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Cambio al vertice del Regional Command West di ISAF in Afghanistan

mckiernan consegna la bandiera nato a serra.jpgDopo circa sei mesi, il Generale di Brigata Francesco Arena ha ceduto oggi il comando del Regional Command West (RC-W) di ISAF al Generale di Brigata Paolo Serra.

Alla cerimonia hanno presenziato il Comandante di ISAF, Generale David D. McKiernan ed il Generale di Corpo d’Armata Giuseppe Valotto, Comandante del COI (Comando Operativo di vertice Interforze). Numerose le altre autorità presenti quali l’Ambasciatore italiano Claudio Glaentzer, i Governatori delle province di Herat e Farah, Sayed Hussain Anwari e Rohul Amin, il Comandante del 207° Corpo d’Armata dell’Esercito afgano, Maggiore Generale Fazal Ahmad Sayar e il Comandante della Polizia Regionale, Maggiore Generale Al Haj Ekrammuddin.

“Voglio esprimere il mio sentito ringraziamento al Comandante di ISAF, Generale Mc Kiernan. E’ stato un grande onore prestare servizio sotto il suo comando. Ho realmente apprezzato la sua guida ed il suo straordinario esempio.” Così il Generale Arena che ha aggiunto: “Ringrazio le autorità governative e i Comandanti delle Forze di Sicurezza Nazionali afghane. Dico questo, perchè con i miei occhi ho visto un notevole miglioramento e incremento delle capacità di Esercito, Polizia e Guardia di Frontiera. Continuiamo il buon lavoro ! ”.

E’ intervenuto il Generale Mc Kiernan che ha ringraziato il generale Arena per il servizio prestato al suo Paese e all’Alleanza Atlantica ed ha così aggiunto: “il Regional Command West è stato un modello. I tuoi assetti hanno agito da mentori, addestrato e migliorato le forze di sicurezza afgane. Questo è progresso.” Nel dare il benvenuto al nuovo comandante ha detto:  “Serra, la nostra missione è quella di costruire un futuro di speranza e progresso per il popolo afghano”. Infine il Generale Valotto ha evidenziato quanto sia impegnativa la missione ISAF per l’Italia, perché implica una presenza continua, un’intensa attività operativa  delle forze sul terreno.

Il Comando Occidentale di ISAF è da oggi incentrato, per la seconda volta dopo la  Brigata Aeromobile “Friuli”, su una unità organica, la Brigata Alpina “Julia”, a vantaggio dell’omogeneità e del senso di appartenenza, pur senza variare la caratteristica interforze e di multinazionalità del Comando.

 
Crisi osseta: l'eredit? di Kohl e Mitterrand ha pesato sulla posizione Ue. La lezione da trarne

La guerra-lampo, sempre che sia finita qui, della Russia contro la Georgia è stata causata dai continui bombardamenti georgiani in Ossezia e dal conseguente e inarrestabile massacro dei civili osseti. Tbilisi non intende concedere l'autonomia alle regioni che si sono trovate incluse nel suo territorio più per forza che per amore, ovvero Ossezia del sud ed Abkhazia e ha intrapreso imperterrita la pulizia etnica. La Georgia non ha agito da sola: è stata armata e sobillata dagli Usa e da Israele. La provocazione bellica georgiana segue inoltre di pochissimo l'indipendenza unilaterale della narcorepubblica del Kosovo, anch'essa provocata da Washington e Tel Aviv (e si tratta di una repubblica islamica...).
Il tutto s'inquadra nella disperata guerra americana per il mantenimento dell'egemonia mondiale, minacciata dagli sviluppi internazionali degli ultimi vent'anni. Gli scopi di quest'operazione erano due: cercare di tenere sotto ricatto energetico l'Europa e di allontanarla dalla Russia; alimentare lo stato d'animo atto alla creazione dello scudo stellare che la rigetterebbe in modo pressoché definitivo sotto il dominio statunitense.

Primo round perso dagli Usa

Per il momento agli Stati Uniti e ad Israele non è andata bene; non solo sul campo, dove i Russi, intervenuti dopo l'ennesima strage di Osseti compiuta dai Georgiani, hanno spazzato via l'esercito d'occupazione pur rinforzato da commandos di privati schierati da Washington, ma anche nelle relazioni internazionali. Infatti pur avendo fatto ricorso capillare ai soviet d'informazione che vantano nei media occidentali per condizionare l'operato dei politici, gli Usa hanno ricavato ben poco dalle trattative. Il cosiddetto “piano Sarkozy” stilato per la tregua ricalca in modo impressionante quanto proposto dal Presidente russo Medvedev: rispetto dell'autonomia delle regioni minacciate dalla Georgia, ritiro delle truppe georgiane, ipotesi di referendum per l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud, interposizione di truppe internazionali dalle quali, almeno stando alla prima versione, non si escludono truppe russe. Si è persino ventilata l'ipotesi che gli Usa non partecipino alle trattative di pace perché, a detta di Kouchner, il ministro degli esteri francese, pur israelita e atlantista doc, sono attivamente coinvolti nelle ostilità.

Disuniti gli uni e gli altri

Il primissimo bilancio (che ovviamente potrà essere ribaltato in qualsiasi momento vista la precarietà del tutto) è di doppio smacco per gli Usa. I quali reagiscono gettando benzina sul fuoco: estromissione ventilata della Russia dal G8 ed eccitazione del partito Nato - convocato un vertice urgente per martedì 19 - nel quale patto militare, sostengono, dovrà essere associato al più presto il membro georgiano; e questo quando altri atlantisti doc, come Frattini o Dini si dicono contrari alla sua inclusione nell'alleanza. E dire che la Germania si oppone con tutte le forze all'allargamento della Nato ad est (ed è merito suo se in Ucraina, malgrado l'adesione al Patto, le tensioni con la Russia si sono assai stemperate). Come i Tedeschi si pronuncia Silvio Berlusconi, da tutti ritenuto americanista doc, il quale mostra perplessità sulla politica atlantista di allargamento Nato e insiste sulla necessità di stringere ulteriori rapporti con Mosca. Esattamente come ha fatto Sarkozy, benché in odore di appartenenza al partito israeliano.

E mentre gli Usa si scalmanano, provando ad aizzare i suoi cavalli di Troia in Europa, primi tra tutti la solita Polonia che apporta sempre sciagure e la Repubblica Ceca, Israele, solitamente più freddo ed intelligente, sembra accettare di buon grado la via della mediazione prendendo, almeno per ora, atto della situazione generale. Del resto la politica di Tel Aviv è molto più sottile di quella americana, realista e spregiduicata. “Se gli Usa riusciranno a far degenerare la crisi - pensano nello Stato ebraico - tanto meglio; se non ce la fanno non ci lasceremo travolgere nella loro sconfitta che potrebbe rivelarsi epocale”.


Come mai l'Europetta?

Le reazioni intrecciate all'aggressione georgiana hanno forse sorpreso gli Stati Uniti; di sicuro tutti gli anti-europeisti convinti per i quali l'Europa dei mercanti non riveste alcun interesse. Come mai, però, questa volta l'Europetta ha detto la sua e non ha cantato in americano? Com'è possibile che ciò sia avvenuto quando la classe politica, quella addetta alle mediazioni e allo spettacolo, è tutta atlantista doc, quando non sia addirittura, come Sarkozy, giunta al vertice per un'azione concordata e pilotata dalle centrali atlantiche?

Si può sorprendere solo chi abbia una concezione superficiale, esteriore e tutto sommato primitiva della politica. Nelle società di stampo mercantile, infatti, sono gli interessi oggettivi (quelli economici innanzitutto) a fungere da struttura mentre la politica spettacolare fa da sovrastruttura. Così quelli che davano per scontata la posizione anti-russa della Ue non avevano fatto evidentemente i conti con i cambiamenti strutturali (e dunque politici) che hanno consentito ai Russi di ottenere un sostanziale sostegno europeo.

Interessi energetici, interessi economici ad est dettano questo genere di politica; altre considerazioni, quali la crisi finanziaria americana e le divergenti direttrici di sviluppo per la fuoriuscita dalla crisi da parte delle due sponde dell'Atlantico dettano questa necessità. Una necessità rafforzata dal potere dell'euro (che da nove anni in qua sta provocando una serie di guerre preventive americane) e dalla crescita politica franco-tedesca cui si è andata aggregando da poco la presenza italiana (una primizia nel dopo Craxi). Al tutto si aggiungano il rapido declino britannico e la costante attrazione della City nella periferia di Francoforte. Possiamo dire, con orgoglio e soddisfazione, che la politica di Mitterrand e di Kohl alla lunga ha dato i suoi frutti. Ma c'è ancora un gap da colmare tra la sostanza e la forma; soprattutto la cultura ideologico-politica che impera in Europa occidentale è ancorata alla situazione antica. Assistiamo così, oggi, a un sorprendente squilibrio tra la sovrastruttura ideologico-informativa e la struttura politico-economica. Grottesca e stridente si è dimostrata nella vicenda l'informazione: a sentire i telegiornali sembrava che la Georgia fosse l'aggredita e che l'emergenza fosse tutta anti-russa. Il paradosso non sta nel fatto che la realtà tangibile ed evidente delle cose fosse diametralmente opposta e riconosciuta anche da diplomatici americani, come lo stesso veterano del Caucaso Carey Cavanaugh (tanto siamo abituati alla menzogna come filo conduttore, alle leggende nere, ai ribaltamenti della verità), bensì che la linea diplomatica intrapresa dai governi europei andasse in direzione assai diversa da quella dipinta dai soviet della comunicazione. Ma questo squilibrio può ingannare le masse e i superficiali, non di certo chi opera concretamente. E gli strateghi del partito atlantico, che non sono quelli delle avventure georgiane ma persone più avvertite, rispondono a questo smottamento continuo, di cui sono ben consci, garantendosi in mancanza di meglio il controllo lobbistico dei politici principali: così facendo non sventano ma rallentano il processo di emancipazione europea e d'intesa eurorussa (che tra l'altro sono stati i temi principali toccati da Berlusconi immediatamente dopo la vittoria elettorale) e tutto resta così ancora possibile. La partita insomma si gioca nel cuore della Piccola Europa in cui non c'è ancora corrispondenza tra la sostanza (che c'è) e la sovranità (che ancora non c'è).

Come Cicerone che proprio non capì

Gli anti-europeisti per partito preso ci dicevano che l'Europa a una voce avrebbe parlato per forza americano; che dotarsi di una politica comunitaria unificata avrebbe significato obbedire al Pentagono. E invece la prima volta in cui l'Europetta ha espresso, di fatto anche se non ancora di diritto, una sua politica estera se n'è infischiata della voce dei piccoli (tutti pro-americani i micronazionalismi...), li ha ignorati e ha seguito la linea tedesca. Certo, è da vedere come resisterà alle pressioni e ai ricatti di parte americana la settimana ventura al vertice Nato cui si troverà, come ben sanno gli Usa, senza la guida franco-tedesca ma, al momento, la scelta di campo è chiara e ha deluso la Casa Bianca. Alla prima prova dei fatti è apparso chiaro che l'anti-europeismo, sbandierato nel nome di sovranismi nazionali del tutto nominali, irreali, inattuali, non concreti, non possibili se non come valvassinaggio, non solo è sterile reazione ma è un fattore di attrito molto gradito oltreoceano. Solo chi ha una concezione inerte della storia, una visione primitiva della vita, una percezione superficiale e spettacolare della politica, del resto può liquidare un fenomeno in potenza, quale l'europeo, come qualcosa dall'esito scontato, può rifiutare a priori di battersi per condizionarlo, abbarbicandosi invece in difesa di barricate immaginarie già travolte oltretutto da quel dì. E' fare come Cicerone o Catone l'Uticense che, per mantenere a ogni costo una vecchia concezione di Roma, le stavano impedendo non solo ogni avvenire imperiale, ma ogni possibilità di tenuta. Molti anti-europeisti sono sicuramente animati da un buon sentimento ma non c'è in loro alcun senso dei tempi, alcun gusto della sfida, alcuna volontà di potenza. E, per giunta, i fatti sono lì a dimostrare che le stesse valutazioni che danno delle cose, delle dinamiche, delle evoluzioni politiche, sono complessivamente sbagliate; le verifiche danno loro quasi sempre torto, né potrebbe essere diversamente.

Thiriart e Corridoni

La lezione che dobbiamo trarre da questa storica, anche se forse passeggera, soluzione della crisi osseta è che si deve iniziare a ragionare in termini europei, ad agire in spazi europei, mirando alla possibilità di potenza, dunque d'indipendenza. Bisogna condizionare quello che si muove invece di passare il tempo a controbattergli quello che va in decomposizione. Non ha senso dire “quest'Europa non ci piace” se invece di costituirne apertamente un'altra (Nazione delle Patrie) le si contrappone un'Italia (o una Spagna, o una Francia) che, così com'è, ci piace ancor meno e che, soprattutto, è più suddita e non ha alcuna prospettiva di uscire dalla sottomissione: si agisca anziché lamentarsi! Questo non solo per andare in pressing sulle espressioni politiche del Vecchio Continente in unificazione, in modo da aumentarne il desiderio di autonomia e spingere un po' più in là le relazioni organiche con la Russia (il che significherebbe anche rinnovarle per completo le rappresentanze politiche), ma anche per riprendere ed attualizzare l'ideale nazional-europeo anticipato magistralmente da Jean Thiriart. E il tutto va collegato con l'ideale sindacalista rivoluzionario diretto di Sorel, Corridoni e Ledesma Ramos, in una logica di corporazioni europee che consenta il superamento del liberismo operando e andando a battaglia e a trattativa laddove ci sono possibilità di soluzioni economiche reali perché, a differenza dei micro-feudi nazionali, c'è potere economico effettivo. Si tratta di un'azione di riconquista sociale che s'innesta su quella di riconquista nazionale. La strada è aperta, bisogna lastricarla; in ogni caso quanto accade dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi ci dimostra che prenderla o meno dipende solo da noi. E questo è il problema: non l'unico ma il principale.

Gabriele Adinolfi

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La guerra in Ossezia del Sud; i coinvolgimenti mondiali; le cause; la posta

La guerra che vede contrapposte Russia e Georgia in Ossezia del Sud può anche degenerare. Lo può perché sono in gioco gli interessi strategici di Russia e buona parte d'Europa da un lato, di Usa e Israele dall'altro. Lo può perché la crisi internazionale è tale che una possibile via d'uscita, almeno da parte americana, può essere individuata proprio in un conflitto mondiale.
Le guerre mondiali iniziano d'estate. La Grande Guerra scoppiò il 3 agosto, il Secondo Conflitto Mondiale fu dichiarato da Francia e Inghilterra alla Germania il 3 settembre.

Impressionanti sono le analogie con il casus belli dell'epoca. Danzica, città tedesca a statuto speciale, inserita in un territorio artificialmente assegnato alla Polonia con il Trattato di Versailles, non faceva che subire vessazioni e violenze. I soldati polacchi assassinavano, torturavano, mutilavano i civili tedeschi. La Germania cercò un qualsiasi accordo per salvare i Tedeschi in balìa dei pazzi genocidi. La Francia e l'Inghilterra colsero invece l'occasione per aizzare ulteriormente i polacchi. Volevano la guerra; del resto il Council of Foreign Relations, la branchia americana della britannica RIIA, ossia il vero e proprio governo privato della politica estera americana degli ultimi sette decenni e mezzo, si era costituito nel 1933 con lo scopo dichiarato di preparare la guerra alla Germania. Dopo l'ennesimo ultimatum disatteso, il 1 settembre 1939 Berlino intervenne a salvare Danzica; con sorprendente ipocrisia Parigi e Londra ignorarono le cause che avevano indotto il governo tedesco a intervenire e parlarono di “aggressione”, dichiararono la guerra alla Germania con la scusa di voler salvaguardare l'integrità territoriale polacca, salvo poi evitare di reagire all'invasione sovietica della Polonia dell'est, che oltretutto era, essa sì, etnicamente polacca. Da quel giorno in poi rifiutarono categoricamente qualsiasi trattativa di pace, anche le più favorevoli: volevano la guerra, l'avevano provocata e aspettavano soltanto che si concludesse con tutta la distruzione che avrebbe comportato e che i signori della pace avevano disegnato a tavolino.


Corsi e ricorsi


Corsi e ricorsi: da quando la situazione internazionale si è mossa rendendo gli interessi energetici ed economici europei – specialmente tedeschi, ma anche italiani – abbastanza complementari a quelli russi, i guerrafondai (nello specifico israeliani e americani) hanno armato secessionisti pazzi e fanatici, come quelli che hanno tenuto in ostaggio la scuola elementare a Beslan (Ossezia del nord) macellando bambini e genitori. Hanno creato un cuneo antieruopeo e antirusso di targa islamica (Kosovo, Bosnia, Cecenia) e hanno fatto infuriare il conflitto nella zona della Georgia.

Ostentando disarmante familiarità con la menzogna, i portavoce dei guerrafondai, come l'inossidabile Miss Rice, attribuiscono la responsabilità dell'accaduto alla Russia e tacciono quanto è avvenuto in queste settimane: attacchi alla Russia dalla Georgia con droni israeliani, bombardamenti dell'Ossezia del sud (la regione russa sottomessa alla Georgia: altra analogia con Danzica). L'8 agosto, mentre il mondo mentiva a se stesso celebrando le Olimpiadi della vergogna, i Georgiani macellavano con l'artiglieria un ospedale della capitale sud/osseta facendo numerose vittime tra malati e civili. Era il momento culminante di un'operazione aggressiva compiuta da Tbilisi con il sostegno e il suggerimento dei suoi alleati. Tbilisi si attende dai suoi protettori qualche cosa di più, visto che chiede agli Usa d'intervenire militarmente contro la Russia.


Perché la situazione precipita

Perché la situazione sta precipitando? Le ragioni sono innumerevoli; vanno ricercate innanzitutto nella continua perdita di terreno dell'egemonia americana, minacciata dalla crescita asiatica, dalla rinascita russa e dalla forza dell'euro. Per provare a salvaguardarla la Casa Bianca ha scatenato una serie di guerre preventive, inaugurando la serie nove anni fa contro Belgrado, ma i risultati non sono stati entusiasmanti. Peggio: gli Usa hanno addirittura perso il sostegno dell'Arabia Saudita che non solo è diventata una buona collaboratrice del Cremlino (vedi l'ultimo Orientamenti & Ricerca) ma ha frenato il sostegno islamico al cuneo immaginato in Europa dal partito atlantico, al punto che ben pochi paesi musulmani hanno riconosciuto la narco/repubblica del Kosovo. La politica di ricomposizione putiniana ha poi permesso a Mosca di non perdere, anzi di recuperare le influenze nell'Asia Centrale verso la zona chiave identificata dal santone della politica americana, il navigato Brzezinski. Qui la Russia ha finito con il coinvolgere strettamente gli interessi tedeschi tanto che all'ultimo vertice dei Paesi di Shanghai la Germania è stata presente mentre la Cina (che è più propensa a schierarsi fattivamente con Washington che non con Mosca) lo disertava. Intanto gli accordi energetici ad ovest sono sempre più stretti. Persino l'Italia parla oggi ufficialmente di una partenrship stretta con la Russia, cosa inimmaginabile solo pochi mesi orsono. E non è tutto: l'accordo promosso da Berlusconi con Putin, lo stesso accordo che due anni fa gli era costata la rielezione sventata da sospetto broglio, verte sulla costruzione del gasdotto South Stream che rende l'Europa indipendente dal monopolio atlantista. Tale gasdotto è in progetto e sembra aver vinto la concorrenza di quello di nome Nabucco, ideato da Israeliani e Americani che punta, al contrario, a staccare l'Europa dalla Russia e a mantenerla sottomessa. Ovviamente la propaganda che ci viene proposta afferma il contrario, e cioè che se quest'ultimo venisse edificato noi saremmo più indipendenti! Di certo è plausibile che i giornalisti, imboccati, neanche sappiano di cosa parlano; chiunque abbia un minimo di conoscenza in materia se afferma qualcosa del genere non solo è bugiardo ma è ridicolo. Il Nabucco in ogni caso passerebbe per la Georgia.

Guerra o pace

Non si tratta di tifare né d'identificarsi. Non si può neppur prender partito sulla base delle analogie storiche le quali – se ci riferiamo non già ai sistemi e alle idee ma ai comportamenti esteri – sono comunque sorprendenti: Usa e Israele hanno assunto i ruoli di Francia e Inghilterra, la Russia è nelle condizioni della Germania e la Cina veste i panni dell'Urss. Non è questo che conta, non lo è neppure la scelta dei modelli e degli spazi di libertà che, se non ci si lascia ipnotizzare dai luoghi comuni, sono comunque assai maggiori in Russia che in Usa o a Tel Aviv. Neppur si può parlare di giustizia ché, come ben noto, quando la situazione prende fuoco, raramente è da una parte sola.

Si deve allora ragionare in termine di interessi nazionali ed europei. Questi sono evidenti: se proprio la guerra dovesse infuriare bisogna augurarsi che la vincano i Russi. Poiché però la guerra serve soprattutto se non esclusivamente a permettere alla potenza declinante di mettere in discussione e in pericolo la nostra ricrescita dopo oltre sette decenni di sottomissione, quello che c'è da augurarsi è che si riesca ad imporre la pace; una pace che permetta a Mosca di garantire lo spazio vitale e l'incolumità agli osseti, da troppo tempo carne di macello designata da chi gioca a Risiko e a Monopoli mentre la gente muore. E che puntualmente si scandalizza e fa la morale a buon mercato facendo passare per brutale e malvagio chiunque ne ostacoli i piani di democraticissimo saccheggio.
 
 

Gabriele Adinolfi, fonte www.noreporter.org

 

 
Solzenitsyn, l'uomo che denunci? il terrorre e la morte nei gulag sovietici

Benchè ai nostri giorni, gli orrori del comunismo diffuso in ogni parte del mondo, con le corrispettive specificità assunte a seconda del luogo in cui si è sviluppata una sua visione, siano noti a moltissimi, sono in pochi a sapere chi fu colui che per primo denunciò con le sue fonti ed esperienze, provate sulla sua stessa pelle, e cosa peggiore subite dalla sua mente (dovette, infatti, memorizzare negli anni di prigionia ogni singola parola del libro che avrebbe poi pubblicato quando, nel 1954, venne scarcerato), cosa fu il vero comunismo sovietico: Aleksandr Solzenitsyn. L’autore di "Arcipelago Gulag" fu il primo a coniare questo termine che oggi possiamo tranquillamente trovare su ogni (o quasi!) libro di storia, e su tut ti i vocabolari, a indicare i luoghi in cui venivano reclusi come animali tutti i dissidenti politici, religiosi, le minoranze etniche del vasto impero sovietico e chiunque avesse un minimo di volontà a non essere eterodiretto ed a non volersi quindi piegare al regime comunista nell’URSS.

Solzenitsyn ebbe inizialmente simpatie marxiste, derivanti dalle condizioni precarie in cui era cresciuto (madre vedova incinta di tre mesi di un cosacco morto durante una battuta di caccia, la laurea in matematica a Rostov conseguita con grandissimi sacrifici per le ristrettezze economiche e le pessime condizioni di salute della madre) e non criticò mai l’Ideologia del Regime... "…fino a quando non venne rinchiuso nei gulag" come lui stesso ammise dopo la sua prigionia durata ben 25 anni tra i vari campi di concertamento russi, fino a quando non venne liberato e poi espulso dalla Russia nel 1970. In quegli anni, abbandonò il pensiero marxista per avvicinarsi a posizioni più tradizionaliste e religiose. Espulso e privato della citta dinanza russa, un'offesa enorme per un uomo fortemente patriottico come lui, si trasferì dapprima in Svizzera ed in seguito negli Usa, dove ottenne la Laurea ad honorem in Letteratura alla Hardvard University; questo tuttavia non gli impedì, una volta consegnato il riconoscimento, di fare delle pesanti accuse alla cultura capitalista occidentale e di addolcire il suo linguaggio al fine di diventare una star mediatica negli Stati Uniti.

Non si trovò mai a casa come sarebbe stato nella sua madrepatria. Fu, sotto certi aspetti, un "Julius Evola russo", difensore della Chiesa Ortodossa russa, la quale, a suo giudizio, doveva essere difesa come patrimonio culturale e spirituale del popolo russo, cosa che lo portò ad essere etichettato dagli ambienti laici sia comunisti che liberali come "reazionario". Nazionalista romantico, fu assai apprezzato negli ambienti di destra, per le sue critiche e denunce al comunismo sovietico, da lui considerato eccessivamente internazionalista e dissolutore della cultura identitaria di un popolo (nonché, male minore rispetto all’impero zarista), anche per la sua visione di un nazionalismo inteso come fonte di espressione del popolo e garanzia di libertà per il popolo stesso. Tanto fu l’amore che provava per la Sua Terra che, benché non condividesse le posizioni e la politica dell’attuale Presidente Putin, gli riconobbe l’aver fatto ritornare grande la Russia. Non furono da meno le critiche volte anche all’Occidente, da lui considerato "spregiudicatamente diplomatico" dal momento che s’interessò solo apparentemente all’Europa Orientale, rimanendo in silenzio poi quando i popoli dell’Est furono sottomessi dall’egemonia sovietica. Molto deve il mondo a quest’Uomo, il quale non solo fece parlare le fonti sul "Male Sovietico", ma per l’importanza spirituale delle sue opere, volte a riscoprire i valori e la cultura di un popolo, a cominciare dalla fede religiosa quando essa è consolidata nella tradizione popolare. A due giorni dalla sua scomparsa non possiamo far altro che dire una cosa, insignificante, se messa in proporzione al bene compiuto da lui verso l’umanità in tutti questi anni: Grazie Aleksandr!

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Al Qaeda primo documentario sulla sua storia

islam2.jpgOsama Bin Laden tentò un'alleanza tra tutti i mujahedin per rovesciare il regime di Saddam Hussein, ma fu bloccato dall'Arabia Saudita che consentì agli americani di entrare nel loro Paese. E' l'affermazione contenuta nel primo documentario sulla storia della rete terroristica di al Qaeda, realizzato dall'interno con le testimonianza dei  fedelissimi dello sceicco. Il filmato è diffuso sui principali forum islamici in Internet. Ma la vera storia sulla nascita di al Qaeda affonda le radici ben prima da quanto si afferma nel documentario. E nasce in Afghanistan negli anni dell'occupazione sovietica. Anni in cui lo sceicco del male era al soldo della Cia e combatteva con gli studenti delle Madrase coranicheoperanti in Pakistan: i talebani.

La storia di al Qaeda affonda le radici nel petrolio e degl intrighi internazionali degni di una spy story che presto pubblicheremo su ladestranews.


L'unione dei mujahedin fallita
"Lo sceicco Osama Bin Laden ha provato a unire tutti i mujahedin per combattere contro il regime di Saddam Hussein, ma l'Arabia Saudita lo ha impedito, consentendo agli americani di entrare nel loro Paese" sono le parole contenute nel video documentario. In questa parte del filmato, realizzato per celebrare la morte di un dirigente del gruppo Abu al-Hasan al-Saidi, si sostiene che lo sceicco del terrore abbia proposto alla casa reale saudita di usare i suoi mujahedin contro il regime di Saddam Hussein per cacciare le truppe irachene dal Kuwait, per evitare che l'esercito americano aprisse proprie basi in Arabia Saudita. "Lo sceicco Osama aveva più volte ammonito circa la volontà di espansione dimostrata da Saddam Hussein - spiega una voce fuori campo - e aveva profetizzato il fatto che nel 1989 Saddam avrebbe invaso il Kuwait, ma nessuno lo ha ascoltato".

Somalia, Kenya, Tanzania e ritorno in Afghanistan
Il documentario parla anche di altri Paesi. Ricordando la missione americana in Somalia "Restore Hope", Al Qaeda rivendica la responsabilità degli attacchi compiuti dai miliziani somali, addestrati dal gruppo terroristico, contro le truppe americane. Uno dei kamikaze addestratori racconta poi  la preparazione degli attentati in Kenya e Tanzania del 1998, e la decisione degli uomini di Bin Laden di tornare in Afghanistan in seguito alle pressioni degli Stati Uniti sul governo di Khartoum. "Siamo tornati sui monti di Tora Bora - continua - a quei tempi il Mullah Omar inviò una lettera nella quale chiese a Osama di spostarsi da Jalalabad a Kandahar perché c'era chi voleva ucciderlo nel suo campo di addestramento denominato Najm al-Jihad. Avevano confiscato delle armi destinate a uccidere lo sceicco Osama". Si parla poi dell'attacco americano del 2002 all'Afghanistan e di come Abu al-Hasan sia rimasto ferito per difendere la città di Kandahar in un bombardamento Usa. Nell'ultima parte del filmato tutti i dirigenti di Al Qaeda lodano il coraggio di Abu al-Hasan nello scegliere di morire in un attentato.

Primo documentario sulla rete del terrore
Il video documentario, dal titolo "Jihad e martirio", in arabo con sottotitoli in inglese, è stato diffuso su siti islamici. E' stato realizzato con la partecipazione di tre luogotenenti di Al Qaeda: Abu al-Habib, capo militare in Afghanistan, che parla a volto coperto; l'egiziano Mustafa Abu al-Yazid, e il sudanese Abu al-Khalil al-Madani, membro del direttivo del gruppo terroristico. I tre combattenti raccontano le "imprese" terroristiche del gruppo con dovizia di particolari e si soffermano, esaltandola, sulla figura di uno degli esponenti della prima generazione del gruppo, Abu al-Hasan al-Saidi, morto di recente in un attacco kamikaze compiuto in Afghanistan contro un convoglio militare americano.

La lotta contro la campagna "crociato-sionista"
Il messaggio del documentario ribadisce l'importanza della lotta contro la campagna "crociato-sionista" in corso nel mondo islamico e spiega l'importanza del terrorismo suicida. "L'avanguardia dei mujahedin guida la nazione islamica nella lotta contro due fronti - spiega una voce fuori campo mentre mostra in un fotogramma la stretta di mano tra il re saudita Abdullah e Papa Benedetto XVI - da un lato il fronte dei governanti arabi e dall'altro quello dei crociato-sionisti".

 

 
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