Almirante, un ricordo personale indelebile  Segnala
Venti anni fa moriva Giorgio Almirante. Un figura storica per il panorama politico italiano. Una figura scomoda per molti, odiata dalla sinistra comunista e socialista, osannata dal popolo della destra, apprezzata dai democristiani, quelli che si turavano il naso montanellianamente pur di non vedere i cavalli dei cosacchi abbeverarsi nelle fontane di piazza San Pietro. 

Un padre putativo per tantissimi, un punto di riferimento. Chi scrive non era tra coloro che seguivano le sue scelte politiche, quando si è giovani si è ribelli e spesso non si comprendono certe scelte e certi atteggiamenti. Io e tanti altri eravamo rautiani e ancor prima fuori dal partito. Quel partito che consideravamo matrigna più che madre. Eppure, pur nella non condivisione di vedute politiche e strategiche ero onorato di far parte del servizio d'ordine sotto il palco quando parlava Almirante. Ero onorato e fiero di essere là sotto e di ascoltare uno tra gli oratori più seri, più profondi, più italiani che la politica nazionale potesse vantare. Oggi non ce ne sono più come Almirante e questo è un danno enorme per la comunità nazionale. Ero onorato e fiero anche se nella mia sezione di appartenenza di allora, Colle Oppio (una delle più note e dure d'Italia), non lo volevamo. Ma l'esser avversari in un partito è normale, ammesso che ci sia il rispetto per il ruolo che ognuno di noi ricopre. Allora il Fdg era qualcosa di diverso, assai diverso dal partito di cui era organizzazione giovanile. Ma era diverso come lo sono tutti i giovani di questo mondo. Eppure quella gioventù turbolenta, irascibile, che non faceva sconti a nessuno, che non si tirava indietro mai lanciava dei segnali forti, nuovi, innovatori. Quella gioventù fatta da me, Alemanno, Rampelli, Gasparri, Buffo, Angelilli, Augello, Marsilio, Malcotti e tanti altri. E questo Almirante lo capiva. Questo Almirante lo sapeva. Conoscevo Almirante, era amico personale di mio nonno. La loro era una di quelle amicizie cementate dalla guerra, dai ricordi, dal sangue. Sapeva che non ero “almirantiano” ma ha sempre avuto tempo per me se lo chiedevo. Non  lo feci mai, se non una volta quando lo chiamai e gli chiesi di ricevermi con dei miei compagni di classe. Era l’ultimo anno di liceo, ero stato “costretto” come tanti di noi ad andare in un liceo privato. Andai al Manieri di Piazza Vittorio, l’istituto dove Almirante aveva insegnato. Fu ben felice di vedermi e di ricevere degli studenti che gli ricordavano la sua “gioventù”. Tra le altre cose anche i miei compagni facevano politica nel Fdg, ad Acca Larentia. E fu là che capii quanto, nonostante tutto, Almirante era interessato a quello che pensavano i giovani. L’ultima volta che lo rividi fu in una bara. Ebbi l’onore di essere uno dei pochi del Fdg che fecero il picchetto alle due bare la sue e quella di Romualdi. Strano destino il loro, insieme anche nella morte. Il resto è storia di tutti noi, una storia comune a cui chi non ha partecipato non può comprendere. An, la Fiamma Tricolore, La Destra stessa sono altra cosa, sono altre storie, altri sentimenti.

Con Almirante finì un’epoca, forse un sogno, un patos, un sentimento. Un sentirsi fratelli, vicini l’uno all’altro, vivere l’uno per l’altro, lottare, soffrire, gioire…..

Tutto è cambiato oggi. Tutto è diverso. E’ meglio? E’ peggio? Non lo so. Non sono un nostalgico, guardo avanti. Certo è che io, e tanti altri, abbiamo la fortuna di avere nel nostro zaino qualcosa che agli altri manca: abbiamo vissuto velocemente, intensamente, duramente, col fiato in gola strozzato dalla rabbia e dal dolore. Ma abbiamo vissuto veramente. Noi pochi, felici pochi (e non parlo solo dei missini ma di tutto un mondo che oggi non c’è più).

 Stefano Schiavi