25 aprile, quando un Presidente fa ancora differenza tra chi era da una parte e chi dall'altra....  Segnala


Ogni anno, da 63 anni, si celebra la ricorrenza del 25 aprile. Ogni anno è fonte di scontri più o meno aspri, di aperture e chiusure politiche. Di demonizzazioni e di esaltazioni. Mai, però, di una analisi seria, pacata, serena. Nemmeno questo anno ci si è provato. Soprattutto perché la ricorrenza arriva in un momento in cui la sinistra radicale, socialista e massimalista è stata spazzata via dal parlamento. Un avvenimento non da poco nel panorama politico e sociale di questa Italia “sgarrupata” che Romano Prodi riconsegna a Silvio Berlusconi.
No, non poteva essere una giornata di riconciliazione. E lo ha confermato lo stesso presidente della Repubblica, quel Giorgio Napoletano con un passato da dirigente, e non certo di poco conto, del più grande e importante partito comunista europeo. Quello stesso partito che ha basato la sua esistenza sull’odio e sulla vendetta utilizzando l’ideologia bolscevica come parafulmine per azioni che con la politica e l’ideologia poco hanno a che fare.
Oggi Napoletano, essendo il presidente di tutti gli italiani, rossi e neri, bianchi e azzurri, ha cercato di spogliarsi di quell’abito che ha cucito addosso come una seconda pelle. E’ stato un dovere istituzionale; per lui niente fischi nella rossa Genova in fondo non è certo il cardinal Bertone.
Ed ecco che il presidente di tutti gli italiani, proprio come Sandro Pertini altro nume della repubblica italiana nata dalla resistenza (ma che lo divenne, è importante dirlo, solo dopo la morte di Pietro Nenni che fece di tutto per non fargli avere incarichi di prestigio e di governo fino alla sua morte. Il perché è sempre stato chiaro, Nenni accusò Pertini di aver fatto uccidere Mussolini, un suo amico e compagno d’altri tempi, senza discuterne con gli altri capi del Cnl), snocciola il suo discorso sul 25 aprile. Parla di data storica per la nostra nazione e degli errori commessi che vanno valutati e analizzati ma…."Se ne può dare - dice il Presidente - un'analisi ponderata che non significhi in alcun modo confondere le due parti in lotta”, ammonendo il revisionismo.
Insomma, il 25 aprile è la “festa” di tutti gli italiani, però ci sono italiani che meritano meno di altri. Ci sono 600mila ragazzi (un tempo, purtroppo per loro) che non sono degni di essere italiani come lo sono invece gli 80mila (?) partigiani rossi o bianchi che siano (mettendo nel dimenticatoio anche che molti partigiani bianchi furono massacrati dai partigiani rossi insieme ai fascisti e presunti tali). Insomma, italiani sì ma manteniamo le distanze. Un bel discorso di riconciliazione nazionale non c’è che dire.
Di diverso avviso, ovviamente, il presidente del consiglio in pectore Silvio Berlusconi che, sinceramente, ha avuto più “fegato” di qualcun altro a destra ha invitato a capire le "ragioni dei 'ragazzi di Salo'", come hanno sostenuto in passato anche diversi esponenti della sinistra, e "saldare il debito contratto con gli esuli Istriano-dalmati" è la "strada giusta" che non "può in qualche modo ledere l'orgoglio di chi combatté per la libertà contro la tirannia".
Si può essere a favore o meno di una posizione del genere ma, quanto meno, qualcuno, ed è uno che viene dall’area socialista-craxiana (e questo non mi meraviglia affatto) che comunque cerca di ridare onorabilità e rispettabilità a chi ha combattuto in nome e per conto dell’onore d’Italia.
Probabilmente, se si cominciasse realmente a ragionare, a guardare la storia nel suo insieme e nelle sue verità, ormai storiche per l’appunto, forse, e dico forse, si potrebbe arrivare pian piano ad una ricorrenza dove si ricordino veramente i caduti da ambo le parti.
Se si ammettessero gli errori di tutti, se si cominciasse a smitizzare la resistenza come fenomeno sociale, politico e militare, se si cominciasse a riconoscere che più che guerra civile si trattò di regolamento di conti, almeno dopo il 25 aprile come denunciano personaggi come Pansa che non possono certo essere accusati di fascismo. Se si cominciasse a comprendere che quella guerra civile fu combattuta da un esercito in divisa contro una minoranza politica che aveva voglia di riscatto e che sognava la rivoluzione bolscevica anche in Italia. Se guardasse la storia con gli occhi degli storici (ma non di parte ovviamente), allora, e solo allora si potrà pensare ad una Italia realmente unita. A 63 anni di distanza dalla fine della guerra il Bel Paese è ancora profondamente spaccato in due e certi discorsi da parte della massima autorità dello Stato non aiutano certo alla serenità. Tra qualche anno, chissà, forse il terreno sarà diverso…..

Stefano Schiavi