficialmente se non attraverso intermediari che commerciavano con Baghdad in base al programma Onu, voluto dagli Usa, “Oil for food” un vero e proprio scandalo in cui fu coinvolto il figlio dell’allora Segretario generale Kofi Annan), L’Arabia Saudita ed il Messico (che fornisce agli Stati Uniti la stessa quantità che fornisce Ryiadh).
E’ stato calcolato che nel 2020 gli Stati Uniti avranno bisogno di 17 milioni di barili di greggio al giorno, 6 in più rispetto ad ora. Parte di questo greggio arriverà dai giacimenti dell’America Latina della Russia, dall’Africa, ma la maggior parte, come sempre, dal Golfo Persico, perché attualmente solo quell’area possiede sufficienti riserve per aumentare la produzione. L’Arabia Saudita, possiede riserve ufficiali stimate sui 260 miliardi di barili, ma l’Iraq, almeno fino a prima della guerra, con 112 miliardi, si piazza al secondo posto. Insieme a Kuwait, Iran ed Emirati Arabi Uniti, questi Paesi rappresentano i due terzi delle riserve mondiali. E Bush, e quindi il suo successore, è ben consapevole che la dipendenza energetica con i Paesi arabi crescerà esponenzialmente alla crescita della domanda interna d’energia.
saddam1.jpgPer comprendere l’importanza che ricopre la stabilità dell’Afghanistan ed un governo amico e manovrabile, si devono guardare alcune cartine geografiche sulle quali sono tracciate le coordinate dei gasdotti e degli oleodotti esistenti e da costruire, già predisposti e finanziati dalle compagnie petrolifere.
Due settimane dopo i tragici fatti dell’11 settembre, la Tengizchevroil, affiliata alla Chevron (che guarda molto anche al Corno d’africa dove ha molte concessioni sul territorio eritreo), stringeva l’ultimo bullone della pipeline che dai giacimenti petroliferi di Tengiz (Kazakistan) portavano il greggio al terminale russo di Novorossijsk, sul Mar Nero.
Oro nero per l’Europa Occidentale assetata sempre più di energia per le sue industrie e le sue città. E questo era solo il primo dei progetti portati a termine. Ma ce n’era e che ne è un altro che riguard direttamente Kabul ed il suo nuovo governo (che ormai riesce a garantire solo Kabul e qualche altro piccolo territorio) e che parla di altri 3 gasdotti ed 1 oleodotto. Il primo gasdotto, lungo quasi 1.500 chilometri partirebbe dai giacimenti turkmeni di Dauletabad per finire al terminale pachistanodi Karaci passando per Herat, Kabul e Peshawar. Il secondo, partendo sempre da Dauletabad, passando per Kandahar, giungerebbe a New Delhi. Il terzo sempre lo stesso percorso fino a Kandahar e poi giù fino a Gwadar (sempre in Pakistan).
Stesso terminale per l’Oleodotto che però partirebbe dai giacimenti di Teheran. Ed è anche per questo che si sta giocando la partita con l’Iran che si è “spostata” verso Mosca.
Insomma, per il futuro afghano era già stata disegnata una ragnatela di tubature in cui passa la ricchezza mondiale. Peccato che il sostanziale fallimento della missione internazionale, fortemente voluta da Bush, la mancata pacificazione della regione, i continui scontri tra i signorotti locali che di fatto non riconoscono l’autorità del presidente Hamid Karzai il perdurare dello status di guerra tra le truppe Isaf (aleanza internazionale) e le milizie talebane e di al Qaeda, ha fatto “saltare” nuovamente il futuro sognato da Washington e disegnato dalla Unocal. Ed è qui che rientra in gioco il nostro Oakley. La Unocal è tagliata fuori dal mercato petrolifero del Myanmar (ex Birmania) e ha fatto carte false per avere l’appalto del progetto Caspio-afghano. Ma i vecchi amici di Oakley, consulente della Unocal, i talebani, hanno giocato al rialzo se non fosse per altro che per la discesa in campo anche dell’argentina Brida, quella che pagava le consulenze al principe saudita Turki Faysal, figlio del defunto monarca wahabita Faysal. I due vecchi amici si trovano ad essere nemici in nome degli interessi petroliferi. Lo scontro è durissimo ed è a questo punto che scendono in campo due potenze, una economica e militare (gli Usa) e l’altra economica (l’Arabia Saudita) che è in grado di strangolare l’occidente e il mercato petrolifero controllato dall’Opec.

Obiettivo finale
All’inizio erano ben pochi gli esperti che facevano timidamente osservare che quello iracheno non fosse altro che uno e nemmeno il principale obiettivo della politica economico-militare di Washington. Oggi, specialmente dopo le ammissioni della Cia e di un rapporto saldo (quello Georgiano è un dettaglio che ha molto del sapore interno alla Russia dove Putin è una sorta di neo monarca. Ma è anche un mettere i puntini sulle i con la Casa Bianca dopo lo smacco ricevuto in Kosovo) con Mosca, l’obiettivo principale parrebbe essere l’Arabia Saudita. Un obiettivo nascosto, velato, così come lo sono stati per anni Iraq e Afghanistan. Le ipotesi che appaiono fantasiose, ma che come abbiamo visto fantasiose non sono, Con l’insediamento di un governo “amico” o sul modello kosovaro, una sorta di protettorato Onu anche in Afghanistan previa pacificazione (che appare sempre più impossibile allo stato attuale), gli Usa controllerebbero le due principali regioni petrolifere del mondo, il Medio Oriente (55% delle riserve escluso l’Iran) e il Mar Caspio (20% riserve mondiali). Così facendo stringerebbe in un angolo i Paesi “emergenti” come la Cina, che si sta dando un gran daffare soprattutto in Africa, che, per sostenere lo sviluppo economico deve necessariamente puntare alla gestione anche dei pozzi nel Caspio e nel Medio Oriente.
Inevitabilmente il rovesciamento di Saddam Hussein ha portato con se ripercussioni geopolitiche pesanti. Lo status di guerra fredda con l’Iran e la questione georgiana ne sono le logiche conseguenze. Conseguenze che di fatto hanno stoppato i piani della Casa Bianca che subito dopo la detronizzazione di Saddam Hussein speravano di “puntare”ad un cambiamento radicale in Arabia Saudita. E’ infatti noto che la famiglia reale wahabita, nonostante i colpi inferti alle cellule di al Qaeda sul suo territorio, non gode più della fiducia incondizionata dell’occidente. Se non altro perché in molti hanno cominciato a “ricordare” che 15 dei 19 attentatori dell’11 settembre erano cittadini sauditi. Del resto i reali sauditi vengono considerati i custodi dell’Islam radicale. E non fu certo un caso se in una conferenza stampa congiunta George Bush e Vladimir Putin affermarono senza mezzi termini che. “…un fatto non va dimenticato, che gran parte del commando suicida dell’11 settembre fosse di nazionalità saudita”. Oggi la partita si gioca nello scacchiere caucasico ma guardando a fondo, l’altra partita, quella mediorientale, è solo stata rimandata.

Stefano Schiavi