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I caucus Iowa incoronano Barak Obama e disegnano un'America diversa e molto kennediana |
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E' un America che cambia e che vuole il cambiamento. Un America "bianca" che vota il "negro" Obama. E' un America che sembra voler tornare all'era dei Kennedy. Lanciando fendenti ai favoriti di turno, soprattutto quelli democratici, che pensavano di avere in tasca già la vittoria della candidatura allo scontro finale di novembre. E' un America diversa. Molto diversa, quella che sta prendendo piede in questo inizio di 2008.
E non è quindi un caso se Barack Obama, il senatore nero dell'Illinois, ha superato di oltre 5 punti i suoi due più diretti avversari, l'ex first lady Hillary Clinton e l'ex senatore della North Carolina John Edwards, ambedue intorno al 30%. Sempre nell'Iowa ma sul fronte repubblicano ce l'ha fatta l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee con il 34% dei voti. Battuto Mitt Romney (25%). Sarà lui il candidato finale dei Repubblicani? Difficile dirlo ora, difficile anche dopo l'annuncio di Bloomberg che non intende partecipare alla corsa alal Casa Bianca. Sarà vero poi? Per ora è così.
Nello Stato "bianco" per eccellenza l'ha spuntata un politico nero. Barack Obama, praticamente sconosciuto fino a tre anni fa, è ora per tutti l'uomo da battere. L'ha capito la super favorita Hillary Clinton, che si attendeva un plebiscito a suo favore ma che ha scoperto, assieme alla sua schiera di ammiratori, di non volare e di non appassionare abbastanza l'America più profonda, come l'Iowa appunto.
La vittoria di Obama in questo primo appuntamento elettorale è il segnale che aspettavano gli elettori di colore in altre corse chiave delle presidenziali americane come quella nello Stato del sud della South Carolina il 26 gennaio. Nel discorso della vittoria Obma ha lanciato un messaggio per il cambiamento nell'unità dell'America: "Dicevano che questo Paese era troppo diviso e insoddisfatto per tornare unito. Voi avete fatto quel che l'America potrà fare nel 2008: proclamare che siamo un'unica nazione, un unico popolo e che è arrivato il momento di cambiare".
Un elettorato giovane e progressista
I sondaggi fuori dai seggi hanno mostrato che la forza di Obama è venuta dai giovani, da elettori che chiedevano un cambiamento, da indipendenti e dall'ala più progressista del partito. Le donne si sono divise, metà per Hillary, metà per Barack. Gli uomini, in maggioranza, sono andati da Obama. Il senatore nero ha portato ai caucus gente che finora non era mai andata a votare, un dato guardato con molta attenzione dai politologi in un Paese come gli Usa dall'affluenza elettorale cronicamente bassa.
Il prossimo appuntamento in New Hampshire sarà determinante per il futuro scenario in campo democratico: Hillary è tuttora largamente in testa ma l'impulso ricevuto dai rivali ai caucus dell'Iowa rischia di tagliarle le gambe. In New Hampshire i democratici arriveranno comunque con due candidati in meno: i senatori Chris Dodd, che aveva puntato sull'Iowa al punto di trasfersi temporaneamente con la famiglia, e Joe Biden, hanno annunciato il ritiro.
Le congratulazioni di Hillary
Subito dopo il verdetto in Iowa, Hillary Clinton - finita al terzo posto tra i candidati democratici - ha telefonato a Barack Obama per congratularsi per la sua vittoria. Lo staff della senatrice di New York è apparso tranquillo, dal momento che aveva messo in preventivo la possibilità di un successo di Obama dato per vincente negli ultimi sondaggi, anche se in realtà sperava in un secondo posto. Bill Clinton ha ridimensionato le conseguenze della sconfitta della moglie: "Io non ho vinto un'elezione fino alla Georgia. E' un processo lungo, bisogna andare avanti".
Il fronte repubblicano
Con oltre il 65% dei voti scrutinati alle assemblee repubblicane dell'Iowa, l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee ottiene il 34% dei voti, con quasi 10 punti di vantaggio sull'ex governatore del Massachusetts Mitt Romney (25%), confermandosi il vincitore di questo primo scrutinio primario. Al terzo posto giunge l'ex senatore e star tv di "Law & Order" Fred Thompson (14%), davanti al senatore dell'Arizona John McCain (13%).
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Voto Usa, al via i caucus in Iowa. Testa a testa tra Clinton e Obama |
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Al via negli Stati Uniti la macchina delle primarie presidenziali in vista delle elezioni di novembre, con un primo test nello Stato dell'Iowa che servirà a misurare non solo il gradimento dei candidati, ma anche l'affezione degli elettori alla contesa, che appare ancora senza favoriti. La democratica Hillary Clinton sfida Barak Obama, testa a testa nei sondaggi tra i repubblicani Mitt Romney e Mike Huckabee.
Poco dopo la mezzanotte italiana, in centinaia di chiese, seminterrati e centri civici, gli iscritti alle liste elettorali democratici e repubblicani dell'Iowa hanno iniziato riunirsi e a discutere di politica per scegliere il prossimo candidato alle presidenziali Usa del 4 novembre. Le "riunioni dei vicini", i caucus, sono un processo di selezione che ha radici rurali, e come nel rurale Iowa, la scelta avviene in questo modo anche in un'altra decina di Stati.
I caucus dell'Iowa sono costati 50 milioni di dollari, circa 200 a voto, ma si teme che vi parteciperanno solo 250 mila persone su due milioni di aventi diritto. Nei rimanenti quaranta Stati si vota con il sistema delle primarie vere e proprie, con schede elettorali, seggi allestiti in scuole o caserme dei pompieri e preferenze espresse con un segno sul nome del candidato prescelto, nel segreto dell'urna.
In tutto l'Iowa i principali candidati in corsa hanno condotto una campagna elettorale a tamburo battente. Si tratta del primo traguardo del lungo cammino delle primarie, e nessuno ha intenzione di uscire sconfitto dal primo round. La sfida vede otto repubblicani e otto democratici in competizione tra loro. Secondo le previsioni, nessuno uscirà con il titolo di candidato alla presidenza in pectore da questo confronto, e forse neppure come favorito, ma il parco dei concorrenti verrà quasi certamente decimato.
Lo stato bianchissimo, con una popolazione di colore del 3 per cento, potrebbe scegliere un senatore di colore per la nomination democratica. Barack Obama, indicato come il favorito dai sondaggi, stacca di una incollatura la senatrice di New York Hillary Clinton e l'ex senatore della Carolina del Nord John Edwards.
Tra i repubblicani, fuori gioco l'ex sindaco di New York Rudy Giuliani e il senatore dell'Arizona John McCain, che hanno scelto di non investire tempo e denaro in Iowa, la sfida è tra l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee, favorito dai sondaggi, e l'ex governatore del Massachusetts Mitt Romney.
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Italo-Americani, dalle parole ai fatti: iscriviamoci |
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Cari amici delle Americhe, sono passati nemmeno sei mesi dalla nascita esaltante de La Destra e a centinaia contiamo i vostri contatti sulla nostra pagina web. Questa vostra partecipazione è un chiaro segnale d’affetto e di continuità ideale, rispetto ad un mondo umano e politico nel quale siamo cresciuti e del quale condividiamo gli impegni ed i contenuti. Si, perché per noi l’essere di destra non appartiene ad un’immagine di maniera, ad uno schierarsi per essere alla moda, nel nostro mondo umano non è l’abito che fa il monaco, ma lo sono le sue idee. Proprio le idee nelle quali ci riconosciamo, quelle idee che hanno portato molti di noi a condividere, altri a militare magari sin da giovani, quelle idee non sono delle “azioni” lanciate sul mercato delle borse internazionali, pronte ad un libero scambio per accrescere vantaggi personali o conquistare poltrone. Gli italiani delle americhe sanno che il pane “ha sette croste” e la loro vita è stata durissima quanto degna di rispetto per il modo con il quale hanno difeso la loro italianità e le loro idee. Questa coerenza, spesso pagata duramente, ha portato la comunità italiana delle americhe ad essere una comunità, oggi, tenuta in considerazione e rispetto, questi nostri connazionali che hanno sputato sangue ora raccolgono i meritati frutti delle loro fatiche, lo fanno nella società, nelle industrie e nella politica. Gli italiani delle americhe meritano rispetto, interesse e coerenza. Molti, moltissimi connazionali, negli anni in cui le sinistre italiane li consideravano meno di nulla, negli anni in cui la madrepatria era sorda ai loro appelli, si guardavano all’ MSI, unica voce che si levava nel parlamento italiano in difesa dei loro diritti e della loro partecipazione al voto. Purtroppo negli anni la forza propulsiva si e’ attenuata e con la nascita di Alleanza Nazionale, da parte della struttura di partito, il vero interesse nei confronti dei connazionali di oltreoceano e’ diminuito al crescere delle ambizioni e dell’abbronzatura di Fini. Il tracollo elettorale, di cui i veri colpevoli sono Gianfranco Fini e Tremaglia, ci annuncia che è arrivato il momento di suonare la tromba di riscossa. I tradimenti politici di Fini e del suo partito parlano da soli, AN ha abbandonato i VALORI guida della destra, quei valori che vedono l’essere umano al centro dell’interesse, che vedono la difesa della vita sin dal suo concepimento come punto irrinunciabile, che condannano la politica di apertura indiscriminata delle frontiere italiane a torme incontrollate di extracomunitari, cui Fini ormai pensa di dare anche il diritto di voto… già, che beffa per quegli italiani che nelle americhe hanno mangiato amarezza per cinquanta anni prima che a loro, ITALIANI nel cuore e nel sangue, si riconoscesse il diritto di voto… che presa in giro irrispettosa. Il fatto grave è che se questi tradimenti venissero dalla sinistra non ci si stupirebbe, sarebbero le ennesime stupidaggini dette dai figli di Stalin; purtroppo queste idee arrivano dal Sig. Fini, che a parole si dice di destra, ma nei fatti si smentisce e si scopre democristiano. Il fallimento tragico del personalismo vanitoso delle liste Tremaglia, al quale non ha seguito alcuna fase di ripensamento e di autocritica da parte di AN, vi dice quanto opportunista e falsa sia la politica svolta da AN nei confronti dei connazionali all’estero. Quando, all’assemblea della destra sociale di Orvieto del 2006, chiesi le dimissioni di Tremaglia e la riorganizzazione dell’estero mi risposero un silenzio di gelo e sguardi assonnati. L’unico commento allo sfacelo della politica estera di AN ed alla necessità di riorganizzare le fila venne dal segretario di Alemanno, che disse “chi se ne frega, tanto si vota tra cinque anni, ora vado a mangiare la pasta”, che statura politica! Quello che ha portato a far nascere LA DESTRA è proprio questo disinteresse abulico, è il disgusto verso un apparato dirigente che svende tutto in nome delle loro poltroncine, dei loro vantaggi. La nostra è stata una scelta di rispetto per noi stessi, per le nostre idee, per voi che le condividete. Si chiama COERENZA. Ora è il momento di passare dalle parole ai fatti, di suggellare il consenso che state dando a La Destra, è il momento di iscriversi, di iniziare pazientemente a costruire la realtà di domani per noi, per le nostre idee, perché nessun Fini le svenda e le tradisca per una poltrona più comoda, perché Tremaglia la smetta di creare disastri elettorali. Amici delle americhe, italiani delle americhe, e’ giunto il momento di sostenere con la propria partecipazione umana La Destra, per essere ascoltati, per dire la nostra, per esistere; iscrivetevi e portate le vostre idee, le vostre proposte ed i problemi che devono essere discussi. Io non passo il mio tempo sotto le lampade abbronzanti e nemmeno Il presidente Buontempo, il Segretario Storace o Nello Musumeci lo fanno, noi abbiamo ancora un brutto difetto, alle parole preferiamo i fatti ed in silenzio lavoriamo per il bene di tutti e non per le poltrone di ministro. Pensate a cosa avete ricevuto negli ultimi anni, tante chiacchiere, molte promesse, ed un bel disastro elettorale che ha portato i cosacchi di Prodi al governo, questo regalo ve lo hanno fatto Fini e Tremaglia. Buon Anno amici delle Americhe, Buon 2008 da La Destra, dal Presidente Buontempo, dal Segretario Storace, da tutti noi e dalla Redazione del blog.
Paolo Ebana, corrispondente dagli Usa
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Dalla mezzanotte di ieri la Slovenia entra in area Schengen. Comprendo l'entusiasmo degli sloveni, vittime inconsapevoli del processo di sradicamento culturale che li sta portando, con esiti ottimali, alla rincorsa del modello turbocapitalista occidentale. Nel passato osservavano, dal confine, con un distacco carico di risentimenti. Oggi l'american dream è alla loro portata.
La Slovenia è un paese piccolo, in forte crescita economica, ricco di risorse agricole e turistiche. Le genti sono lontane dallo stereotipo del popolo slavo gelido e guerrafondaio. Cordiali e laboriosi, si avvicinano più al tipo umano austriaco che a quello balcanico. Legati alla propria tradizione contadina, gelosi della propria singolarità mittleuropea, con un sano legame alla bandiera (furono i primi, ai tempi della disgregazione della ex Jugoslavia, a rivendicare la propria autonomia). Un popolo che, etnicamente e storicamente, è “Europa” per come l'abbiamo cantata nelle nostri sezioni giovanili.
Viene da chiedersi cosa resterà della saviezza rurale quando il sulfureo vento di Bruxelles frangerà aspro sulle pareti delle case, turbando l'equilibrio (sano) raggiunto.
Nulla di personale. Un ufficiale di Tresnuraghes, paesino della provincia oristanese, sottotenente del Battaglione Mussolini, fu trucidato nel 1944 dal IX Korpus di Tito nelle campagne di Tolmino. E' la storia tragica di queste terre, fecondate dal sangue di tutte le guerre del XX secolo. Fu tragico per la famiglia. Ma non sufficiente a suscitare in me pregiudizi. “All'assalto si vince o si muor”, cantavano.
Perciò non v'è odio in me, né rancori.
Tuttavia è triste il Sole, Invitto, del 21 dicembre 2007. Forse disgustato da una notte dai toni stonati.
Mi trovavo al valico di San Bartolomeo nei pressi di Muggia, ridente borgo di pescatori non lontano da Trieste. L'ultimo tocco dell'Istria italiana.
Non si era, poi, in tanti. Noi della Destra, una delegazione di AN, tante persone comuni, esuli e figli di esuli. Poco prima abbiamo camminato silenziosamente per le vie del centro di Trieste, centinaia di fiaccole. E una corona d'alloro, in ricordo dei martiri infoibati, assassinati, vilipesi ed infamati, è stata posata sulle calme acque istriane.
Dopo al valico, ad aspettare la mezzanotte per l'apertura, definitiva, della sbarra di confine. E alla mezzanotte in marcia verso l'Istria, intonando rispettosi Verdi per poi lasciarsi andare, a squarciagola, nell'Inno di Mameli. Di là, in terra istriana. Non slovena.
Nel dopoguerra furono abortiti i trattati territoriali con la Jugoslavia. La DC, oggi nostalgicamente amata, svendeva il popolo istriano e dalmata a Tito e ai suoi ripugnanti boia. L'imperialismo d'occidente imponeva buoni rapporti con il maresciallo. Cosa importava dei morti, del risentimento, della disperazione di queste genti al confine orientale. Sacrificabili, nella logica politica.
Oggi si vorrebbe annacquare tutto in un tardivo “volemose bene”, siamo tutti in Europa. Così al valico di Fernetti ieri notte si è fatta tanta festa, bevuto tanto spumante, scambiati tanti baci. Così domani Proni, e il suo governo sempre più prono, verranno a Rabuiese a festeggiare con l'anti-italiano Illy e i loro amici sloveni.
Così provano a cancellare la vergogna di quello che è successo. Così provano a nascondere la riprova dell'incapacità politica dei nostri politicanti. Quella di un ministro degli esteri che non volle dire no a chi i conti col proprio passato non li ha mai fatti. Politicanti da operetta, incapaci di rivendicare le ragioni della nazione. Le ragioni di chi ha visto i genitori scagliati vivi nelle viscere del Carso. Di quelli che hanno perso tutto, casa, terre, identità, cultura, Essenza nell'esodo. Di quelli che ancora oggi subiscono l'onta di essere guardati dall'Italia come quasi-italiani e da sloveni e croati come oscuri demoni in camicia nera.
Non si fa così. Troppo facile. Non si danno privilegi senza prima imporre chiarezza e verità. Per entrare a casa mia si chiede il permesso. E, preventivamente, se si ha qualcosa da farsi perdonare si domanda scusa. Il debitore paga i suoi debiti. L'assassino sconta la pena.
Invece eccoci. Tra frizzi e lazzi sono con noi. Senza pagare, senza ammettere. Senza risarcire, senza restituire le case, gli angoli di campagna, quei caminetti, quei letti, quei tavoli, quelle mura dove i figli di Capodistria, Fiume, Umago, avevan pianto, riso, parlato, gridato, goduto, procreato italiani.
Le lacrime di San Bartolomeo, ieri notte, non erano di gioia. Non c'è gioia in questa Europa. Solo banche, ipermercati e ingiustizia.
Non c'è pace per l'Istria e la Dalmazia.
Non c'è pace per l'Italia.
Salvatore Puleo, Portavoce regione Friuli Venezia Giulia
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La Cina č vicina....molto vicina ...e ti spia. Parola di MI5 |
Londra - Il direttore del controspionaggio britannico scrive a 300 top manager: l'esercito di Pechino vi monitora. Si discute ormai da anni sul fatto che gli Stati organizzino veri e propri furti informatici ai danni non solo di stati avversari, ma anche di aziende. Nei mesi scorsi misteriosi hacker cinesi avevano attaccato importanti siti come quelli del Pentagono e del Foreign office britannico. E ogni volta s'era adombrato il sospetto che dietro ci potesse essere l'esercito popolare cinese. Questa volta però il sospetto è stato messo nero su bianco dal massimo rappresentante del controspinoaggio di Sua Maestà britannica.
Pechino cercherebbe infatti di rubare i segreti delle imprese strategiche britanniche. A mettere in guardia sul cyberspionaggio condotto da «organizzazioni statali cinesi» è il direttore generale del MI5, i servizi segreti incaricati della sicurezza interna. Ovvero il Governo, sintetizza il quotidiano Times di Londra che rivela in esclusiva i contenuti di una lettera confidenziale di Jonathan Evans il direttore appunto del MI5 indirizzata - attraverso un sito internet governativo con accesso limitato - a 300 amministratori delegati e responsabili sicurezza di banche, società finanziarie, grandi studi legali. Il quotidiano spiega di aver visto il testo integrale della lettera e pubblica il testo del sommario: «Le preoccupazioni del Direttore generale sui possibili danni agli affari del Regno Unito derivanti da attacchi elettronici a cura di organizzazioni statali cinesi (...). La lettera riconosce le forti ragioni economici e commerciali dell’avere rapporti d’affari con la Cina ma anche il bisogno di assicurare la gestione dei rischi connessi». A cercare di carpire informazioni confidenziali attraverso internet sarebbe in primo luogo l’esercito popolare cinese. Un accusa diretta e senza precedenti, rileva il Times, che potrebbe avere serie conseguenze diplomatiche. Il ministero dell'Interno britannico ha rifiutato di commentare «fughe di informazioni confindenziali», scrive il quotidiano, e l’ambasciata cinese ha risposto di non essere al corrente della cosa nè di aver ricevuto rimostranze dalle autorità britanniche.
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