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Nahr El Bared: teli di plastica blu come drappi teatrali si aprono sulla distruzione

campo profughi libano2.jpgBeirut - Partiamo con un minibus dal Cola. Sempre con la stessa battuta di tutti gli autisti: tutti dal Cola, nessuno dal Bibsi, variante locale di Pepsi (l'umorismo arabo), e ci dirigiamo velocemente a nord, direzione Tripoli (nord del Libano), e da lì al campo profughi (palestinese) di Beddawi. Appena entrati a Beddawi vediamo sedie e banchi accatastati alle intemperie e ci scontriamo subito con il problema: l'emergenza abitativa causata dall'afflusso di profughi da Nahr el Bared che hanno sconvolto la vita individuale e associativa.

Emergenza chiama emergenza. L'emergenza abitativa porta con sé l'emergenza educativa. Infatti, i profughi sono stati smistati nelle scuole. Ogni aula è stata suddivisa in quattro settori da un telone di plastica blu e quindi i bambini non possono più andare a scuola. Stanno cercando di organizzare per la prossima estate corsi di inglese con volontari svedesi e francesi. Abbiamo parlato con un insegnante palestinese che ci ha segnalato quella che lui definisce “l'anomalia dei libri di testo”. I palestinesi devono studiare lo stesso programma sugli stessi libri di testo dei libanesi (questo vale per tutte le materie, compresa la storia e la letteratura), ma poi non possono insegnare nelle scuole statali libanesi, poichè l'insegnamento ricade nell'elenco delle 73 professioni vietate ai palestinesi. E con lo stesso tono ci fa notare una domanda che campeggia solitaria sulla lavagna ormai inutilizzata : “C'è stato il Ramadan, poi l'Aid el Adha, quindi l'inverno e siamo ancora qui. Fino a quando?”, e con amara autoironia la risposta, decine e decine di righe bianche da compilare.

L'unica risposta che il governo libanese ha saputo dare sono stati i piccolissimi prefabbricati, assolutamente inadatti, i cui prototipi sono stati piazzati nell'unico spazio di aggregazione ludica, invadendo il campo da basket che a tutt'oggi è inutilizzabile. Anche la squadra di calcio è costretta ad allenarsi nelle viuzze. Sono riusciti persino ad organizzare un campionato dei campi profughi! In questa situazione sono stati in grado di mantenere in funzione le strutture del campo: l'asilo infantile intitolato a Kanafani e al valore della letteratura come resistenza, il teatro con gli spazi di animazione per bambini e adolescenti, e soprattutto una clinica specializzata in psicologia, gestita da un medico laureato a Tashkent che riceve aiuti dalla Mezzaluna, dalla Croce Rossa Internazionale e da “amici a titolo personale”, i palestinesi non possono, infatti, usufruire del servizio sanitario nazionale libanese.

Dopo due ore arriva la notizia che abbiamo il permesso per entrare a Nahr al Bared. L'ingresso al campo è presidiato dall'esercito libanese e i soldati che lì stazionano perquisiscono prima l'auto e poi noi. Infine entriamo in mezzo al fango e alle macerie per arrivare alla casa di M. nel cosiddetto “campo nuovo”, una delle poche strutture non rase al suolo dall'intervento dell'esercito, ma comunque bruciata in segno di spregio. Una casa dove porte e finestre sono sostituite da pesanti teli di plastica blu, come drappi teatrali che si aprono su una scena inquietante: la completa distruzione del campo vecchio, le cui macerie sembrano un piedistallo su cui è stata issata la bandiera libanese ben visibile da qualsiasi punto. Le pareti invece, beninteso, quelle rimaste, sono annerite dal fuoco. Dice M: “siamo tornati qui da un mesetto e le prime volte che mi sono svegliato ho pensato: ma dove ho dormito? In una tazzina di caffè?”. Al nostro sguardo incredulo, aggiunge ridendo: “ma come, non sapete che i libanesi leggono solo le mani e i fondi del caffè?”.

Arrivano parte degli abitanti che sono riusciti a rientrare e il discorso cade inevitabile sul mistero di Fatah al Islam. Secondo la loro testimonianza si è trattato di un gruppetto di arabi provenienti da diversi Paesi sbattuti fuori dall'Iraq, passati in Siria, sbattuti fuori dalla Siria, giunti in Libano ed entrati nel campo alla spicciolata con una gran voglia di menar le mani contro chiunque. Si parla della sorte del suo leader, ucciso o vivo in Arabia Saudita, considerati i legami della famiglia Hariri, del futuro presidente libanese, a tutti piace il generale Suleiman, "ecco perchè non verrà eletto", profetizza sicuro M, e su Nasrallah: e tutti, anche chi la pensa in modo opposto a lui, ammettono che gli unici bulldozer che si vedono nel campo sono quelli mandati da Hezbollah per togliere le macerie, nonostante le tante promesse dello Stato libanese.

Andiamo a fare un giro tra rovine e fango fino alla“al-sharia' al-tagiaria”, cioè la strada commerciale, un'ampia via piena di negozi in cui veniva a comprare anche gente esterna al campo, esperienza peculiare in un campo profughi. Chi è stato ad esempio a Chatila sa come sono stretti e angusti i vicoli. Preoccupati di mostrarci solo distruzione e disperazione, ci portano al centro culturale a vedere uno spettacolo di animazione, dove si intrecciano l'importanza della socializzazione e il valore dell'arte, della bellezza e della poesia, e subito dopo si parla dello sciopero da organizzare l'indomani contro l'Unrwa (l'organizzazione dell'Onu per i rifugiati palestinesi) per velocizzare la costruzione di case e scuole Poi, arriva un pranzo sontuoso cucinato su una piccola carbonella e immancabile il rito del te. Anche questa è resistenza: la resistenza quotidiana dei palestinesi di Nahr el Bared.

Monica Macchi fonte www.arabmonitor.info
 

 

 

 

 

 
Iraq e le minoranze religiose

Il 24 marzo del 1980, Monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador, veniva ucciso mentre celebrava la messa. Il giorno precedente aveva esortato i soldati salvadoregni a disubbidire agli ordini di chi li usava per una feroce repressione della popolazione. Simbolo di una Chiesa che si mette a fianco dei poveri, Romero in tutta l'America Latina viene chiamato santo).

Molti anni sono passati da allora ma la storia dei martiri religiosi rimane sempre la stessa.

A 5 anni di distanza da quando le truppe di Bush entrarono in Iraq per riportare una improbabile democrazia, in un paese già devastato da un regime completamente dittatoriale, dove la corruzione, i soprusi erano all’ordine del giorno, dove i cristiani erano poco più di un milione e mezzo, oggi dopo che il regime dittatoriale è stato eliminato, la sopraccitata democrazia ha dato i suoi frutti ahimé marci: c’è una feroce campagna di liquidazione dei diritti religiosi e civili dei cristiani. La mancanza di sicurezza è divenuta la croce quotidiana di tutti gli iracheni; i primi a cadere sono i più deboli e tra questi sono i cristiani, che non possono far leva su solidarietà di tipo etnico-religioso: le violenze vanno dall’ingiunzione di abbandonare le loro case al pagamento di somme di denaro, dalla chiusura dei negozi e chiese all’accusa di essere collaborazionisti o infedeli. Poi i ripetuti rapimenti di sacerdoti con richiesta di forti riscatti o assassini veri e propri come il recente assassinio dell'arcivescovo di Mosul, Monsignor Paulos Faraj Raho.
Pochissime le voci che si sono levate per dichiarare questo stato di impotenza.
Significativa fu la denuncia di Magdi Allam, che ha ricordato come la libertà religiosa di tutti sia uno dei valori dell’Islam (7 luglio 2007). Il vescovo ausiliare di Baghdad ha dichiarato che “La cristianità sta dormendo davanti a questa situazione… dopo l’assassinio di Padre Raghiid Ganni e dei tre suddiaconi a Mosul chi ha alzato la voce?”.

Bonaria Corrias, Dipartimento Politiche Estere
Candidata al IX Municipio di Roma

 
I cristiani in Iraq, intervista a Suor Lucia Shammas

Baghdad - Cinque anni fa l'aggressione militare anglo-americana all'Iraq e la successiva occupazione internazionale del Paese. Lucia Shammas è una suora cristiana caldea di 37 anni della zona di Mosul, raggiunta da Arabmonitor.

Ci faccia un raffronto tra l'Iraq del 2002 e quello di oggi ?

"Allora potevo uscire tranquillamente dal convento. Potevamo organizzare processioni in occasione delle ricorrenze. Pubblicavamo libri. Avevamo le nostre scuole funzionanti: non le aule vuote. Potevo riparare la mia macchina, vestita da suora, in una pubblica piazza di Baghdad. Oggi questo non c'è più. Non è più possibile. Il 2003 ha segnato una rottura con il passato".

Le hanno mai chiesto se si stesse meglio con Saddam Hussein o gli americani ?

"Sempre. Continuano a farlo. Io rispondo che gli americani non mi hanno lasciato la possibilità di scegliere".

Quanti erano i cristiani in Iraq verso il Duemila ?

"Circa ottocentomila".

Quanti sono oggi ?

"Tra cento e duecentomila".

Dove sono finiti ?

"Scappati o uccisi".

Uccisi da chi ?

"Da quei fanatici fondamentalisti che hanno assassinato di recente l'arcivescovo di Mosul (monsignor Paulos Faraj Raho) e dalle violenze dell'occupazione".

Scappati dove ?

"Nelle aree del nord, nella zona di Mosul  dove proprio la presenza dell'arcivescovo ucciso dava forza, nelle province curde, in Siria, in Turchia, in Giordania, e qualcuno in Svezia, Germania, Australia, Stati Uniti".

Possiamo dire che sono stati cinque anni di pulizia etnica e religiosa?

"Lo possiamo dire sicuramente e nessuno ha sofferto più delle minoranze, che in realtà sono minoranze culturali, presenti sul territorio da secoli. I cristiani, i yazidi, i turcomanni. Oggi la comunità cristiana ha completamente abbandonato Bassora per paura. La stessa cosa è avvenuta nelle aree storiche di presenza cristiana a Baghdad. Presso queste comunità il sentimento nazionale non è mai stato inferiore a quello delle grandi comunità. Semmai è vero il contrario".

Pochi giorni fa il vice presidente americano ha detto a Baghdad che "fenomenali progressi" sono stati compiuti nel Paese.

"Gli americani non sono coscienti di quello che hanno commesso. C'è da parte loro un atteggiamento di irresponsabilità. Ma anche da parte dei media, quando ci si domanda: ma in fondo quante sono state le vittime? Centomila? Per me è traumatico vedere che di genocidio si parli solo se ci sono più di un milione di morti. Questo è criminale. La paura di rimanere uccisi tutti i giorni. I rapimenti. L'esistenza di milioni di persone spazzata via da un giorno all'altro. Come la mettiamo con i drammi e le tragedie di centinaia di migliaia di persone? Sarebbero 23 miliardi i dollari entrati nel Paese per la ricostruzione. Dove sono? Chi cura la corruzione? No. Non è possibile paragonare questi cinque anni al periodo precedente. Sono menzogne che la situazione sia migliorata".
 
 
fonte www.arabmonitor.info

 
Esclusivo - Libano: intervista a Jocelyne Khoueiry

khoueiry_livre.jpgESCLUSIVO - Con Alberto Arrighi ed altri ragazzi del FdG abbiamo, nell’Agosto 1990, partecipato ad una missione umanitaria nel Libano in guerra, organizzata dal Comitato per la Liberta’ e l’Indipendenza del Libano. Si trattava di consegnare quattro containers di medicine ed aiuti umanitari, recandosi anche ai dispensari medici sulla allora pericolosissima e famigerata linea verde, il confine tra Beirut ovest ed est, costantemente sotto il tiro dei cecchini. Nel corso di quella esperienza indimenticabile, abbiamo conosciuto la Dottoressa Jocelyne Khoueiry, che si e’ occupata della logistica dell’operazione. La Dott.ssa Khoueiry e’ stata il Comandante della Milizia femminile delle Forze Libanesi, numero tre dell’esercito ai tempi di Gemayel; successivamente ha lasciato l’attivita’ militare per darsi completamente all’opera di volontariato sociale, fondando diverse Associazioni di matrice cattolica, tutte orientate all’assistenza delle donne. L’onesta’ e l’impegno senza sosta della Signora Khoueiry fanno di lei uno splendido esempio di militanza e sacrificio.

Signora Khoueiry, in occidente, si e’ smesso di parlare dei cristiani libanesi, i riflettori sono accesi su altri gruppi, ci parli della situazione attuale dei Maroniti
Della situazione attuale dei maroniti si può parlare su molti livelli: il livello ecclesiastico religioso, ed il livello socio culturale. Rispetto alla vita ecclesiastica, si può dire che c'è stato un certo cambiamento dovuto all’ iniziativa di Papa Giovanni Paolo II di dedicare un sinodo universale al Libano, il quale ha sensibilizzato tutti gli elementi costituenti della Chiesa libanese: clero, monaci, religiosi e laici, operando in tutti i settori della vita pubblica. Fu una grande occasione per riflettere sul problema libanese e rileggere la nostra situazione e meglio definire le nostre basi e la nostra missione in Libano e nell'ambito del mondo arabo. Il sinodo ha avuto come merito anche quello di favorire un successivo sinodo propriamente maronita, tenutosi nel 2004-2005, che ha definito le basi ed i programmi di una riforma ecclesiale, sociale, culturale e politica della Comunità maronita in Libano e nel mondo. Naturalmente, dopo 30 anni di guerra, per partire ufficialmente questo processo necessita di un tempo di maturazione. Dall’altro lato, i movimenti laici sono abbastanza preparati per portare a termine una dinamica di ricostruzione generale. Per cio’ che riguarda la nostra situazione politica, si puo’ dire che non è molto positiva. Una grande divergenza politica divide i cristiani in due correnti. La situazione regionale, cioè il conflitto israelo - palestinese che diventa sempre più duro e violento, unito alla posizione degli USA e della maggior parte dei paesi occidentali, a favore di Israele,  al fine di realizzare il piano di collocazione dei palestinesi in Libano (il vecchio piano Kissinger n.d.r.), hanno fermentato una situazione molto pericolosa sulla scena libanese e cristiana. I regimi sunniti arabi (Arabia Saudita, Egitto, Giordania ed i paesi del golfo) si sono schierati a favore della politica israelo – americana, ciascuno per i suoi interessi: 1-per contrastare l'aumento della Comunità sciita nella regione. 2-per impedire  la collocazione del popolo palestinese in Giordania. 3-per impedire la formazione di qualsiasi potenza regionale che possa costituire una minaccia militare per lo Stato di Israele (prima l’Iraq, ora l’Iran, Hamas e gli Hezbollah libanesi). Va notato che le popolazioni dei vari paesi coinvolti sono lungi dall'essere unanimemente favorevoli  alle posizioni dei loro Governi, da cio’ nascono le grandi divisioni interne che preludono ad uno scisma nel futuro prossimo della regione. È in questo contesto che una buona parte dei cristiani libanesi (più del 60%) è diventata scettica rispetto alla precisione e l'efficacia della politica americana nella regione. Dopo il 13 ottobre 1990 (in Libano) e gli eventi irakeni e afghani, l'imparzialità stessa dell'occidente e’ stata messa fortemente in discussione. Noi libanesi, a causa di questa politica, siamo ormai tra due fuochi. Non si puo’ inserire il Libano all’interno della dinamica americano-sunnito-israeliana, che nasce al fine di giungere ad una  facilità di “utilizzo” del Libano, a scapito delle aspirazioni e dei diritti dei popoli arabi. Questa situazione e’ così complicata che va oltre il Libano, e la Comunità maronita in particolare, andando a favorire l'emigrazione della gioventù libanese ed impedendo il progresso economico e culturale del paese.

Quanto e’ vivo, oggi, il messaggio politico ed il ricordo di Bashir Gemayel ?
Il messaggio di Bachir vive soprattutto tra i  "vecchi delle Forze Libanesi" (la piu’ importante organizzazione militare dei Cristiani. N.d.r.) che si sono allontanati della direzione attuale delle FL per ragioni politiche ed etiche. La visione nazionale di Bachir, cioè la sua risoluzione a voler costruire  uno Stato sovrano forte, indipendente ed autonomo, è fortemente presente nel pensiero del Generale Aoun (ex Presidente e comandante dell’Armee du Liban n.d.r.) che guarda ad una soluzione strettamente libanese al conflitto, lontano dalle ingerenze straniere quali esse possano essere; questo progetto porta ad una resistenza nei confronti del progetto di creazione di uno stato palestinese all’interno del Libano, ed a una guerra aperta alla corruzione; ciò che lui subisce in questa fase e’ la persecuzione da parte della classe dirigente attuale e l'inimicizia dei mass media, che sono molto potenti nonche’ molto ricchi. Aoun non smette mai di ricordare l'ingiustizia subita dai cristiani a livello politico in seguito all'accordo di Taef nel 1990 e richiede la restituzione del loro posti, in seno ai posti politici chiave del paese.

Donne e bambini, in un paese alle porte del fondamentalismo islamico, quale e’ la situazione creatasi dopo il 1990, ci parli del Suo impegno
In realtà il pericolo non proviene soltanto dal fondamentalismo, che non ha raggiunto ancora il livello di guardia. Il pericolo per le nostre famiglie, per i giovani e le donne libanesi si caratterizza soprattutto nelle tendenze al rilassamento morale ed all'indifferenza nei confronti dell'impegno culturale e politico. Attraverso la nostra missione presso la famiglia (presso il Centro Jean-Paul II), constatiamo a quale punto le difficoltà economiche e la crisi politica pesino sulla vita sociale in Libano. La donna libanese diventa sia più responsabile e più attiva nel raccogliere le sfide della vita quotidiana, ma anche più menefregista, a causa della sua impotenza nell’affrontarle. Di qui la crescita dei problemi morali e dei conflitti coniugali e familiari. 
 

La crisi libanese, evidente nella difficolta’ di eleggere il nuovo Presidente, ha una possibilita’ di sbloccarsi, oppure rischia di condurre ad un nuovo conflitto tra le “milizie” ?
Si poteva sbloccare la situazione se ci fosse stato un minimo di fiducia tra le parti in conflitto. Il peso derivante dall’essere al servizio di un progetto o di una volontà straniera e’ forte e simmetrico. La migliore soluzione, in un paese democratico, sarebbe di organizzare elezioni legislative anticipate. In Libano occorre cominciare innanzitutto con il cambiare la legge elettorale, che fu imposta dai Siriani dall'anno 2000, quindi formare una nuova classe politica che possa dialogare sulle grandi sfide del paese. Attualmente, è troppo tardi. La sola uscita sarebbe  trovare un compromesso che rispetti il principio di consensualita’ tra le varie Comunità etniche e religiose, come pure i principi di giustizia che devono disciplinare la partecipazione al governo. In Libano la struttura politica democratica è particolare ed occorre rispettarla. In una situazione regionale così tesa, che richiede decisioni determinanti quanto al futuro del paese, sarebbe suicida allontanare una della Comunità costituenti dal potere (i Maroniti... n.d.r.). È difficile ma non è impossibile quando si è tra libanesi.
 

I militari italiani sono schierati nel Sud del Libano, cosa si aspettano i libanesi dal nuovo governo che si formera’ in italia, cosa chiedono al nuovo Ministro degli Esteri?
Innanzitutto noi li ringraziamo infinitamente per la loro solidarietà e per il modo con cui conducono la loro missione nel Sud del Libano. Si e’ creata, grazie ai militari italiani, una sensazione di sicurezza e di convivialita’ con una popolazione cosi’ provata a causa della guerra. Ciò che desideriamo dal prossimo Governo italiano è di cercare di capire profondamente la nostra realtà, prima di intervenire nella situazione libanese. Noi speriamo che il vostro prossimo Ministro degli Esteri possa essere libero di farlo secondo la sua convinzione ed il suo giudizio. Da tempo si attende l'Europa!
 

In Europa si fa abbastanza per il Libano?
L’Europa fa ciò che può a livello di sviluppo economico e sociale come pure a livello di sicurezza. A livello politico, l’Europa, fa ciò che le è permesso fare.

La sua vita e’ stata spesa interamente per il suo Paese, prima come militare ed ora come responsabile nell’associazionismo cattolico. Cosa e’ per Lei la parola “impegno” e quale e’ il messaggio che lancia ai giovani libanesi ?
Impegno significa: Responsabilità e libertà, significa trovare il senso della  vita e poter concretizzarlo. Una volta eravamo pronti a morire per il nostro Libano! Oggi è tempo di vivere per costruire lo Stato libanese giusto, servire il nostro popolo e salvaguardare i valori umani, che costituiscono la nostra identità e la nostra missione specifica!

Paolo Ebana, corrispondente dagli Usa 

 
Pakistan: Tra guerra e pace all'alba delle urne

pakistan-foto.jpgIslamabad – Il Pakistan sta attraversando una delle fasi più difficili dalla sua indipendenza. La destituzione del capo della Corte Suprema,  Iftikhar Chaudhry, nel marzo scorso ha costituito il primo spartiacque politico per la Presidenza di Pervez Musharraf. Successivamente Musharraf si è dovuto confrontare con gli integralisti islamici asserragliati nella Moschea Rossa che chiedevano l’applicazione della Sharia in tutto il Paese. La dichiarazione dello stato emergenza, l’assassinio dell’ex Premier, Benazir Bhutto ed i continui attentati kamikaze non hanno fatto altro che estendere ulteriormente l’instabilità dell’unico Paese islamico dotato della bomba atomica.
La morte di Benazir Bhutto avvenuta il 27 dicembre scorso ha scosso l’opinione pubblica che ha reagito con violenza ed indignazione nelle piazze ed il Presidente è colui che ne è uscito più indebolito.
In questa fase di possibile transizione verso un governo eletto democraticamente, nel Paese stanno emergendo tutte le debolezze e le contraddizioni che lo hanno connotato sin dalla sua indipendenza. L’eterogeneità etno-linguistica sebbene sia la vera ricchezza del Paese, nel contempo lo rende particolarmente vulnerabile all’azione delle forze centrifughe radicali.    
Le 4 principali regioni e le Aree Tribali Amministrate Federalmente (FATA) sono così differenti tra loro che costantemente sono soggette a rivendicazioni dei vari gruppi religiosi ed etno-linguistici.  
Nel Nord-Ovest (FATA e la Provincia della Frontiera Nord Ovest) ci sono i Pasthun o Pathan, i quali appartengono allo stesso gruppo etnico della gran parte degli afghani, di cui fanno parte anche i Talebani; nel sud-ovest i Baluci legati a quelli iraniani; nel nord-est i Punjabi, maggioritari demograficamente e storicamente l’etnia dominante nel Paese; nel sud-est ci sono i Sindi dove è ubicata la capitale commerciale, Karachi.
Il Grande Leader (Quaid-e-Azam) del Pakistan, M. Alì Jinnah quando fondò il paese nel 1947 decise che la lingua nazionale fosse l’Urdu e quella ufficiale l’inglese. L’urdu è stata storicamente la lingua degli intellettuali islamici del sub-continente indiano e non di una particolare area geografica, e come tale è stata scelta per creare un collante linguistico tra popolazioni storicamente divise e senza legami ma unite solo dalla fede all’Islam. La capitale Islamabad (“Città dell’Islam”) venne costruita ex-novo nel 1961, vicino la città-guarnigione di Rawalpindi. 
L’Esercito regolare e l’Islam, sono stati i principali baluardi per la stabilità del Paese, e la loro forza è stata rinvigorita dalla perenne tensione con l’India per la spartizione del Kashmir e culminata per tre volte in conflitto armato.
Ma nell’ottobre del 2002 il Pakistan e l’India hanno aperto il più importante canale diplomatico segreto. Per questi negoziati, Musharraf si è affidato al suo più vicini collaboratore e compagno di scuola, Tariq aziz, nominato successivamente Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Nel novembre del 2004 i negoziati hanno portato ad un’apertura di Musharraf verso il Kashmir e per la prima volta nella storia del Pakistan, un Capo di Stato ha ceduto alle rivendicazioni unilaterali ed ha favorito la status di protettorato congiunto sul Kashmir. Ma i gruppi integralisti islamici non hanno mai accettato tale scelta e gli incontri tra i leader dei due Paesi sono stati sovente costellati da attentati terroristici che non ridotto la parziale diffidenza da entrambe la parti.
Nonostante i positivi passi avanti condotti per una risoluzione del contenzioso sul Kashmir, la scelta di Musharraf di sostenere gli USA nella lotta al terrorismo dopo l’11 settembre 2001 è stato sfruttata principalmente dagli integralisti islamici per indebolirlo agli occhi dell’opinione pubblica pachistana.
Il sistema economico feudale che ancora vige nella gran parte del Paese, con povertà e analfabetismo che toccano il 40% della popolazione su 160 milioni di abitanti, ha fatto del radicalismo islamico la principale arma dei più poveri contro i ricchi notabili.
I continui black-out dell’elettricità che attanagliano tutto il Paese per gran parte della giornata a cui si aggiunge la penuria del gas, dell’acqua e del grano alimentano la rabbia della popolazione verso l’attuale establishment. Tale situazione, a ridosso delle elezioni legislative previste per 18 febbraio, è sfruttata sia dai partiti religiosi estremisti che raccolgono il loro consenso nella popolazione più povera anche con slogan anti-Musharraf ed anti-USA, quanto dalla crescita dei partiti etno-linguistici come l’Awami National Party (nel NWFP), il Ponom (nel Sind), il Baluchistan National Party (nel Balucistan).
Il principale partito islamista del Pakistan, il Mattahida-Majilis-e-Amal (MMA), per il momento appare spaccato al suo interno, tra chi ha deciso di boicottare le elezioni come il leader della Jamaat-Islam, Qazi Hussain Ahmed e chi invece vi partecipa come il maulana Fazlur Rehman, leader della fazione del Jamiat-Ulema-Islam-F.
Il 26 gennaio scorso, la Commissione Elettorale ha rigettato la richiesta avanzata dal presidente dell’MMA, Qazi Hussain Ahmed,  secondo il quale, il Maulana Fazlur Rehman non avrebbe potuto utilizzare da solo il nome “MMA” ed il simbolo rappresentato dal “Libro” (cioè il Corano) per concorrere alle elezioni. La scelta della Commissione ha fatto ulteriormente irrigidire la posizione della Jamaat-Islam nei confronti del governo ed inasprire lo scontro tra i due principali leader islamisti.
Fazlur Rehman, di etnia Pashtun e conosciuto anche come “Maulana diesel”, fino al novembre scorso è stato il leader dell’opposizione al governo di Musharraf, e secondo molti osservatori la sua linea politica è stata troppo spesso accondiscendente verso il governo.
Il suo ruolo nella Provincia della Frontiera del Nord-Ovest (NWFP)  e nella provincia del Balucistan – entrambi confinati con l’Afghanistan – lo hanno reso ancora più importante. Grazie alla maggioranza assoluta nel Parlamento del NWFP e secondo partito in Balucistan, il Maulana si è trovato in una posizione strategica sia per Musharraf – e la sua guerra al terrorismo – quanto per i Talebani che hanno utilizzato la madrassa fondata dal padre di Rehman, il Maulana Mufti Mahmood, per lanciare la loro jihiad contro gli USA e le forze della NATO in Afghanistan.
I combattimenti nelle Aree Tribali e nella Provincia della Frontiera del Nord-Ovest (NWFP) continuano e la possibilità che le armi nucleari finiscano nelle “mani sbagliate” preoccupa le cancellerie internazionali.
L’11 gennaio scorso l’Amministrazione USA ha affermato a chiare lettere e senza eufemismi diplomatici di voler stanare i militanti di al Qaeda rifugiati in Pakistan anche attraverso operazioni speciali clandestine con o senza il consenso delle Autorità pachistane. Musharraf ha subito rigettato tale dichiarazione, affermando che “nessuno verrà in casa nostra se non glielo avremo domandato”.
Ma la partita per Musharraf appare molto delicata. 
La valle dello Swat a circa duecento chilometri dalla capitale, fino a qualche mese fa era un’oasi naturalistica visitata da turisti di tutto il mondo, ora è diventata terreno di coltura di militanti talebani che hanno imposto la Sharia. Gruppi di studenti coranici armati impongono alle donne di indossare il burqa e minacciano coloro che si radono la barba o semplicemente vendono cd musicali. Il Maulana Fazullah attraverso la sua radio e le madrasse ad esso collegate, ha costituito indisturbato un esercito di volontari Talebani, la Shaheen Force, pronti al martirio per Allah.
Sul fronte più a sud, nelle Aree Tribali, gli scontri si fanno sempre più duri.
Dal dicembre scorso i combattimenti si sono intensificati e ciò a coinciso con la costituzione di una nuova organizzazione formata da circa 40 rappresentanti di differenti gruppi Talebani che operano tra la NWFP e l’Area Tribale in un unico gruppo denominato Tehrik-i-Taliban Pakistan (Movimento dei Talebani Pachistani) con a capo Baitullah Mehsud. 
E nei giorni in cui Musharraf era impegnato in Europa per un tour diplomatico, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito pachistano, A. Pervez Kayani, per combattere i militanti guidati da Baitullah Meshud ha deciso di dispiegare l’artiglieria pesante con l’utilizzo di carri armati nel Waziristan del Sud.

Come mi ha fatto notare un militare pachistano, è stata la prima volta dall’indipendenza che l’Esercito regolare è entrato con i carri armati nelle Aree Tribali ed – ha aggiunto – che tale scelta operativa ha coinciso con la visita a Islamabad del comandante USA del CentCom, Ammiraglio W. Fallon.
Secondo le Autorità pachistane, il movimento guidato da Meshud è stato responsabile dell’assassinio della Bhutto e tale valutazione è stata anche confermata sul “Washington Post”  dal direttore della CIA, Michael V. Hayden.
Ma nel complesso scenario pachistano anche gli scontri tra sunniti e sciiti sono un fattore di elevata destabilizzazione. Solo nell’Area Tribale del Kurram, nell’ultimo trimestre del 2007 si sono registrati oltre 340 morti e 545 feriti, e circa 900 famiglie sono fuggite in Afghanistan per evitare l’eccidio.
La grande costellazione di gruppi radicali sunniti legati ad al Qaeda ed ai Talebani cercano quotidianamente di estendere lo scontro in tutto il Paese ed intanto il popolo pachistano è il primo a pagarne le conseguenze. 
 
 
 
Simone Nella – Analista, Visiting Scholar presso l’Istituto di Studi Strategici di Islamabad (ISSI).

 

 

 

 
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