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Libano, tra blindati e rovine c'? tempo anche per la pace. Inaugurato ospedale a Tibnin |
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Missioni di peacekeeping non vuol dire guerra o controllo del territorio. Peacekeepeng vuol dire anche ricostruzione ed aiuto alle popolazioni disagiate da un conflitto. E gli italiani in questo sono maestri in tutto il mondo. Un riconoscimento generale che non può che far piacere. In Libano l'ennesimo aiuto concreto. Italiani brava gente quindi? Certo, perchè oltre alla competenza militare serve anche l'approccio umano, quello che ci viene riconosciuto da tutti, indistintamente. Così ci piace dare conto e notizia anche di una piccola cosa, per noi, ma un agrande cosa per chi ha vissuto gli orrori della guerra, la morte, il sangue e i bombardamenti. Inaugurati i nuovi locali dell’ospedale di Tibnin, ristrutturati ed attrezzati grazie ad un progetto comune della cooperazione italiana del Ministero degli Affari Esteri e del Contingente italiano
Alla presenza dell’Ambasciatore Italiano in Libano, dott. Gabriele Checchia, del Comandante di UNIFIL, Gen. D. Claudio Graziano, del Gen. B. Vincenzo Iannuccelli e delle massime autorità civili, militari e religiose della provincia di Bint Joubayl, nella cui circoscrizione rientra la città di Tibnin, ove ha sede il Comando della Joint Task Force Lebanon, si è svolta la cerimonia di inaugurazione dei nuovi locali dell’ospedale cittadino.
Il progetto è stato realizzato grazie all’impegno congiunto della Cooperazione Italiana del Ministero degli Affari Esteri, che ha fornito attrezzature sanitarie ed arredi per il completamento delle dotazioni dell’ospedale (pronto soccorso, ambulatori specialistici, radiologia, laboratorio analisi) per un totale di circa 215.000 euro, e della cellula CIMIC, cooperazione civile-militare, del Contingente Italiano, che ha assicurato i lavori di ristrutturazione dei reparti interessati, per un importo di circa 42.000 euro.
Il direttore dell’ospedale e le autorità libanesi convenute hanno avuto parole di ringraziamento per l’impegno degli italiani, che permette di potenziare i servizi diagnostici e terapeutici, sia in urgenza che in regime ambulatoriale, dell’ospedale che serve un ampio bacino di popolazione.
Il Contingente italiano schierato in Libano agli ordini del generale Vincenzo IANNUCCELLI, Comandante del Sector West è operante su base Brigata Bersaglieri “Garibaldi, con assetti francesi, ghanesi, koreani e sloveni, è impegnato nell’operazione di peacekeeping “Leonte 4”, nell’ambito della missione internazionale UNIFIL.
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Sud Africa, l'insostenibile leggerezza della..."caccia all'immigrato" |
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Johannesburg - Da un Paese che ha vissuto l'apartheid, quella vera e dura, ci si sarebbe aspettato di tutto tranne che azioni di razzismo becero, violento ed omicida. Eppure nel Sud Africa di Nelson Mandela le cose non vanno meglio di quello dei vecchi Pit Botha o dei colonizzatori Boeri. Sì perchè essere razzisti in un paese stravolto e travolto dal razzismo, in un paese dove le lotte sociali sono state la fine di un governo, di uno status, di una situazione a dir poco "imbarazzante", vedere quello che stanno facendo oggi le frange povere ed emarginate delle bidonville o township che dir si voglia scagliarsi a colpi di machete o sassi, o addirittura bruciando vivei gli stranieri non è certo un bello o edificante spettacolo. Soprattutto perchè si tratta dell'ennesima guerra tra poveri. Neri contro neri, diseredati contro diseredati. Insomma la caccia all'immigrato nel paese simbolo dell'apartheid è qualcosa di realmente assurdo.
Eppure nelle township, dove una volta i bianchi avevano segregato la popolazione di colore, sono ora abitate dai tanti immigrati che arrivano dallo Zimbabwe, da Malawi, Mozambico e Somalia. Dall'inizio di maggio, contro questi poveri disperati che fuggono da carestie e tumulti politici si è scatenata la rabbia dei poveri e maltrattati di un tempo. I nuovi sudafricani al grido di "cacciamo gli stranieri" assaltano, distruggono, razziato i sobborghi di baracche alla periferia di Johannesburg. Con un tragico bilancio: 12 persone uccise, bruciate vive o bastonate fino alla morte, le donne sono state stuprate e le baracche (sempre le stesse) date alle fiamme, 50 i ricoverati in ospedale. L'arrivo dei mezzi blindati per sedare la furia distruttrice ha riportato alla mente vecchie immagini, vecchi filmati. Un remake di quando il regime bianco mandava a disperdere le sommosse nelle township in rivolta contro l'apartheid.
Non c'era nulla di diverso. Sono tornate a "viaggiare" per aria i proiettili di gomma sparati dalal polizia.
Il padre del nuovo Sud Africa, nonchè premio Nobele per la pace Nelson Mandela, leader della lotta contro l'apartheid, ha lanciato un appello: "Ricordate da quali orrori veniamo, non dimenticate mai la grandezza di un Paese che ha sconfitto le sue divisioni. Non ripiombiamo in una lotta distruttiva".
Ma sarà difficile per il vecchio Mandela riuscire nel suo intento. Gli anni sono passati anche per la sua leadership. Il Sud Africa è cambiato e non ascolta più i vecchi. Non guarda più al suo passato. Si è integrato nella globalizzazione. Perchè in fondo anche questa è una forma di globalizzazione.
Anche il presidente Thabo Mbeki e il leader del partito di maggioranza, l'African National Congress, Jacob Zuma hanno condannato le violenze e annunciato una commissione di esperti per far luce su quanto sta accadendo, ma secondo la Bbc, che cita fonti della polizia, le forze dell'ordine non sono in grado di arginare gli attacchi agli immigrati. Ma l'appello rimane inascoltato: centinaia di immigrati si sono rifugiati nei commissariati di polizia, nelle chiese e negli uffici governativi.
Dalla fine dell'apartheid, 14 anni fa, il Sudafrica ha visto un costante ed enorme flusso migratorio dagli Stati confinanti, calcolato in circa 5 milioni di persone. Negli ultimi anni tuttavia l'economia, prima in costante crescita, ha cominciato a stagnare, sono cresciute disoccupazione e inflazione. I più poveri tra i sudafricani hanno visto negli immigrati la causa della perdita di posti di lavoro e ci sono stati attacchi xenofobi già nel 2005 e 2006. Nell'ultimo mese la situazione è peggiorata con l'arrivo dallo Zimbabwe di oltre 3000 persone in fuga dalle violenze seguite alle elezioni presidenziali.
St.Sch.
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Bobby Sands uno spirito che vola libero nei cieli d'Irlanda |
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Da quando esiste l'uomo esiste l'eterno scontro tra occupanti ed occupati, tra oppressi ed oppressori. In questo contesto etico, politico, spirituale morire per una bandiera, una causa, un'idea significa accettare volontariamente di morire per un bene superiore della materialità del corpo. Significa sacrificare il bene maggiore che ci è stato donato: la vita. Significa sacrificarla per un bene comune di un popolo, magari ingrato, me che comunque ami e che vuoi che sia LIBERO. Per questo si può morire per una bandiera. Ma solo per questo. Bobby Sands incarna lo spirito di libertà di un uomo, di un popolo, di una nazione schiacciata dal tallone di un oppressore secolare.
Lo ha incarnato con la sua vita, con la sua carne, con il suo sangue, con la sua anima, con il suo spirito. Con il suo esempio. Per questo Bobby Sands non è un eroe negativo. Un terrorista sanguinario da condannare. Bobby Sands è lo spirito che si libra nel cielo della giustizia, della libertà. E' il simbolo di lotta che ha solo voglia di pace e giustizia. Di autodeterminazione. Valori per cui si può decidere anche di morire.
E' il simbolo di una Europa vecchia e stanca ma che ancora crede in qualcosa. Non è certo il simbolo dell'Europa delle Banche, dei poteri forti, dello sfruttamento, della mancanza di lavoro o del precariato. E' il simbolo di un'Europa che vorremmo ma che difficilmente arriverà. E' il simbolo di un'Europa che sogna e che continuerà a sognare. Perchè l'uomo, senza i sogni, non è un uomo...è una bestia.
Sono passati 27 anni quando un ragazzo di 27 anni nato a Belfast in un quartiere a maggioranza lealista chideva per sempre gli occhi. Era passati 67 giorni da quando lui e altri militanti dell'Ira (Irish republican army), rinchiusi negli H-Blocks avevano indetto lo sciopero della fame. Quel giorno il mondo intero si fermò.
in segno di protesta contro le disumane condizioni di detenzione carceraria cui erano costretti. Quel giorno il mondo intero si fermò.
Bobby aderì all’Esercito Repubblicano Irlandese appena compiuti i 18 anni. Nell’ottobre del 1972 fu arrestato con l’imputazione di possesso di arma da fuoco e successivamente condannato; trascorse 3 anni nelle celle di Long Kesh, dove gli venne riconosciuto lo status di prigioniero politico. Rilasciato nel 1976, Bobby tornò ad abitare nella casa paterna di Twinbrook e continuò a militare nell’IRA. Non passarono neanche 6 mesi che Bobby fu arrestato nuovamente per un attacco dinamitardo a Dunmurry, nella contea di Antrim, sfociato in una sparatoria nella quale vennero feriti 2 uomini. La condanna arrivò nel settembre del 1977 e vide Sands ed altri 3 volontari dell’IRA condannati a 14 anni ciascuno di reclusione, per possesso di un revolver, da scontare di nuovo a Long Kesh stavolta senza status politico, in quanto questo venne abolito per tutti i crimini commessi dopo il 1 marzo 1976. Sotto lo pseudonimo di “Marcella”, il nome di una delle sorelle, Bobby contribuiva costantemente con i suoi articoli e racconti al giornale repubblicano “An Phoblacht” . Intanto le tensioni del conflitto e le difficoltà varcarono anche le mura ed i cancelli delle carceri: i Blocchi H e le celle del penitenziario femminile di Armagh divennero veri e propri campi di battaglia alla stregua delle strade di Belfast e Derry: da una parte i prigionieri di guerra, i POWs, e dall’altra i secondini, simbolo dell’establishment britannico. Bobby ben presto divenne l'ufficiale comandante dell’IRA nei Blocchi H, pertanto fu lui a dirigere, non partecipandovi, lo sciopero della fame del 1980 ed ad offrirsi volontario per quello dell’anno seguente. Sands era sposato ed aveva 2 bambini, Gerard e Liam, il quale morì appena dopo una settimana dalla nascita senza che il padre riuscisse neanche a vederlo. Iniziò a rifiutare il cibo il primo marzo 1981 ed il mese successivo venne eletto consigliere per la circoscrizione di Fermanagh/Souh Tyrone con oltre 30 mila voti. All’incirca verso l’una di notte del 5 maggio 1981, all’età di 27 anni, cessò la sua battaglia e morì nell’ospedale della prigione: aveva digiunato per 67 giorni.
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Kosovo, cambio della guardia a Villaggio Italia |
Si è svolto a Pec presso il “Villaggio Italia” la cerimonia di passaggio di consegne della Multinational Task Force West (MNTF -W) e del Contingente Italiano in Kosovo. Il Generale di Brigata Agostino BIANCAFARINA, in Patria Comandante della Brigata Pinerolo di Bari, è subentrato al pari grado Nicolò FALSAPERNA, Comandante della Brigata Aosta di Messina.
Sei mesi intensi, quelli trascorsi dagli uomini dell’Aosta che si trovano in Kosovo dal mese di ottobre 2007.
“E’ stato un periodo intenso che, grazie alla professionalità di tutti voi, abbiamo superato senza difficoltà” ha detto il generale Falsaperna durante il suo intervento.
“Toccherà adesso ai soldati della Pinerolo continuare sul solco già tracciato dai colleghi che ci hanno preceduto”. ha detto il generale Biancafarina durante il suo intervento”.
Il personale della MNTFW assicura libertà di movimento ed un ambiente sicuro a tutte le etnie presenti nell’area di responsabilità.
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Vertice NATO di Bucarest: Afghanistan ed aree tribali del Pakistan, quale strategia? |
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La riunione della NATO che si è aperta a Bucarest in Romania, vedrà come tema dominante la missione di stabilizzazione dell’Afghanistan, dove sono impegnati oltre 41 mila uomini dell’ISAF ed il degenerarsi della sicurezza lungo il confine col Pakistan, in particolare nelle Aree Tribali (FATA) e nel North West Frontier Province (NWFP).
L’insediamento del neo-Primo Ministro pachistano, Raza Gilani e la dichiarazione da parte dei partiti di governo, in primis il PML-N e l’ANP, di ridefinire la lotta al terrorismo, condotta finora dal Presidente Musharraf, ha particolarmente preoccupato gli USA. Il direttore della CIA, Michael Hayden senza mezzi termini ha definito le Aree Tribali del Pakistan una minaccia per gli USA.
Tale dichiarazione ha suscitato sgomento nell’Assemblea Provinciale del NWFP, che ha votato all’unanimità una risoluzione che definisce le parole del direttore della CIA, come una “diretta minaccia al Paese ed un’interferenza ed un attacco alla sovranità del Pakistan”.
La sicurezza nelle Aree Tribali (FATA) sta via via degenerando, e solo per citare un esempio, il giorno in cui Yousuf Raza Gillani ha giurato da Primo Ministro del Pakistan nelle mani del Presidente Pervez Musharraf, i militanti telabani hanno fatto esplodere presso il Khyber Pass, 36 autocisterne di benzina destinate alla coalizione NATO in Afghanistan, ferendo circa 100 persone.
Attraverso il territorio pachistano giungono oltre il 40% dei rifornimenti della missione ISAF, guidata dalla NATO.
Per evitare le difficoltà che le forze della coalizione internazionali affrontano quotidianamente lungo la Linea Durand, il Presidente russo Putin, attraverso il suo Ambasciatore accreditato presso la NATO, Dmitri Rogozin, avanzerà al Summit la proposta di usare il territorio russo come rotta alternativa ai rifornimenti dell’ISAF.
La sicurezza dei rifornimenti alle forze NATO sarà garantita dalla Russia e dalla alleanza militare CSTO (Collective Security Treaty Organisation), coinvolgendo così direttamente i governi di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan.
La decisione della NATO non sarà facile anche perché senza il supporto del Pakistan, difficilmente si potrà raggiungere una stabilizzazione dell’Afghanistan. Ma è anche vero che la proposta russa potrebbe spingere il nuovo governo del Pakistan a contribuire maggiormente nella lotta al terrorismo, perché il transito dei rifornimenti NATO verso l’Afghanistan costituisce un importante introito per le casse del Pakistan.
Simone Nella www.osservatoriopakistan.org
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