Sabato, 31 Luglio 2010
ANCHE L'ALMA MATER AFFRONTA IL TEMA DELLA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI ALLA VITA DELL'IMPRESA  Segnala
Notiamo con piacere che recentemente, all’inaugurazione della VI Edizione del Master in Diritto del Lavoro si è parlato di un tema a noi molto caro, di antiche origini, ma di sempre stringente attualità, soprattutto dopo le recenti aperture del Ministro Tremonti: la partecipazione dei lavoratori alla governance (cioè direzione, amministrazione) d’impresa.
I relatori erano i Proff. Pizzoferrato, Ordinario di Diritto del Lavoro, Stefano Zamagni, Ordinario di Economia Pubblica e Giuseppe Accoccella, vice presidente del CNEL.
Ha introdotto il preside della Facoltà, Prof. Gianluca Fiorentini, che ha sottolineato come questo Master sia stato valutato il migliore dell’Università di Bologna dall’80% degli studenti, quindi siamo anche contenti che, da una parte molti ragazzi siano attenti in generale alle tematiche del mondo professionale, e dall’altra che il nostro Ateneo si preoccupi di insistere ad educare e fornire qualità su questa materia.
Esordi della discussioni e prime esperienze
È stato sottolineato, giustamente, che, sebbene la tematica sia emersa maggiormente negli ultimi mesi, il dibattito va avanti da anni. Il tema è stato importato, perché di origine anglosassone (secondo loro- secondo noi, invece anche qui in Italia l’abbiamo scoperto, se non prima, almeno contestualmente); però c’è sempre stato un rifiuto di ogni possibile compromesso, per cui la questione va avanti zoppicando. Nel Regno Unito, per esempio, ci si chiede, se la partecipazione sia solo alla gestione, alle grandi decisioni o solo agli utili. Negli USA, invece, troviamo una forma a scalare: più si scenda della scala gerarchica, più si partecipa solo agli utili, più si sale, più si partecipa anche alla gestione.
Già negli anni ’20, con la NEP Russa si affrontava il processo, poi in Germania il dibattito è cominciato con Ratenau e Sombart, che nel 1913, riteneva necessario che una pluralità di soggetti collaborassero sotto una volontà unitaria (quindi, aspirazione sociale, ma salvaguardando proprietà privata dell’impresa).
In Italia, nel secondo dopoguerra, assistiamo al Biennio Rosso, dove emerge una visione conflittuale dell’impresa, con concezione diverse dai liberali ai marxisti, passando per i cattolici: lo si può bene vedere dal carattere contraddittorio della Costituzione, mentre il Codice Civile, piaccia o no, però rispecchia coerentemente la visione di collaborazione tipicamente fascista, che ha ispirato la Carta del Lavoro, del 21 aprile 1927.
La collaborazione in Italia
La Carta del lavoro, massima espressione del corporativismo, dichiara che il lavoro è un dovere sociale: il suo fine è assicurare, assai più che la giustizia, la potenza della Nazione. Nel IV assioma possiamo leggere che “nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione. La Carta consacra il principio dell’iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile dell’interesse della Nazione”. Dice anche: “il prestatore d’opera, tecnico, impiegato ed operaio, è un collaboratore attivo dell’impresa economica, la direzione della quale spetta al datore di lavoro che ne ha la responsabilità.”
Ciò influirà, durante la Repubblica Sociale Italiana (curiosamente stesso acronimo di Responsabilità Sociale d’Impresa…), sul Decreto Legislativo Del 12 Febbraio 1944, N.375, sulla Socializzazione delle Imprese (dalla G.U D’italia, 30 Giugno 1944, N. 151), dove già il prologo è eloquente: “Premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell’economia italiana”.
Art. 31, sulla proprietà dell’impresa: “La proprietà di imprese che interessino settori chiave per la indipendenza politica ed economica del Paese, nonché di imprese fornitrici di materie prime, di energia o di servizi necessari al regolare svolgimento della vita sociale, può essere assunta dallo Stato a mezzo dell’I.Ge.Fi. secondo le norme del presente decreto. Quando l’impresa comprenda aziende aventi attività produttive diverse, lo stato può assumere la proprietà di parte soltanto dell’impresa stessa. Lo Stato può inoltre partecipare al capitale di imprese private.”
Art. 46, sulla ripartizione degli utili: “Gli utili dell’impresa, detratte le assegnazioni di cui all’articolo precedente, verranno ripartiti tra i lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, in rapporto all’entità delle renumerazioni percepite nel corso dell’anno.
Tale ripartizione non potrà superare comunque il 30 per cento del complesso delle retribuzioni nette corrisposte ai lavoratori nel corso dell’esercizio. Le eccedenze saranno destinate ad una cassa di compensazione amministrata dall’Istituto di Gestione e Finanziamento e destinata a scopi di natura sociale e produttiva.”
La Costituzione e i contributi più attuali
Recentemente è stato grande protagonista della discussione Vincenzo Bonocore, cui consigliamo il volume “Etica, economia e lavoro”, che capiva che l’impresa non può essere gestita secondo i termini classici e insisteva che il diritto debba essere regolativo dell’economia, intuizione che è attualissima in relazione alla recente crisi dei mutui; poi la proposta si allargava anche alla tutela dell’ambiente, al rapporto coi consumatori. Comunque sia la discussione è più viva tra gli economisti che non tra i giuristi.
Già l’articolo 41 della Costituzione parla di Responsabilità Sociale d’Impresa (termine mutuato dall’anglosassone Corporate Social Responsability), ma nella pratica poco si è fatto: è mancata soprattutto l’applicazione dell’articolo 46, cioè il diritto dei lavoratori a collaborare alla conduzione, dovuto appunto alla già citata circostanza fallimentare del conflitto ideologico, per cui la collaborazione sarebbe stato il primo passo verso il Socialismo reale (cosa poi infondata, visto che in Germania Ovest è stata poi applicata con successo, senza però scadere nella Pianificazione Sovietica).
Bisogna dunque ascoltare bene Treu e Romagnoli che hanno assieme pubblicato il saggio “Sindacati, storia e significati”, dove descrivono il passaggio dalla cultura del conflitto a quella della contrattazione, in due parole: democrazia economica, che è esattamente anche uno dei temi principali de La Destra.
L’uomo deve regolare l’economia, non l’inverso
C’è però un problema, che riguarda la proprietà dell’impresa, che si muove sempre più sul piano finanziario, cioè al settore bancario, così che adottando queste forme composite in cui non si capisce bene la funzione economica, si rende inconsistente ogni controllo su legalità e corruzione: i veri guadagni, infatti, vengono dalle speculazioni, attraverso fusioni, manipolazioni di bilancio… Negli Stati Uniti recentemente è stata approvata per questo uno legge per sottomettere il management alla proprietà, che così deve rispondere di quel che fa, rispondendo così indirettamente anche al Premio Nobel per l’Economia Amartya Sen, il quale ha recentemente sottolineato il pericolo che l’attività economica diventi regolatrice.
Bisogna anche pensare alla promozione d’impresa nel Sud, e chiedersi che fine fanno gli aiuti dati per questa macroregione.
In Italia ultimamente alcune imprese come la Marzotto hanno sperimentato contratti con cui decidono assieme ai lavoratori circa la gestione degli orari e altri dettagli, applicando così la pratica non ancora diffusissima per i contratti avanzati di secondo livello che già intervengono sul problema. La Cisl ha sempre sostenuto e difeso questa cultura, insistendo sull’idea della volontarietà dei meccanismi.
Problemi macroeconomici e Proposte di legge
In Parlamento sono stati presentati circa una dozzina di testi, sia da parte Pd che Pdl (questo per coloro che, per giudicare la bontà di un’idea, vedono che partito la propone), fra cui quello di Pietro Ichino rappresenta una sintesi tra Treu e Castro. Per le imprese con più di 50 dipendenti c’è l’obbligo della codecisione; se non venisse applicata ci sarebbero anche pesanti sanzioni amministrative (decreto 25 del 2007). Bisogna anche fermarsi sull’idea degli incentivi basati su sgravi fiscali e contributivi, perché la partecipazione è positiva, aumenta la competitività, la produttività e la coesione sociale.
Per Zamagni manca una riflessione seria, soprattutto oggigiorno che si confonde il lavoro con la mera occupazione retributiva. La precarietà non esisteva fino a un decennio fa, c’erano solo occupati e disoccupati, poi è emersa la flessibilità. Facciamo tra l’altro notare che Marco Biagi, che aveva preso a modello il successo della flessibilità realizzato nel Regno Unito, seppure abbia lavorato con Berlusconi, era di sinistra: infatti la sua proposta l’aveva già avanzata a D’Alema, che però gliel’aveva bocciata.
La nuova società e i primi esperimenti
La condizione più favorevole sarebbe quella della cogestione, ma bisogna partire dagli utili. Nel mondo anglosassone di parla di democratic stakeholding, in seguito d.s., concepito primariamente per le medie imprese – da adattare poi a quelle più piccole: difficile ma non impossibile. L’esperienza di questi esperimento in tutto il mondo è ancora scarsa, ma dove è stata fatta i risultati sono stati eccezionali.
L’argomento forte è la RSI, che si articola in diverse fasi: la prima volta venne affrontato da Bowen, che però venne deriso totalmente, soprattutto dall’ultraliberale Milton Friedman, secondo cui l’impresa deve solo fare profitto, e questo è stato l’unico credo fino circa agli anni ‘70.
Dopodiché assistiamo al grande cambiamento della società, da fordista o taylorista a postfordita: la società fordista è fatta semplicemente a forma triangolare, dove in basso sono collocate le persone con un’istruzione bassa e al vertice con un’alta, come la laurea ; in quella postfordista, invece, la forma è a clessidra e a metà ci sono quelli con la laurea che sono scesi a fare i precari, mentre al vertice ci stanno i pochi che si sono presi ulteriori specializzazioni, master, ecc. Così, oggi le imprese che seguono ancora la logica fordista falliscono più facilmente o comunque subiscono maggiormente gli effetti delle crisi.
Non elemosina, ma reciprocità e formazione
L’idea che è subito da rigettare è quella che la partecipazione agli utili possa essere la concessione massima, quasi come un’elemosina, che già veniva fatta nell’800. Ora la vera  sfida consiste nella partecipazione alla gestione, da non confondersi con l’assemblarismo, che porta solo all’anarchia.
Il d.s. ha regole chiare e precise, è la traslazione pratica della reciprocità, cioè la responsabilizzazione dei lavoratori, che danno di più. La recente crisi dei mutui è dovuta proprio a mancanza di d.s. Bisogna comunque studiare caso per caso e sperimentare le linee guida.
L’uomo evolve, sviluppa i suoi talenti, vuole e deve acquisire maggiore libertà: a questo serve lo d.s. Il lavoro non deve essere solo un fattore di produzione (è anche quello, ma non può essere ridotto solo a questo): è e deve essere il luogo di formazione umana. Negli USA c’è più difficoltà a capire queste cose; siamo noi italiani che abbiamo creato il modello d’impresa, quindi dobbiamo capire meglio come aggiornarlo e cercare di essere noi ad insegnarlo, prendendo magari spunto dal modello svedese.
Purtroppo, alla parte imprenditoriale, finché parli di utili, c’è disponibilità, quando invece passi alla partecipazione alla gestione, cercano di affossare il discorso. Si prova con l’alternativa del monitoraggio, ma è un po’ una perdita di tempo, difficilmente applicabile. La Democrazia Economica si rifà anche al contratto sociale di Rousseau, secondo cui l’uso che gli americani facevano della democrazia era tale per cui meritavano di perderla, e in Italia da Vico e Cattaneo.
Eugenio Sibona