| Analisi dei risultati elettorali: alcuni spunti per un programma economico | Segnala |
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Di seguito riportiamo un'analisi del voto che non è frutto di una riflessione interna del partito (che ovviamente c'è già stata), ma di un nostro simpatizzante che ha voluto dare un contributo sostanzioso ed organico alla discussione e fornire spunti per un programma economico. Lo ringraziamo vivamente. 1. Intelligenza diffusa
Passati ormai molti giorni ed accumulati molti dati, credo che sia arrivato il momento di soffermarci – a freddo – su alcuni fenomeni di fondo a mio avviso ingiustamente trascurati dagli analisti, anche allo scopo di trarne indicazioni per il medio e lungo termine relativamente a La Destra. Il primo dato, secondo me il più importante, ci mostra che le nostre maggiori affermazioni si sono verificate nelle regioni ex – rosse. Qui, l’elettorato, almeno un certo un elettorato proveniente dai ceti popolari e produttivi deluso dalla sinistra, si è rivolto a noi in misura più consistente che in altre regioni: fino ad arrivare a Roma, dove si è registrato il risultato più consistente. E’ pur vero che Roma rappresenta la culla del movimento, ma è altrettanto vero che i picchi più significativi si sono registrati proprio nei quartieri più popolari e quindi possono essere ascritti alla tendenza di cui sopra, tendenza letteralmente esplosa in occasione delle elezioni per il sindaco di Roma. In sintesi, la Destra sociale si è dimostrata in grado di saper intercettare le necessità popolari e delle categorie più svantaggiate. In questo, il nostro Partito potrà giocare senza dubbio il ruolo del leone, nel futuro prossimo (ma come? E questo è il punto), a patto ovviamente di superare il tremendo gap esistente nella comunicazione politica, e “tremendo” non è in questo caso una parola grossa: basti pensare che una settimana prima delle elezioni generali il 70% degli elettori non sapeva che Storace era fuoriuscito da Alleanza Nazionale per fondare una nuova formazione (fonte: Lugi Crespi su “Clandestinoweb”). D’altronde, questo guardare a destra da parte di quella che in altri lidi politici veniva definita “la classe operaia” è un fenomeno che ha investito anche altri movimenti, primo fra tutti la Lega: è innegabile che i ceti produttivi e del lavoro, abbandonando ogni schema di confronto classista, si sono rivolti alla Lega come autentica forza di ispirazione popolare in grado di tutelare e portare avanti determinate istanze in maniera giudicata più efficace rispetto alla sinistra tradizionale. Dico questo anche se ritengo, parallelamente, di dover specificare che l’analisi sul voto operaio alla lega meriterebbe un approfondimento particolare: credo infatti che si sia verificato qualche equivoco politico - se è vero, come è vero - che da una recente inchiesta del Censis (che si allega in calce al presente articolo) è risultato che il cittadino medio chiede più Stato, desiderando un maggior ruolo dirigente del settore pubblico a tutela del lavoro e dell’impresa (che è l’esatto contrario di quello che chiede la lega, unita al postliberismo del partito di Berlusconi). Tutte le spiegazioni del fenomeno che sono state fornite da tutti i commentatori sono dello stesso segno: i lavoratori, dipendenti o non (settore delle partite IVA, precari) non si sentono più garantiti da ricette di sinistra che, negli anni, si sono dimostrate velleitarie, o inattuabili, o più semplicemente fallimentari e si sono orientati piuttosto verso proposte di federalismo fiscale (lega), liberalismo economico (PDL), con una certa attrazione nei confronti dei temi della destra sociale (Alemanno a Roma). Focalizziamo l’attenzione su questo punto: il lavoratore medio - dipendente, autonomo o precario che sia - è alla ricerca di un nuovo riferimento politico ma in realtà non l’ha individuato con precisione e per il momento si distribuisce variamente tra gli attori della scena. Tale situazione rappresenta un fenomeno da studiare in profondità ed inquadrare correttamente e non può essere liquidata con argomentazioni quali l’insofferenza per il regime fiscale o per l’inefficienza delle pubbliche autorità (che pure sono problemi gravi e che vanno affrontati). La domanda che ci dobbiamo porre per aprire adeguatamente questa analisi è: quali sono stati gli items con cui si è manifestato tale orientamento a destra della ex classe operaia? Alcuni hanno visto e vedono nel Berlusconi imprenditore la chiave per imporre all’Italia una “intelligenza imprenditoriale sistemica”; altri hanno votato PDL per semplice anelito a liberare lo Stato dalle ruggini sinistrorse e dai residui di quella impostazione che deriva direttamente dalla lotta di classe; altri ancora hanno semplicemente votato per allontanare l’amaro calice dello Stato che non riesce ad esercitare il proprio ruolo (Lega); altri ancora (a Roma) hanno votato Alemanno per la riqualificazione delle periferie e dei servizi popolari (e quindi per quelle garanzie sociali di cui sopra)….e si potrebbe continuare.
Possiamo però costatare come in tutte queste prese di posizione – ed altre che conosciamo bene da ormai numerose analisi e studi in materia di motivazioni elettorali 2008 - sia possibile rintracciare un filo conduttore comune, legato alla consapevolezza che il grado di benessere condiviso, nell’attuale fase di economia globalizzata, è direttamente conseguente dalla nostra capacità di competere come sistema- nazione sui mercati mondiali, assicurando al proprio interno una struttura non più competitiva tra classi e gruppi, quanto piuttosto sinergica. La vera scoperta, a mio avviso, l’hanno fatta gli elettori, nel momento in cui hanno realizzato che questa “nuova alleanza interna” non può prescindere dall’azione fattiva del settore pubblico al quale viene chiesto – come dimostra anche lo studio del CENSIS - non più semplicemente di dettare le regole dell’azione economica (liberismo), né di operare una mera ridistribuzione del reddito tra “classi” (socialismo), bensì di intervenire fattivamente per realizzare e “manutenere” tale patto tra produttori, in termini di interventi atti ad incrementarne le sinergia ed evitare l’insorgenza di nuovi conflitti: sui mercati globali, si vince uniti o non si vince affatto. Ed è proprio da quest’ultimo punto che discende la richiesta, a gran voce manifestata dagli elettori nella tornata elettorale 2008, di uno stato che, se non può essere “amico e supporter”, almeno se ne stia fuori dai piedi senza far danni e lasci tentare l’impresa del coagulo degli interessi alle autorità locali oppure ai potentati economici di cui Berlusconi, nell’immaginario popolare, rappresenta lo stereotipo. La varietà di soluzioni elettorali con cui tale anelito ha preso forma (liberismo? Federalismo?), tuttavia ne dimostra l’emersione, per il momento, soltanto ad un livello di intelligenza diffusa senza un interprete politico nazionale completamente credibile in merito.
2. intelligenza sistemica Se leggiamo il Documento Programmatico, possiamo renderci conto che La Destra ha tutte le carte in regola per poter aspirare a questo ruolo di interprete politico nazionale della necessità che lo Stato si faccia realizzatore e garante di un nuovo patto tra produttori, purché si inizi fin da subito ad elaborare le necessarie proposte per dare concretezza e prospettive a quell’intelligenza diffusa. Per arrivare a questo scopo è necessario, a mio avviso, partire proprio dallo studio del CENSIS e dal guardare a destra degli ex elettori rossi. Rileggiamo, a questo proposito, alcuni passaggi-chiave del Documento Programmatico: “…Al centro della nostra visione delle politiche industriali vi è l’interesse nazionale, che è poi anche l’interesse delle imprese italiane, delle famiglie, dei consumatori e dei lavoratori italiani.” “…l’interesse nazionale è anche interesse delle comunità locali (federalismo fiscale)…” Tali punti, che vanno senza dubbio nella direzione auspicata di un compattamento cooperativo tra capitale e lavoro in un’ottica di sistema - nazione, dovrebbero essere approfonditi in studi appositi e tradotti quanto prima in progetti di massima, anche in combinazione con altre prese di posizione importanti del documento programmatico, quali: “…riportare la persona, il lavoratore, al centro dei processi economici e produttivi, consapevoli che il prodotto è comunque e sempre frutto del lavoro umano e non può avere mai la medesima dignità dell’uomo che lo ha lavorato e prodotto, e che per questo vanno incentivati tutti i modelli che tendono a forme di partecipazione del lavoratore al capitale dell’ impresa;” O, anche: “…l’attuazione del cosiddetto federalismo fiscale secondo il principio giusto per cui automaticamente una considerevole parte del gettito rimanga sul territorio e venga in quel contesto amministrata e gestita…” I suddetti punti, se letti ed interpretati in combinato disposto, possono essere concretizzati in programmi precisi ed altamente innovativi, in proposte forti, di grande impatto. Laddove, a mero titolo di esempio, si potrebbe studiare l’attuazione di questi punti in un'unica proposta operativa, che contempli la distribuzione diretta ai lavoratori di parte del montante fiscale prelevato dall’azienda, generando in questo modo un potente incentivo alla produttività e generatore di co-interessamento dei lavoratori stessi alle sorti della produzione ma senza dover espropriare l’impresa dai suoi utili o dall’autonomia di gestione. O, anche, vincolare una parte del carico fiscale che le pubbliche autorità prelevano dall’azienda a precise realizzazioni sociali sul territorio di competenza, magari ad opera delle autorità locali, introducendo così il federalismo fiscale ma indirizzandolo a scopi sociali e di interesse dei lavoratori (es. asili nido, etc). Gli spunti non mancherebbero, specialmente se tali propositività venissero sviluppate in sovrapposizione alle parti più sociali del documento programmatico, di cui giova rileggere alcuni altri spunti relativi a lavoro e pensioni:
In estrema sintesi: per La Destra assumere un nuovo giovane lavoratore non deve in alcun modo significare pagarlo di meno, ma al contrario deve costare meno in tasse e contributi di cui si deve fare carico lo Stato in un “Piano strategico di Lotta alla Disoccupazione”.
La Destra ritiene sia indispensabile introdurre un nuovo meccanismo di rivalutazione automatica delle pensioni basato su dati reali. Si trattava soltanto di brevi esempi per sottolineare che esiste la concreta possibilità di costruire un insieme di proposte integrate per un nuovo diritto del lavoro e dell’impresa, che possa dare attuazione alle parti più alte e nobili della Carta dei Valori realizzando altresì quelle aspirazioni che l’elettorato sta manifestando in pieno nell’attuale fase, con l’ulteriore grande valore aggiunto di fornire una risposta forte – ma anche sociale – alle necessità poste dal contesto internazionale di economia globalizzata la cui caratteristica fondamentale come abbiamo visto è la concorrenza tra sistemi – paese. Non c’è quindi tempo da perdere se si vogliono capitalizzare le tendenze elettorali già in atto offrendo una rosa di soluzioni coerenti e coinvolgenti per gli interessi di tutti; soluzioni, giova ricordarlo, che esistono già in nuce nel documento programmatico. Partecipazione e sinergia dovranno essere le parole d’ordine di questa nuova progettualità, come coerentemente ci suggerisce il documento programmatico che per un’ultima volta citiamo: La Partecipazione si accompagna ai temi della Responsabilità Sociale dell’Impresa e delle nuove forme contrattuali di lavoro con cui superare tutti i limiti attuali della diatriba tra lavoro a tempo indeterminato e lavori flessibili; inoltre,una riforma matura e partecipativa del sistema industriale potrebbe porre l’Italia nella condizione di superare definitivamente i difetti propri del nostro sistema di relazioni industriali, le malattie del nostro sistema imprenditoriale affetto troppo spesso dal familismo - e a volte da un nanismo incapacitante - per far affrontare con gli strumenti più adeguati la sfida globale, che è di fronte a noi, qui e oggi. Carlo Zijno
“Le motivazioni del voto alle Politiche del 2008 mostrano il lento declino del richiamo a ideali e valori, e il ritorno del leader come mobilitatore di consenso”. È quanto comunica il Censis, presentando una ricerca realizzata all’uscita dei seggi in occasione delle ultime elezioni politiche sulla base delle interviste svolte a duemila italiani, rappresentativi degli elettori. I risultati sono stati presentati oggi a Roma da Giuseppe Roma e Giuseppe De Rita, direttore generale e presidente del Censis.
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