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Fu nikita Krushev a volere la morte di Kennedy?

Il caso dell'omicidio del presidente americano John Fitzerald Kennedy è stato archiviato da tempo, ma sulla sua morte i dubbi restano ancora. Molti gli interrogativi
che continuano ad alimentare la saggistica egli addetti ai lavori. Fu veramente Lee Oswald a sparare a Kennedy? Fu la mafia con la quale l'allora presidente Usa e la sua famiglia avevano legami indiscutibili? Furono i servizi segreti sovietici? Fu la stessa Cia? Interrogativi che, forse, non avranno mai una risposta certa.
oswald_custody.jpgMa ecco che dal passato spunta una nuova teoria. E' quella dell’ex 007 romeno Ion Mihai Pacepa nel suo nuovo libro «Programmed to Kill: Lee Harvey Oswald, the Soviet KGB and the Kennedy Assassination», appena uscito in America. L’autore non è certo l'ultimo arrivato sulla scena dell'intelligence ma l’ex direttore dei servizi segreti romeni durante il regime comunista; ex braccio destro del dittatore Nicolae Ceausescu, nonché, ad oggi, il funzionario dell’intelligence di più alto rango ad aver mai disertato da un paese dell’ex blocco sovietico. La tesi di Pacepa – che dopo essere emigrato in America è stato subito reclutato dalla Cia - contraddice le teorie classiche della «cospirazione interna». Come quella promulgata dal celebre film di Oliver Stone «JKF», del 1991, secondo cui sarebbe stata la Cia a ucciderlo visto che l’ex presidente era sul punto di chiudere l’agenzia di intelligence americana. Per l'ex James Bond di Bucarest fu Nikita Kruscev ad ordinare al suo agente segreto Lee Harvey Oswald di ammazzare l’odiato Kennedy. Più tardi il leader sovietico cambiò idea, senza però riuscire a fermare la mano del giovane americano con un trascorso nella Russia dei Soviet.
Torna quindi alla ribalta la teoria di Oswald quale agente del Kgb.

«Oswald era stato reclutato dal KGB nel 1957, quando era un marine stazionato con l’esercito Usa in Giappone», sostiene il libro. Pacepa afferma che Oswald si recò a Mosca nel
1959 per essere arruolato nella «divisione operazioni estere», nota col nome di PGU. Nella capitale sovietica l’allora 20enne originario di New Orleans fu addestrato e programmato per uccidere JFK. Nel 1962, quando Kruscev - ispiratore del complotto - decise di revocare l’ordine di assassinio, era ormai troppo tardi. «Il macchinoso piano per eliminare JFK era ormai ad uno stadio troppo avanzato, sostiene Pacepa secondo cui gli agenti sovietici «non riuscirono a deprogrammare Oswald». L’uomo, come è ben noto, portò a segno l’«assassinio politico del secolo» il 22 novembre 1963 a Dallas, in Texas. «Ma a questo punto senza la benedizione o il sostegno diretto dei sovietici», conclude il libro. «Due giorni più tardi Jack Ruby, anch’egli una spia sovietica, uccise Oswald dietro ordine del Cremlino», prosegue. E anche dietro la morte di Ruby, nel 1967, ci sarebbe lo zampino sovietico. «La PGU lo irradiò con una sostanza cancerogena che lo fece irrimediabilmente ammalare di tumore - continua Pacepa - mentre stava per essere scarcerato dalla prigione americana dov’era rinchiuso per omicidio».

Non è la prima volta che l’ex 007, oggi un noto columnist ultraconservatore di testate quali «National Review Online», «Washington Times» e «Wall Street Journal», fa parlare di se per le sue tesi controverse. In un articolo pubblicato lo scorso anno, Pacepa descrisse una conversazione avuta con Ceausescu durante la quale l’ex dittatore l’avrebbe informato di «almeno dieci leader internazionali che il Cremlino ha ucciso o tentato di uccidere». Tra questi anche Palmiro Togliatti, e Mao Tse-tung. Secondo Pacepa fu l’agenzia russa GRU ad «aiutare Saddam Hussein a nascondere e distruggere le sue armi di distruzione di massa», prima dell’invasione americana dell’Iraq, da lui entusiasticamente appoggiata. Realtà? Millanteria. Probabilmente solo una dele tesi, una delle tante, che circolano su una morte che ha fatto comodo a molti e di cui mai si conosceranno i contorni dela verità.
St. Sch.

 

 

 
Ghana: Una nuova ?tigre africana? all?orizzonte

ghana 2.jpgNell’ultima decade dello scorso giugno i produttori africani di petrolio si sono riuniti a Cotonou, capitale del Benin, per il Terzo Congresso del Petrolio Africano (Cape III). Gli oltre cinquecento partecipanti, provenienti da quattordici Paesi africani membri dell’Associazione dei produttori di petrolio africano (Appa), hanno discusso l’elaborazione di una strategia comune per attirare maggiori finanziamenti esteri nel settore degli idrocarburi. Non è un mistero che questo continente venga considerata un territorio ancora interessante per la scoperta di nuovi giacimenti, come dimostrano la recenti scoperte avvenute proprio al largo delle coste del Benin e del Ghana. L’aspetto più interessante è che questo evento consentirà all’ex Costa d’Oro di entrare nel circolo dei produttori di greggio. Per questo il presidente John Kufuor (nella foto), nel corso di un’intervista rilasciata nei giorni scorsi all’emittente britannica Bbc, ha usato toni trionfalistici nel confermare l’annuncio del ritrovamento del primo giacimento nella storia della Repubblica del Ghana, fino a profilare la nascita di una nuova “tigre africana”. Kufuor si è anche detto certo che «il suo paese non ripeterà gli errori compiuti in passato da altri stati, africani e non, benedetti dal ritrovamento di ingenti riserve di greggio, che però non si sono dimostrate sufficienti a portare sviluppo e crescita economica alla popolazione».

Un sentimento di gioia e speranza condiviso in questi giorni anche da tutti i principali giornali dell’ex colonia britannica, ma soprattutto dalla Anadarko Petroleum Corporation, l’azienda americana con sede a Houston (in Texas), che ha annunciato la scoperta dei giacimenti off-shore e che detiene oltre il 30% dei pozzi scoperti. Tra i suoi partner figurano la Kosmos Energy (altra azienda statunitense con sede a Dallas, cui appartengono il 30% di quote) e la Tullow Ghana Limited, sussidiaria ghanese della britannica Tullow Oil Plc. Secondo quest’ultima azienda le riserve si aggirano intorno all’ordine di 300-600 milioni di barili, ma ci vorranno alcuni anni per avviare la produzione. È interessante notare che la scoperta è stata effettuata nel bacino sedimentario costiero del Benin, nella zona geologica denominata Baia di Dahomey, e si estende per 470 chilometri dalle coste del Ghana a quelle della Nigeria per una superficie totale di 55mila chilometri quadrati. L’esplorazione del bacino venne avviata nel 1964 e la produzione iniziò nel 1970 per poi interrompersi nel 1998, quando lo sfruttamento di questi giacimenti divenne antieconomico di fronte alla riduzione del prezzo del petrolio internazionale. L’estrazione del greggio in mare risulta maggiormente onerosa di on-shore, e alla fine degli anni Novanta si registrò una forte riduzione del prezzo del petrolio sui mercati internazionali, che costrinse alla chiusura quei giacimenti i cui costi di sfruttamento erano considerati troppo elevati.

Oggi la situazione è cambiata e la fame di idrocarburi ha spinto i prezzi al rialzo, rendendo economico lo sfruttamento di riserve un tempo considerate svantaggiose. Per questo dal 2004 al 2007 la produzione africana di petrolio è passata da 7 a 9,5 milioni di barili di greggio al giorno. Ma, come riscontrato dal capo di Stato ghanese, il boom energetico non ha prodotto un incremento del livello di sviluppo economico e sociale dei paesi produttori. Del resto, da anni si discute sulla connessione, o meglio sulla mancanza di correlazione, tra risorse naturali e sviluppo in aree quali appunto il continente africano. Si calcola che per effetto della competizione mondiale per le risorse energetiche africane, entro il 2010 affluiranno nel continente, per gli investimenti nei giacimenti petroliferi, più di 50 miliardi di dollari (il che costituisce un record per gli standard sub-sahariani) ed è sin da ora chiaro come tutte le maggiori compagnie petrolifere internazionali siano coinvolte in tale processo. Da un lato, le risorse che saranno così disponibili ai fini della riduzione della povertà sono elevate, dal momento che i governi africani riceveranno nel complesso più di 200 miliardi di dollari come revenues da parte delle società investitrici ma, d’altro canto, il fatto che in passato molti paesi ricchi di petrolio siano andati incontro a dei clamorosi fallimenti di sviluppo sembra lanciare un monito circa la possibilità che i petrodollari siano funzionali alla riduzione della povertà. Stabilito che nel panorama mondiale le risorse energetiche africane sono oggetto di una serrata competizione, è evidente che in futuro le prospettive del settore dipenderanno da come i governi del continente nero saranno in grado di sfruttare il boom conosciuto in questi anni. Allo stesso modo, tuttavia, fattori di natura diversa, quali l’andamento del prezzo del petrolio, la scoperta di nuovi giacimenti in aree diverse del pianeta, nonché il completamento di alcuni oleodotti e gasdotti che convoglieranno le ingenti risorse energetiche presenti in Asia centrale verso i paesi industrializzati o in via di sviluppo, avranno un ruolo decisivo per il verificarsi delle aspettative che al giorno d’oggi l’Africa nutre.

Marco Cochi

fonte www.geopolitica.info
 

 
Rapporto Onu sul Libano: Hezbollah pi? forte di prima

hezbollah.jpgNon ci voleva certo un rapporto delle Nazioni Unite per sapere che le milizie sciite libanesi di Hezbollah hanno «ricostituito e persino aumentato la loro capacità militare» dalla fine della guerra con Israele nell'agosto 2006. Anche un cieco se ne sarebbe accorto. Ma Palazzo di Vetro, si sa, ha i suoi tempi.
Tempi lunghi e spesso non coerenti con la realtà dei fatti. Quindi leggere che per l'Onu si tratta di una situazione «profondamente sconcertante e in piena contraddizione» con la risoluzione 1701, fa semplicemente sorridere. Anzi, farebbe ridere a crepapelle se non fosse per il fatto che laggiù ci sono anche, e soprattutto, i nostri soldati. Ma cosa prevede la risoluzioni 1701? Di fatto il disarmo e la piena conversione in partito politico di Hezbollah oltre che il monitoraggio del cessate il fuoco da parte dell’esercito libanese assistito dai Caschi blu della missione Unifil 2.
Il testo del rapporto del Consiglio di sicurezza dell'Onu sul Libano, in pratica, certifica il fallimento della missione sui progressi nella pacificazione dell’area.  E non potrebbe essere altrimenti visto che la forza militare di Hezbollah sarebbe attualmente paragonabile al periodo precedente alla guerra del luglio-agosto 2006, terminata con il cessate il fuoco imposto dal Consiglio di sicurezza il 14 agosto dello scorso anno.
«Mi aspetto anche una cooperazione inequivocabile di tutte le parti della regione che hanno la capacità di sostenere un processo simile, e più precisamente della Siria e dell'Iran», dice il Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, «le quali che mantengono stretti legami con Hezbollah». Il rapporto riferisce  anche che «la maggior parte dei partiti politici» in Libano sono preparati a un ulteriore deterioramento della situazione dopo gli ultimi omicidi di personalità politiche libanesi. «Il riarmo e l’addestramento militare contravvengono direttamente» anche i contenuti della precedente risoluzione 1559,
«che chiede il disarmo e lo smantellamento di ogni milizia libanese e non libanese», si legge nel rapporto. Al tempo testo è contenuta la richiesta diretta a Damasco di una «cooperazione per il rispetto del cessate il fuoco e dell’integrità territoriale, della sovranità e dell’indipendenza politica» del Libano. Insomma, a Palazzo di Vetro prospettano l'ombra di un ritorno alla guerra civile che già dilaniò il Paese dei Cedri per numerosi anni.
Quello che ora ci si chiede è come le Nazioni Unite non si siano accorte per tempo di quanto stava accadendo. E', ovviamente, una domanda retorica perchè a New York sapevano benissimo quello che stava accadendo nel Sud del Libano. Solo che, come al solito, avevano, ed hanno, le mani legate. Così come le hanno legate gli uomini della missione Unifil 2 che hanno regole di ingaggio del tutto risibili. Per i Caschi blu è legittimo reagire ad attività ostili di qualunque tipo, in nome dell’autodifesa. L’uso della forza è consentito anche oltre i limiti dell’autodifesa per garantire che le aree di operazione
dell’Unifil non vengano utilizzate per attività ostili, e per stroncare tentativi di impedire con la forza l’applicazione del mandato del Consiglio di  sicurezza, oltre che per proteggere civili minacciati da violenze fisiche.
Hezbollah, o Partito di Dio che dir si voglia, ha di fatto rioccupato tutte le basi di comando e le basi da cui lanciavano i missili contro Israele in maniera del tutto indisturbata. Basi che rispondono a nomi come Majdal Zoun, Jouhaya,Siddiquine, Dej Amess e Tebnin. Certo, si tratta più di un gesto politico che militare dal momento che Tel Aviv ha piena cognizione della posizione delle basi dopo 34 giorni di bombardamenti.
Ma è un gesto significativo Così come lo è la riapparizione in pubbico dello sceicco Nabil Qauq, responsabile delle brigate Hezbollah responsabili dei lanci dei missili.
Una apparizione avvenuta alla luce del sole e sotto gli occhi dei soldati libanesi e del contigente Unifil. E' il ritorno all'11 luglio dello scorso anno, giorno prima dell'attacco israeliano.
Una situazione che ha del paradossale soprattutto perchè già da tempo si sapevadi convogli di armi iraniane, provenienti dalla Siria, che attraversavano la frontiera al varco tra Qusayr e il Monte Libano. Un convoglio che non ha avuto intoppi e che non è stato fermato nè dai militari dell'Unifil nè, tantomeno, da quelli delle forze libanesi. Non ci vuole molto per capire che c'è qualcuno che ha interesse a che la situazione libanese torni ad essere esplosiva.

Stefano Schiavi

 
Conoscere l'Islam 5

I Movimenti integralisti

L’Integralismo è voler re-islamizzare a tutti i costi la società, è la paura di occidentalizzarsi, di vedere i propri valori sostituiti con quelli dell’Occidente. Nasce come reazione al cambiamento della società.

I movimenti integralisti, pur avendo in comune l’obiettivo dell’islamizzazione dello Stato e della Società, si differenziano a seconda del metodo dell’azione politica. 

Su questa base, possono essere divisi in due grandi categorie:

·  Movimenti riformisti

·  Movimenti rivoluzionari

La differenza tra riformisti e rivoluzionari non richiede spiegazioni, salvo sottolineare che questa differenza di metodo non deriva tanto dall’elaborazione teorica, che spesso è esplicita solo sui principi comuni a tutti i movimenti, quanto dall’interazione con il contesto politico in cui il movimento si trova ad agire (Stato laico o islamico, pluralismo o monopartitismo ecc.)

Sulla base dell’orientamento dottrinario possono invece essere individuati quattro tipi di movimenti:

Gradualista / adattazionista

si propone di realizzare l’islamizzazione della società gradualmente, accettando nelle tappe intermedie del processo compromessi di vario tipo con l’ordine politico sociale esistente, di cui cerca di sfruttare politicamente le aperture e le contraddizioni. 

Il movimento sciita Amal rientra in questa categoria.

Esponente principale di questa categoria è il movimento dei Fratelli Musulmani, il più antico dei movimenti integralisti contemporanei; di origine egiziana è presente in tutto il mondo arabo dagli anni ’30 ed ha costituito un esempio ideologico-organizzativo per tutti i movimenti integralisti attuali.

Sciita / rivoluzionario

sono tutti quei movimenti sciiti che si ispirano al Khomeinismo iraniano, proponendosi la conquista del Potere politico prima e l'islamizzazione della Società poi.

I punti salienti della dottrina di Khomeini sono i concetti di:

-  “contaminazione” dell’Islam da parte di culture aliene ed empie, provenienti da Est e da Ovest; 

-  “purificazione”, da attuarsi tramite l’applicazione letterale della Shar’ia; 

-  “guerra santa”, da combattersi contro i nemici interni ed esterni dell’Islam. 

Di tutti questi concetti, sottolineati più o meno da tutti gli ideologi integralisti, Khomeini ha enfatizzato soprattutto le implicazioni politiche: 

-  guerra all’imperialismo ed instaurazione all’interno di un sistema di governo peculiare (“governo del giureconsulto”). 

Sunnita / rivoluzionario

comprende il maggior numero di movimenti ma non i più consistente per numero complessivo di seguaci. A questa tendenza appartengono i gruppi più radicali emersi all’inizio degli anni ’70. L’ideologia è ispirata al pensiero dell’egiziano Sayyid Qutb (giustiziato da Nasser) e del teologo pachistano Sayyid Abul Ala Mawdudi (1903-1979)ed  è caratterizzata dai concetti di : 

-  “ignoranza” (jahiliyya); l’ignoranza che precede l’avvento dell’Islam, propria sia degli infedeli che dei miscredenti;

-  “guerra santa” (jihad), intesa a significare anche la lotta violenta contro il potere politico interno. 

L’obiettivo principale per i gruppi che appartengono a questa tendenza sarebbe quello di combattere la Guerra santa contro le società dell’ignoranza ed i loro regimi, al potere nel mondo islamico, e  contro l’Occidente che, a causa del suo laicismo politico e sociale, costituisce una minaccia per l’identità islamica .

Messianico / primitivista

Predica e pratica il ritorno ai puri costumi dell’Islam primitivo sotto la guida di un Messia di cui la tradizione annuncia il ritorno alla fine dei tempi per restaurare la giustizia sulla terra. 

Questo tipo di movimento è il più vicino ai tanti che nel corso della storia islamica hanno risposto alle crisi ricorrenti con un messaggio di rigenerazione. Oggi i movimenti dichiaratamente messianici sono pochi, tuttavia questa componente affiora in tutti quei gruppi che si affidano ad una guida unica e carismatica.

Gruppi appartenenti a questo tipo sono attivi in Sudan, dove continuano la tradizione iniziata con la rivolta contro la penetrazione inglese nell’ottocento, ed in Arabia Saudita, paese in cui costituirono la primitiva base religiosa (e militare) della Famiglia regnante.

In base al tipo di leadership esiste un’ulteriore possibile classificazione in movimenti a guida :

Mahdista: (Mahdi = messia)

è la leadership esercitata da chi si proclama il Messia atteso per la fine dei tempi;

Marjiista:(Maraji’ = “fonte, autorita’)

è la leadership dei più sapienti dei Dottori in scienze islamiche (tipica dell’Islam sciita);

Mujaddista: (Mujaddid = innovatore)

È la guida esercitata da personalità che pur non vantando designazioni divine o riconoscimenti ufficiali incarnano il ruolo del riformatore;

Collegiale

È la leadership in cui non prevale un’unica figura carismatica.

Principi Ideologici comuni e vari Movimenti 
 

· Din wa Dawla (Religione e Stato)

l’Islam è una dottrina onnicomprensiva e applicabile in ogni tempo e luogo. Di conseguenza la separazione tra Din (Religione) e Dawla (Stato) è inaccettabile: il Corano fornisce la Legge (shar’ia) e lo Stato la applica.

· Qur’an wa Sunna (Corano e tradizione)

I fondamenti della dottrina islamica sono espressi nel Corano e nella Sunna (tradizione)del profeta Maometto e dei suoi compagni; solo il ritorno alle pratiche ed ai precetti espresse in queste fonti può garantire la realizzazione dell’Islam. La sostituzione dell’ordinamento legislativo laico con la Shar’ia è la prima richiesta politica di tutti i movimenti integralisti.

Morale e Giustizia sociale

Il ritorno alla tradizione passa, in primo luogo, attraverso:

- il ripristino dei valori e dei comportamenti corretti nella famiglia,  pietra angolare della società ( divisione dei ruoli tra uomo e donna ed il rifiuto di tutti i comportamenti che la contraddicono) ;

- il riconoscimento della proprietà privata limitandone il godimento, secondo quanto prescrive la legge islamica, e subordinandolo al benessere complessivo della Comunità (divieto di eccessivi arricchimenti, il prestito ad interesse e di conseguenza le banche, intese secondo la concezione occidentale, canalizzazione, verso i più bisognosi, di una quota della ricchezza individuale e collettiva).

·  Jahiliya e jihad (Ignoranza e Guerra santa)

Esistono dei modi di vita, culture, ordinamenti sociali e politici, complessivamente caratterizzati dall’ignoranza dell’Islam, che contaminano i credenti ed impediscono loro di realizzare il dettato religioso; contro tutto ciò i credenti militanti (mujahidin) devono combattere una guerra che non è solo difensiva e che può richiedere il sacrificio individuale. 

L’Occidente non è l’unico sistema da combattere perché l’Islam possa trionfare ma è il sistema che principalmente ha realizzato quella penetrazione politica, culturale ed economica nel mondo dell’Islam ed a cui si ascrive la sua attuale contaminazione per cui deve essere il principale bersaglio in quanto sostenitore  di regimi falsamente islamici o dichiaratamente laici che opprimono i musulmani .


Norme comportamentali

In caso di spostamenti in città  arabe è consigliato mantenere un basso profilo di visibilità evitando ogni comportamento che possa esporre a inutili rischi; stare attenti alle seguenti informazioni che, nella maggior parte dei casi, sono comuni per tutti i Paesi arabi e musulmani:

 

-  Il giorno non lavorativo settimanali è il venerdì, mentre il sabato e la domenica sono lavorativi;

-  Durante l’arco della giornata nei momenti dedicati alla preghiera si potrebbero fermare le attività ed è assolutamente necessario rispettare ed aspettare che la preghiera venga espletata prima di riprendere lo svolgimento del lavoro.

   Di solito è inutile insistere nel voler procrastinare la preghiera in favore della mansione in corso, anzi si corre il rischio di essere accusati di empietà con possibili gravi ripercussioni durante il periodo del Ramadam (ottobre), inoltre tutte le attività giornaliere proseguono a rilento. In questo periodo bisogna assolutamente evitare di bere e mangiare in pubblico durante il giorno, sia perché è contro i precetti musulmani e sia perché la gente soffre la sete e la fame e questo atteggiamento verrebbe considerato provocatorio;

-  Vi è divieto assoluto di consumare alcolici fuori dai luoghi consentiti ( normalmente presso Bar/ristoranti dei grandi alberghi)

-  È consigliato di non consumare carne di maiale in pubblico (panini con il prosciutto, insaccati, ecc);

-  Le leggi locali sono particolarmente attente e severe per chi fa uso, spaccio o acquista sostanze stupefacenti;

-  È vietato fotografare le persone, in particolare le donne, è consentita la fotografia agli uomini, purché se ne sia  preventivamente acquisito il consenso ( a volte anche previo pagamento di una piccola somma). In tale contesto fare attenzione all’uso, seppure consentito, delle macchine fotografiche e delle videocamere soprattutto in vicinanza di strutture religiose, militari o presumibili tali

-  Evitare  in modo assoluto l’approccio con ragazze locali o accettare provocazioni di qualsiasi genere. L’atteggiamento da tenere  sempre verso le donne del luogo è di chiara indifferenza, evitando qualsiasi tipo di galanteria, come ad esempio cedere il passo o dare la precedenza .

-  Trascurare l’approccio troppo evidente e/o spudorato proveniente da elementi di sesso femminile; potrebbe celare, in realtà, un intento criminoso per ottenere informazioni da utilizzare per successive azioni terroristiche e/o di spionaggio o carpire denaro od oggetti di valore.

-  È considerato molto irriguardoso accavallare le gambe e mostrare la suola delle scarpe (azione molto malaugurante);

-  Mai salutare con la stretta di mano le donne, a meno che non siano loro a porgerla, ma solo con un cenno del capo portandosi la mano destra sul petto;

-  Non è gradito l’uso di vestiario tipico arabo da parte degli occidentali, come le tuniche (Dishdasha), il tipico turbante (masar) o del berretto (cumah) in quanto potrebbe essere interpretato come una sorte di scherno nei confronti dei fedeli musulmani;

-  L’uso dei pantaloni corti per strada è tollerato, anche se potrebbe disturbare ed ingenerare divieti di accesso in alcuni locali/negozi. Il vestiario dovrà essere sempre improntato alla massima sobrietà, senza eccessi o aderenze che mostrino le anatomie fisiche; tali suggerimenti per le donne sono ancora più marcati.

-  Attenersi scrupolosamente alle norme di sicurezza emanate dalle Autorità locali;

-  Evitare di circolare isolati;

-  Non recarsi in luoghi distanti, periferici e/o solitari nonché alle aree limitrofe dei luoghi di preghiera e/o di culto;

-  Ricordare che la frequenza di locali occidentalizzati o con forte presenza di personale occidentale, se da un verso preserva da alcuni rischi, dall’altro rappresenta un obiettivo molto appetibile per terroristi e malintenzionati di qualsiasi estrazione

 

 

Islam in Italia
 

Considerare la presenza dei musulmani in Italia come un problema esclusivamente religioso e che riguardi solo la Chiesa cattolica è particolarmente  restrittivo e deformante poiché le comunità islamiche sono, congiuntamente ad un problema religioso,   un problema civile di prim’ordine con implicazioni che toccano tutti i settori della vita italiana: lavoro, scuola, sanità, giustizia, giorni di riposo, famiglia e Diritti umani.

Sono ancora pochi gli italiani che ne hanno coscienza e che di conseguenza cercano la via per far posto alla differenza legittima dei musulmani, esigendo però da loro l’altrettanto legittima contropartita di una giusta integrazione mentre sono ancora molti quelli che, affrontando la situazione solo in chiave religiosa, si fanno un dovere di mostrarsi "aperti", accettando in modo acritico il punto di vista islamico, senza rendersi conto delle conseguenze.

La presenza in Italia di popolazioni originarie del mondo islamico è abbastanza recente, fatta eccezione per i gruppi (prevalentemente palestinesi, libici ed iraniani) che giunsero nel nostro paese intorno alla metà degli anni '70.

In Italia è la seconda religione e le cifre sono in ascesa, per il flusso continuo di nuovi arrivi dall’estero (in cima alla lista il Marocco con il 31% degli immigrati musulmani; poi l’Albania con il 15,8%, e la Tunisia con l’11%) e anche per l’aumento dei convertiti italiani, forse oltre 10.000, quasi sempre donne “conquistate da Allah” per via di un matrimonio misto.

Durante la prima fase del fenomeno migratorio, l’immigrato, trovandosi in una fase di emergenza, non avanza particolari rivendicazioni dal punto di vista confessionale. Quando poco a poco il progetto migratorio si è consolidato e la persona prende la decisione di rimanere in Italia, allora subentra un atteggiamento rivendicativo, anche sul piano religioso. Tutte le richieste( moschea, scuola coranica ecc.) arrivano quando tale progetto  assume una dimensione non più individuale ma familiare poiché i figli dell’immigrato, giunti in Italia, iniziano ad assorbire i nostri valori, il che  spaventa i genitori, timorosi che i figli perdano la loro identità originaria.

La conversione all’Islam è obbligatoria per un uomo che voglia sposare una donna musulmana e questo è alla base di molte conversioni nei Paesi occidentali.

I motivi di spinta alla conversione all’Islam possono essere molteplici;

 

- di tipo strumentale (matrimonio con appartenente alla religione islamica);

- di tipo opportunistico (per raggiungere un obiettivo politico o sociale);

- di tipo spontaneo, dovuto a  manifesti sintomi di crisi nella propria fede cattolica;

- da contatto (per avere intrapreso un viaggio in paesi musulmani ed averne subito il fascino o per essere venuti a contatto con colonie di immigrati).

 

Il ruolo dei convertiti s'inserisce nel fondamentale disegno di rinnovamento dell'Islam, che nella sua realtà europea si distacca dalla religione delle origini, pur non perdendo di vista lo scopo di islamizzare il mondo

 

Figura Kamikaze
I gruppi che fanno ricorso agli attacchi suicidi sono molto scrupolosi nella selezione; i loro responsabili osservano con attenzione i giovani che frequentano le moschee ed i centri sociali per individuare  quelli che mostrano uno zelo maggiore  nella preghiera ed un genuino attaccamento ai precetti islamici. Scartano i troppo emotivi e le teste calde preferendo individui  fortemente motivati e capaci di andare fino in fondo senza farsi scoprire.

Una volta trovato il soggetto adatto, la preparazione  spirituale viene condotta da uno sceicco.
Altra fonte d’ispirazione è il Corano e gli imam, che guidano le preghiere, insistono continuamente su un versetto (precetto della Shahada) in cui il martirio è inteso come gesto di fede e testimonianza.: chi lo pratica  riceve in premio il Paradiso e 72 mogli vergini, un posto alla destra di Allah e, un giorno, la ricongiunzione  con dieci membri della sua famiglia. Chi soffoca questa aspirazione viene definito un peccatore e non ha diritto ad alcun onore.

Parallelamente, viene coltivato nelle loro menti, giorno dopo giorno, l’odio nei confronti dell’"altro" ed il desiderio di vendetta che si accompagna al rifiuto del sesso e dell’alcool per concentrarsi esclusivamente sulla dimensione interiore. Il nemico diventa  responsabile di tutti i mali patiti e chi riuscirà ad infliggergli le sofferenze peggiori sarà ricordato come  un eroe.

 

(Quinta ed ultima puntata) 

 

 

 
Conoscere l'Islam 4

Significato di Setta
La rottura  dell’unanimità del consenso in seno alla Comunità e l’emergere con chiarezza della dialettica fra religione di maggioranza e religione di minoranza producono effetti inattesi poiché da un lato consolida il processo di istituzionalizzare il carisma nel senso più ampio del tipo Chiesa e dall’altro stimola lo sviluppo di formazioni settarie che tendono a riprodurre le condizioni ideali dell’eccezionalità e della radicalità conseguente del carisma originario.
L’Imam viene concepito come  un capo religioso e politico, investito direttamente da Dio dei suoi poteri, uomo senza macchia, modello di santità sulla terra, perciò infallibile; in altri termini un portatore di carisma capace di mobilitare attorno a sé persone  disposte a seguirlo in assoluta fedeltà sulla difficile via del sacrificio, della persecuzione e del rigore etico-religioso. Come capita spesso di constatare guardando l’evoluzione delle sette religiose anche in altri contesti, dal ceppo originario del movimento sciita ben presto si staccano altre frazioni che assumono marcati tratti ancora più settari. Queste fratture si producono propri in riferimento alla figura dell’Imam ed al suo statuto di capo in seno alla Comunità. Quando qualcuno inizia a dire che l’Imam non solo è un uomo pio, infallibile ed autorevole, ma addirittura la personificazione di Dio, la spaccatura è inevitabile e nascono così frazioni settarie ancora più radicali nella concezione spiritualistica e carismatica della guida suprema della comunità. (zaiditi non riconoscono nessuna prerogativa sacra e divina essendo concepita come autorità umana che gode di particolare benedizione di Dio).

4. Diritto musulmano
I cinque pilastri appaiono, in una prospettiva sociologica, una complessa e potente organizzazione della religiosità, una disciplina di massa a cui il credente si sottopone convinto di adempiere ai doveri sacri prescritti per piacere a Dio. Come si è arrivati ad individuare nei cinque pilastri le manifestazioni che distinguono e caratterizzano il vissuto religioso di un musulmano in tutti i tempi ed in tutti i luoghi? Le pratiche religiose dei musulmani subirono un processo giuridico, cioè furono sottoposte ad una precisa regolamentazione di carattere giuridico che nasce come prolungamento del lavoro di costruzione della Legge coranica (fiqh). La mentalità giuridica degli esperti (fuqaha) prese gradualmente il sopravvento sulla originaria impostazione religiosa  facendo sì che le espressioni di culto o le manifestazioni esterne della fede religiosa venissero gradualmente studiate nei loro aspetti formali ed estrinseci, tralasciando le motivazioni interiori che stanno alla base di questi atti..
A prima vista l’islam si presenta come una religione senza Chiesa. Per questo si dice anche che l’Islam sia un religione laica; cioè senza un clero organicamente inquadrato in una istituzione specifica che recluta, forma e riproduce un ceto di specialisti in cose sacre. Gli esperti nel diritto musulmano non sono dei sacerdoti ma un ceto di professionisti chiamati in un primo momento a mettere ordine alle tante prescrizioni uscite dalla bocca di Maometto e successivamente ad applicare il corpo delle norme, legittimate dalle fonti sacre sulle quali esso poggia, alle mutevoli condizioni della società in ogni tempo e luogo. Si potrebbe dire che la formazione di questo ceto corrisponde all’emergere di un apparato burocratico che ha l’incarico di tutelare la coerenza interna del codice normativo ricavato dalla fonte sacra.
Secondo il pensiero religioso islamico il diritto viene da Dio ed  è contenuto nella stessa Rivelazione; in realtà tale diritto ha una sua storia, legata alle condizioni sociali politiche e culturali delle diverse fasi dello sviluppo ed espansione dell’Islam nel mondo. La compenetrazione  fra teologia, diritto e governo politico della società, alla lunga,  trasforma l’etica religiosa delineata nel Corano in un sistema di credenza che funziona, rispetto all’ambiente sociale, secondo la regola della riduzione della complessità: i comportamenti religiosi e quelli sociali vengono ricondotti a schemi prevedibili e rigidamente controllabili dalle diverse istanze di cui si compone la struttura di governo della società. Nell’Islam la Comunità (Umma)è concepita come una comunità di credenti che deve tendere a riprodurre il modello ideale di società che realmente Maometto ha indicato a Medina: una società perfetta perché può contare sulla Parola rivelata tramandata in un corpo di norme religiose e sociali, e tutelata nella sua integrità dall’autorità terrena  del delegato di Maometto, il Califfo.
Quest’ultimo è la sintesi di due poteri, quello temporale e quello spirituale; non è la fonte della verità, perché la verità è già data. Egli deve solo farla rispettare e farla applicare con gli strumenti propri della scienza del governo della società (diritto e l’amministrazione della giustizia). Nel momento in cui il carisma profetico di Maometto viene istituzionalizzato nel califfato, il califfo verrà concepito sempre più come espressione di tutore della Tradizione dunque come portatore di un carisma di funzione ( e non più personale) posto al servizio dell’unità della fede della Comunità.
Nei primi secoli dell’Islam i giuriperiti si riunivano liberamente e senza imposizioni, in gruppi o in scuole. Per un certo periodo queste correnti di pensiero vennero identificate con alcuni centri:


Medina
- Mecca
- Cufa
- Bassora

Ogni città aveva quindi un modo diverso di interpretare il Diritto con una supremazia della citta di Mecca. In seguito le scuole vennero identificate con i nomi dei loro principali esponenti, definibili “Imam Mujtahid” ovvero interpreti d’elezione, la cui azione ha portato nell’islam sannita alla formazione di quattro differenti scuole di diritto  che si sono consolidate nel tempo e conservate sino ai nostri giorni:
- Scuola Hanafita: fondata da Abu Hanifa (767). Costui iraniano d’origine, morì ed operò a Cufa in Iraq.
Fu la scuola ufficiale della dinastia abbaside; è la più liberale tra le quattro in quanto consente un ampio ricorso all’opinione personale, predilige il ricorso al Ragionamento analogico (Qiyas) rispetto al ricorso alla Tradizione. Prevale per quanto riguardail diritto di famiglia e quello religioso tra i musulmani dei balcani, nelle repubbliche caucasiche, in Asia centrale, Afghanistan, Pakistan, India e Cina.
- Scuola malikita  fondata dal medinese Malik Ibn Anas (795). Costui è autore della più antica compilazione del Diritto islamico (Kitab al muwattà = via spianata) all’interno del quale riunì molte tradizioni locali che prendono il nome di “Sunna di medina”. Questa scuola fa ampio ricorso alla Sunna pur utilizzando il Ragionamento analogico (Qiyas). La scuola si diffuse nel Golfo, in Egitto, Sudan, Andalusia, Africa Nord-occidentale. Oggi è la scuola dominante in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia.
- Scuola Shafiita che prende il nome da Shafi’i (820), palestinese, unico vero fondatore di una scuola i cui fondamenti vennero raccolti nella “Risala” (lettera), in cui l’Imam stabilì la corretta modalità di approccio alla Rivelazione ed i presupposti metodologici per una esatta applicazione della scienza del Diritto. Suo merito è quello di aver dato una sistemazione razionale alle fonti del diritto. Oggi è la scuola più diffusa in Bahrein, nello Yemen e nelle zone periferiche dell’Islam (Indonesia, Africa orientale) è la scuola seguita dai Curdi.
- Scuola Hambalita fondata  da Ibn Hanbal (855) discepolo di Shafii, difende rigidamente i primato delle tradizioni tanto da respingere l’usa del Ragionamento analogico (Qiyas), pur non giungendo alla elaborazione di un vero sistema di diritto. Curò la redazione di una grande raccolta di tradizioni, il Musnad, organizzata in base al concetto di veridicità dei Trasmettitori. È oggi la scuola prevalente nel Golfo persico ed in Arabia Saudita dove la Costituzione è il Corano, in essa si presta estrema attenzione al testo ed ogni eventuale interpretazione non può che essere letterale.

L’amministrazione della giustizia è affidata al giudice (Qadi)ed al giureconsulto (Mufti)che sono elementi inscindibili nel Diritto musulmano. Al sovrano è affidata solo la responsabilità della giustizia ma non la potestà legislativa. Tale responsabilità viene da lui esercitata tramite una delega al Qadi. Il Mufti (Colui che emette una fatwa) è una persona dalla rinnomata conoscenza in diritto ed è in grado di emettere una Fatwa (responso giuridico).
Se un Qadi, con i testi a disposizione,  si trovasse nell’impossibilità di emettere una sentenza, sospende il giudizio (la lascia in itinere) e spogliandola  degli elementi di natura circostanziale trasmette gli atti al Muftì che, dopo averla analizzata, emette un responso giuridico (fatwa) “ad hoc” (ha sempre valore universale e non costrittivo)  da  dare al Qadi. Cioè il Mufti indica la soluzione ed invia la fatwa al Qadi che in base al responso convoca le parti ed emette la sentenza.
La legge individua  due categorie generali di reati, a seconda dei soggetti contro cui vengono commessi , ovvero se tendono ad infrangere i diritti di un altro uomo o quelli di Dio.
Nel primo caso vengono tutelati i diritti personali e patrimoniali di ogni cittadino;
nel secondo caso quelli della Collettività   (Umma) nel suo insieme, ledendo i quali si commette un reato contro la legge e quindi contro Dio.
Molti reati rientrano in entrambi le categorie con conseguenze giuridiche in diversi ambiti. Nel diritto musulmano le pene corporali e capitali hanno un altissimo significato simbolico e rappresentano la misura spirituale della gravità del reato.

5. INTEGRALISMO     
Il termine "Integralismo" indica convenzionalmente l'ideologia dei numerosi Movimenti nati nel mondo islamico per propugnare, anche con il ricorso alla violenza, il ritorno all'osservanza dei precetti della religione come forma di opposizione politica e culturale all'Occidente.
Il declino dell’Impero Ottomano, che si è prolungato per oltre due secoli, segnando la fine dell’ultima entità politica islamica, grande per prestigio, estensione e durata storica, ha determinato l’assorbimento del Medio Oriente, centro propulsivo dell’elaborazione politica e culturale islamica, nel gioco politico europeo.
L’incontro/scontro con l’Europa ha provocato la presa di coscienza, da parte degli intellettuali di cultura islamica, del declino delle proprie Istituzioni politiche e culturali, dimostratesi incapaci di generare la stessa potenza di quelle europee, ed ha sottoposto l’Islam ad una drammatica esperienza culturale e politica, costellata da traumi ed umiliazioni.
Gli intellettuali musulmani si sono divisi, sui motivi di questa differenza e sulle azioni da intraprendere per arrestare il declino culturale e politico del mondo islamico, in due opposte scuole di pensiero indicate come:
- scuola laicizzante;
- scuola della riforma religiosa.
La storia politica e culturale del mondo islamico contemporaneo è l’esito dell’interazione e dello scontro tra questi due schieramenti.

• Scuola laicizzante
ha fondato la sua riflessione e la sua azione sul principio che l’unico modo efficace di rispondere alla sfida portata dall’Occidente fosse l’adozione, almeno parziale, degli strumenti politici, culturali ed economici che sembravano determinare la potenza europea per cui l’obiettivo dell’azione veniva individuato in una modernizzazione mirata a riprodurre il modello occidentale. Nella sfera politica questo significava adottare lo Stato/Nazione come modello organizzativo ed il Nazionalismo come ideologia propulsiva.

• Scuola della riforma religiosa
è partita dal presupposto che la decadenza fosse da attribuire all’inadeguata realizzazione del modello islamico, capace di fornire, se correttamente realizzato, tutti gli strumenti necessari al benessere della Comunità (Umma) e delle sue realizzazioni politiche; per cui l’obiettivo dell’azione veniva individuato nella riforma religiosa che, liberando la dottrina e la cultura islamica da tutte le istituzioni e le pratiche corrotte depositate attraverso i secoli, avrebbe restituito alla “Umma” il benessere e la potenza di cui si era già dimostrata storicamente capace.
Secondo l’ala cosiddetta “modernista “ di questa scuola , al recupero dei fondamenti della religione doveva affiancarsi un processo di sintesi tra il modello islamico e gli aspetti più utili della civiltà occidentale.

Mentre l’iniziativa politica veniva monopolizzata dalla Scuola laicizzante a causa del suo seguito, ristretto agli intellettuali, e del compromesso con ideologie laicizzanti, i pensatori appartenenti all’ala modernista della Scuola della riforma religiosa, che nel frattempo, avevano sviluppato un importante quadro intellettuale di riferimento, avevano raggiunto solo un’élite ristretta, non essendo stati in grado di orientare politicamente la rinascita del sentimento religioso per cui anche l’Islam ufficiale, cioè gli uomini e le strutture designati ufficialmente dai regimi al potere, si erano dimostrati altrettanto impotenti nel gestire, all’interno dell’apparato statale lo spazio riservato al fatto religioso (scuole, moschee, tribunali, ecc.).
Questo fallimento non ha portato in auge l’ala moderata modernista della scuola religiosa ma la più radicale ala integralista che,  essendo dotata di un messaggio e di una struttura adatti alla penetrazione capillare nella società, è stata maggiormente capace di indirizzare la diffusa crisi socio – culturale del mondo musulmano.

(fine quarta puntata - prosegue)

 
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