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NO AD INSEGNARE I DIALETTI NELLE SCUOLE di Paolo Chiarenza.
Il modesto livello della politica italiana favorisce le sortite propagandistiche della Lega Nord che possono fare presa immediata. La proposta dell’insegnamento scolastico dei dialetti, contrariamente che in passato, ha avuto questa estate grande risonanza sui giornali nazionali e nell’arengo politico, segno evidente del ruolo che gioca la Lega. Ma mentre la grande stampa ha agitato l’argomento come un fatto politico, qualcuno a livello locale ne ha fatto meritoriamente un tema di discussione culturale, come Gianpiero Ferrigno, il cui articolo in proposito stimola la partecipazione al dibattito.
Non sono contrario ai dialetti (io stesso in famiglia lo parlo), anzi sono un fautore del loro rilancio e della loro riscoperta. Ma portarne l’insegnamento nelle scuole, come propongono Bossi e i suoi “scienziati”, è la negazione stessa della continuità di vita dei dialetti e, volutamente, è un’ulteriore semina di disgregazione nazionale di quel poco di tessuto connettivo che ancora rimane nel nostro Paese. Gli idiomi locali hanno validità proprio perché nascono dal popolo e con il popolo e vengono tramandati da padre in figlio attraverso la consuetudine e il legame personale, contribuendo così, da una parte, alla difesa di un patrimonio culturale ricchissimo che varia da territorio a territorio e, dall’altra, alla crescita della lingua italiana che può realmente, con la sua complessità e ricchezza di vocabolario, rappresentare le varie gamme del sentire e dell’espressione umani. Il dialetto non si insegna, ma si impara dai nonni, dai genitori e dalla gente, non da professori né da maestri. Il dialetto si impara se ci si sente parte di un mondo, seppure più piccolo, ma con radici profonde, fatto di valori popolari, di conoscenze antiche. Ma come mai oggi tanta necessità di riappropriarsi della nostra identità? Perché fino ad alcuni anni fa non emergeva questa esigenza? Per ragioni storiche e politiche c’è oggi in Italia l’esigenza di mettere un argine al vuoto ideale e alla crisi portata dalla globalizzazione. Il vuoto ideale ha provocato la caduta dei valori tradizionali e il conseguente relativismo, mentre il fenomeno globale ha condotto con sé il liberismo sfrenato, il mercato senza regole sociali e il consumismo esasperato. Dove il principio dominante è quello del danaro non c’è spazio per le idee e per le differenze di tradizione e di cultura. Ma senza ampliare il discorso, in altri termini, nella difesa della memoria collettiva della nostra gente c’è il senso del legame che tiene assieme generazioni diverse succedutesi nel tempo sullo stesso territorio. Il concetto di Patria si afferma per cerchi concentrici: nello Stato, ambito di appartenenza dell’intera comunità, nelle città e nei paesi, nella regione, nella Nazione, fino a giungere alla Patria europea, nel senso dell’Europa dei popoli, l’Europa-Nazione. Fuori da questo concetto, per chi crede veramente nell’identità e nei valori della nostra terra è un’illusione pensare di riaffermare le tradizioni culturali e di salvare i dialetti. L’Italia non ha quasi più prestigio (Vedi ultimo caso la Libia, cui offriamo tutto per amore…..del petrolio), figurarsi come possiamo difendere il sentimento identitario territoriale; non ci identifichiamo quasi più nella lingua italiana (la grammatica, l’ortografia, la storia e la geografia sono andati a farsi benedire, siamo invasi da anglicismi inutili), figurarsi come possiamo mantenere gli idiomi locali. Però dobbiamo intraprendere ugualmente iniziative generali di riscatto, “al di fuori delle estremizzazioni della politica e della stampa per fare cassa”, come avverte Ferrigno. Non accetto le estremizzazioni della sinistra, che per anni e anni ha aggredito il sentimento nazionale e ora lo rincorre per rifarsi una credibilità, come contesto la Lega Nord che ripudia la bandiera tricolore, per cui ogni motivo di rivalsa etnica nei confronti del Sud e ogni “opposizione” all’interno dello schieramento di governo ha come obiettivo di contare di più e di avere maggiore potere. A proposito, a nessuno viene in mente di obiettare alla Lega che l’attuale “Roma ladrona” è tale grazie ai tanti politicanti che a Roma convergono da ogni parte d’Italia (dal Nord soprattutto), per comandare e decidere? Per concludere, cominciamo sul piano culturale a fare qualcosa. Per favorire le tradizioni dialettali si organizzino la diffusione letteraria e manifestazioni ludiche delle opere in dialetto di tanti autori un tempo celebrati; si propongano sulle Tv regionali le commedie dialettali già rese comprensibili in tutta Italia da interpreti straordinari come Macario, Baseggio, Govi; ridiamo coscienza ai nostri “vecchi” e ai nostri genitori che la parlata dialettale è un mezzo immediato e spontaneo di comunicazione, è cultura, è genuinità, è solidarietà sociale, caratteristiche che hanno un comune afflato ideale, che fanno di tante popolazioni un Popolo, quello italiano appunto.
Paolo Chiarenza
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