| ESSERE LIBERALI, MA ALL’ITALIANA: ECCO L’IDEA VINCENTE. | Segnala |
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Uno dei temi proposti quest’anno all’esame di maturità, la Felicità, dà proprio la possibilità per una considerazione sull’economia e sul suo impatto sulla nostra società.
Spesso sento dire: la destra sociale non può essere liberale. E invece sì. Perché noi italiani siamo maestri nella scienza economica liberale e l’abbiamo impostata proprio sulla ricerca della felicità. Il problema è che c’è confusione sul termine liberalismo. Facciamo un salto indietro: chi ha studiato superficialmente la storia del pensiero economico, sa che l’economia come scienza vera e propria nasce nel 1776 con l’opera di Smith, La ricchezza delle nazioni, la cui tesi fondamentale descrive metaforicamente una mano invisibile che, come per magia, conduce gli egoismi personali al bene comune. E da lì, molti fanno, di due secoli e poco più, dai liberali di fine settecento a quelli dei giorni nostri, un’unica monotona linea. A Pomezia, al congresso programmatico de La Destra, ho avuto il piacere e la fortuna di sentire nome, cognome del pensatore e di quella vera e ancora attuale corrente precisa che, davvero, è lontana e avversa alla nostra concezione etica: il monetarismo di Milton Friedman. Egli, a livello etico è autore di una frase esplicita che illumina circa questa branca del vasto pensiero liberale: “L’unica responsabilità sociale dell’impresa è quella di fare profitto”; lui e i suoi adepti sono anche noti per la loro ammirazione per la globalizzazione. Ed essi, sono fortemente avversati per esempio dai keynesiani, ma non solo, innanzitutto perché credono ancora alla favoletta della concorrenza perfetta e, da lì, perché attaccati a modelli astratti e incapaci di guardare alla realtà come essa veramente è. Si stanno infatti sviluppando negli ultimi decenni ampie discussioni su temi cari alla destra sociale, riguardo alla partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’impresa (Barry Blueston, del MIT, e Stephen Marglin, di Harvard, per esempio), partendo dal presupposto di eliminare la vecchia concezione gerarchica dell’azienda che vedeva l’imprenditore come padre- padrone dell’azienda, per arrivare a vedere come necessario il dialogo tra datore e lavoratore, quest’ultimo concepito come persona con delle competenze e dei talenti, da riconoscere e potenziare. Ma noi italiani, come dicevo prima, dovremmo sorridere per questa vittoria, perché vediamo la nostra verità sulla loro bocca, come diceva Almirante. Perché il concetto di comunità armonica, trasposto alla Famiglia, alla Nazione e, appunto, all’Impresa – concetto chiave, e concreto, del sistema italiano negli anni ’20 e ’30 – nient’altro è che la filosofia che ha reso famosi in tutta Europa i veri inventori dell’Economia come sistema etico e teorico: noi Italiani. Ben prima del 1776, infatti, troviamo le opere sull’Economia Civile, e le omonime cattedre universitarie, ad opera dei vari Genovesi e Muratori (solo per ricordare i più famosi in assoluto). L’aggettivo civile, assolutamente non a caso, perché questi pensatori riconoscevano che la comunità era quel luogo dove, grazie alle virtù civiche di ciceroniana memoria, i cittadini erano legati e potevano armonicamente relazionarsi e contribuire assieme ad usufruire della libertà in senso positivo, cioè di espletare al meglio le proprie caratteristiche personali, i propri talenti; e il mercato era uno dei luoghi dove la comunità doveva esercitare queste virtù, come anche l’amore per il prossimo. Inoltre, il governo era visto come l’Istituzione che doveva mettere in grado i cittadini di relazionarsi e di crescere come persona. Quindi, secondo i liberali italiani, la persona ha un ruolo fondamentale nella società e la libertà non è soltanto quella “tecnica” di poter commerciare con i con- cittadini (quindi coloro che hanno le sue medesime virtù civiche), ma riveste prima di tutto la sfera individuale nel senso di essere libero di agire per dare frutto alle proprie capacità e aspirazioni, quindi amare se stesso, e di relazionarsi con gli altri, quindi amare gli altri, in modo da attuare il meccanismo della reciprocità, cioè il donare in modo disinteressato, per rendere tutti i fratelli, cioè i membri della comunità, partecipi dei frutti del nostro lavoro. “Non guardare la pagliuzza altrui se tu hai una trave in un occhio”, diceva qualcuno… Ebbene, se noi possiamo fregiarci di tali menti illuminate, piuttosto non dobbiamo additare (esclusivamente) ad uno straniero, Adam Smith, la giustificazione assoluta del capitalismo selvaggio e sfruttatore, per diversi motivi: innanzitutto, egli scrive alla fine dell’epoca feudale e condanna quelle prime cellule di commercianti che diverranno poi le moderne imprese, così come le conosciamo noi; inoltre, la sua metafora della mano invisibile (da contestualizzare) compare una sola volta in un testo di quasi mille pagine ed è stata interpretata spesso e volentieri gratuitamente; infine, se proprio vogliamo vedere dei “colpevoli”, ebbene ce ne sono anche in casa nostra, come Machiavelli prima e Pareto poi. Dopo il fiorire dei comuni italiani (da qui i concetti di comunitas e virtù civiche), erano infatti sorte le signorie, facendo così seguito un periodo di guerre civili, che avevano fatto nascere in filosofi come Machiavelli e Hobbes la constatazione empirica che l’uomo fosse un essere egoista ed asociale e ci volesse un Principe o un Leviatano per risolvere questi conflitti. La metafora del 1714 di Mandeville sulle api, poi, che sebbene siano egoiste vivono comunque nel benessere, può essere vista come una delle prime fonti d’ispirazione alla Mano invisibile; la seconda potremmo indicarla nella Provvidenza del Vico che, nel 1725, le addita la capacità di far concorrere ambizione e avarizia alla felicità civile. Tornando allo Smith, dunque, egli comunque considerava il mercato come un luogo della società dove fossero necessarie simpatia (letteralmente, sympathy) e relazioni interpersonali: purtroppo, alcuni filosofi successivi, primo fra tutti il Bentham, hanno preso ed estremizzato il suo pensiero, coniando il termine di successo di utilità. All’inizio del 1900, il sociologo italiano Pareto (che nel ’22 marcerà su Roma), rappresenterà il non plus ultra dell’identificazione del mercato come luogo di interessi egoistici. Dunque, progressivamente si spoglia il concetto all’italiana di libertà totale, che investe l’uomo nell’essere e nell’agire, in se stesso e con gli altri, per arrivare a una concezione meramente strumentale di libertà, ma soprattutto eliminare la relazione interpersonale: io, prima, ero libero perché potevo essere quel che volevo, e stare con i miei simili mi rendeva felice; ora, invece, sono libero, perché posso comprare un bene che mi dia utilità, e solo il bene in sé me la può dare, non un’altra persona. Inoltre, per gli italiani, il mercato era uno dei luoghi all’interno di una cornice più ampia, la comunitas, la civitas. Per i liberisti più “fanatici”, invece, diviene il luogo esclusivo della vita umana: tutto è mercato e la vita è solo mercato. Per fortuna, comunque, nel corso degli anni, si sono affermati diversi economisti (da Keynes, appunto, a Galbraith, passando per Amartya Sen), che hanno riconosciuto innanzitutto come il mercato sia tutt’altro che un luogo perfetto (prima di tutto perché manca di informazione simmetrica) e che lo Stato debba intervenire quando fallisce, e poi che le relazioni non possano essere ridotte a quelle economiche, ma che l’uomo debba dare attenzione anche ai suoi bisogni spirituali. La letteratura in merito è vasta, purtroppo spesso è solo in inglese e a volte su siti a pagamento (giustamente, bisogna premiare la ricerca: il pane non si compra sorridendo): per uno studio facilmente accessibile (in libreria) e agevole (in italiano) possiamo ricondurre a uno Stiglitz che, nei suoi celebri saggi sulla globalizzazione, riconosce che il modello di capitalismo e liberismo sfrenati, basati solo sui beni materiali, sono evidentemente falliti e c’è bisogno di un’alternativa, sia come sistema, sia a livello culturale. Questa alternativa c’è, ed è appunto l’Economia Civile: siamo stati maestri, torniamo ad esserlo. Per quanto riguarda in particolare la destra sociale, abbiamo fatto della partecipazione all’azienda la battaglia di una vita, ma noi stessi ci siamo divisi tra corporativismo (una forma più blanda) e socializzazione (una forma più attiva). Fissarsi aprioristicamente per l’una o per l’altra opzione non mi sembra utile: a seconda dei contesti si potrà scegliere quella più opportuna. Diciamo che la socializzazione richiede una fase di contrattazione tra datore e lavoratore che è più agevole nelle piccole- medie imprese, caratteristiche del nostro paese. Personalmente ho avuto modo di occuparmi dell’argomento per la mia tesi di laurea e ho chiesto a un po’ di persone cosa preferissero e le risposte prevalenti rispecchiano il tema iniziale: ciò che rende felici non è tanto il corrispettivo monetario, quanto l’autorealizzazione come persona. Modellare un contratto con incentivi monetari rischia inoltre di far incorrere in comportamenti opportunistici. Dunque, già in fase di contratto l’impresa può discutere e decidere assieme al lavoratore riguardo quest’opzione; poi, come si fa in altri paesi, ogni anno si può rinegoziare ed eventualmente modificare il contratto fissando o modificando l’incentivo o il premio, a seconda del grado di soddisfazione. Purtroppo ciò che manca è l’informazione, a riguardo: l’esempio rapido che ho appena proposto non è, infatti, una mia invenzione, ma ricalca certe realtà già ben presenti. Non a caso, l’Unione Europea ha incoraggiato, anche attraverso formali direttive, i paesi membri a studiare soluzioni e ad imitare questi modelli di successo, di cui la Germania è antesignana e vanta una tradizione fortissima, fin dagli anni ’50; poi altri paesi nel corso dei decenni hanno provato a proporre istituti simili. Mi è capitato a volte di parlare con amici “friedmaniani” della mia idea di corporativismo e si sono persi in elucubrazioni teoriche non sapendo appunto che essa è un dato di fatto e ci sono già legislazioni per regolarla. Quindi, prendiamo questa bandiera e sventoliamola orgogliosi: la Storia ci ha dato ragione!
Eugenio Sibona, segretario regionale e provinciale Gioventù Italiana
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