Politica e Attualit
I DIBATTITI - DI BEPPE NICCOLAI  Segnala
I dibattiti hanno un senso se riescono a creare "inquietudine"; se lasciano un segno "dentro"; se riescono a far pensare. Se sono accademici, se scorrono lungo il filo della retorica, possono sorprendere, ubriacare, lì per lì, ma non fanno maturare, non fanno crescere. Solo il dibattito inquieto, crea, suscita, provoca la voglia di parlare, di chiarire, di confrontarsi. Diventa sangue, diventa rapporto umano, diventa amicizia se si concorda, rispetto se si è in disaccordo. Ma si diventa tutti migliori. Perchè? Perchè ci si è misurati sul pensiero e la vera dignità dell’uomo, consiste nel pensare. Quindi la prima regola è di portarsi fuori dagli «steccati», dalle varie caserme che ci siamo un po’ tutti date, avendo come nemici il conformismo, il burocraticismo, l’assistenzialismo. Non è vero che siamo in una società pluralistica perchè ci sono tanti partiti. Non è vero: il sistema è un tutto unico. È come una piovra. Ci sono i tentacoli, ma la testa è unica. Sentire e praticare il gusto di parlarsi. Fino in fondo. Con sincerità
 
BAARIA - GIOVANNA CANZANO INTERVISTA GIOVANNI BARTOLONE  Segnala
BAARIA - GIOVANNA CANZANO INTERVISTA GIOVANNI BARTOLONE    
 
..."Durante il Fascismo la mafia non “comandava Bagheria con gli occhi”,
come ha scritto qualcuno recensendo Baaria.
Il Fascismo per la sua natura tendenzialmente totalitaria combatté e sconfisse la mafia e la camorra. Il motto “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato,
nulla contro lo Stato”, non lasciava spazio all’“antistato”.
Con la dittatura veniva meno la mediazione mafiosa nella ricerca del consenso elettorale. Il tempo del collegio elettorale coincidente con il territorio della “famiglia” mafiosa era finito. Il podestà era scelto da Roma.
Anche a Bagheria vi furono retate al tempo del prefetto Mori,
come la famosa del 3 giugno 1926"... (Giovanni Bartolone)

Canzano 1- Bagheria è la sua città?

BARTOLONE- Si. Vi abito dalla nascita, nel 1953. La mia famiglia vi abita fin dalle origini, penso. Il mio bisnonno Salvatore vi nacque nel 1846. A 14 anni fece parte delle squadre di “picciotti” di Bagheria e combatterà con Garibaldi.

Canzano 2- Il film di Tornatore Baaria, rispecchia la Bagheria dei suoi nonni?

BARTOLONE- Distinguo tra il piano artistico, quello sentimentale e quello storico. In quello artistico non entro. Non è il mio campo. Ma i critici l’hanno giudicato un capolavoro. Mi fido. Io spero che vinca l’Oscar. Se lo merita. Sul piano sentimentale ringrazio Tornatore per avermi fatto tornare indietro nel tempo alla Bagheria che fu. E’ meraviglioso rivedere sullo schermo luoghi e personaggi conosciuti, rivivere eventi ed atmosfere del passato: il famoso Bar Aurora, la Piazza con i vecchietti seduti sui gradini della chiesa con lo scialle sulle spalle ecc. E’ questa una delle ultime immagini che ho di mio nonno materno prima della sua morte. L’ho sempre conservata intatta nella memoria.

Canzano 3- E sul piano storico che ne pensa? Lei da anni fa ricerca storica e ha scritto diversi libri sulla Sicilia degli anni ’40.

BARTOLONE- Credo che non abbia voluto fare un film storico, ma dare una rappresentazione del mondo. Con Bagheria come suo centro. Per molti bagheresi, Bagheria è il centro dell’universo. Vuole inoltre mostrare il suo amore smisurato verso i suoi genitori, soprattutto verso suo padre con il suo impegno nelle file comuniste. Mancando quasi del tutto studi scientifici e memorie scritte sul periodo del Fascismo a Bagheria, Tornatore si è forse affidato, qualche volta sbagliando, ai ricordi di qualche anziano, alla vulgata antifascista locale, alle battute raccolte durante una cena da Don Ciccio o dalla Za Maria o passeggiando in Piazza. Le esigenze artistiche l’hanno portato a cambiare la realtà storica? Penso che sarebbe ora di cominciare a studiare scientificamente il periodo fascista e quello immediatamente successivo a Bagheria. La civica amministrazione potrebbe organizzare un convegno in materia per raccogliere testimonianze. Tutti potrebbero contribuire alla ricostruzione della nostra storia.

Canzano 4- Vuole contribuire?

BARTOLONE- Sì, premetto che sono notizie frammentarie, raccolte negli anni, non in maniera sistematica. E’ un piccolo contributo per futuri ricercatori. Forse farò qualche errore. Altri li correggeranno.

Canzano 5- Mi parli di Mafia e Fascismo a Bagheria.

BARTOLONE- Durante il Fascismo la mafia non “comandava Bagheria con gli occhi”, come ha scritto qualcuno recensendo Baaria. Il Fascismo per la sua natura tendenzialmente totalitaria combatté e sconfisse la mafia e la camorra. Il motto “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, non lasciava spazio all’“antistato”. Con la dittatura veniva meno la mediazione mafiosa nella ricerca del consenso elettorale. Il tempo del collegio elettorale coincidente con il territorio della “famiglia” mafiosa era finito. Il podestà era scelto da Roma. Anche a Bagheria vi furono retate al tempo del prefetto Mori, come la famosa del 3 giugno 1926. Ma molti dei 300arrestati quel giorno, che nulla avevano a che spartire con la Piovra, furono rilasciati l’indomani (G. Tricoli, Il Fascismo e la lotta contro la mafia, ISSPE, Palermo, 1986, p. 28). Decine di migliaia di mafiosi e camorristi furono imprigionati o inviati al confino nelle isole. Si calcola che circa 10 mila mafiosi o presunti tali furono arrestati in Sicilia alla metà degli anni ’20 dai militari al comando del prefetto Cesare Mori e altrettanti in Campania da quelli posti agli ordini del maggiore dei Reali Carabinieri Vincenzo Anceschi (Per E. Anceschi, I Carabinieri Reali contro la camorra una missione speciale negli anni venti, Laurus Robuffo, Roma, 2003, p. 21, gli arrestati furono “oltre novemila”). Gli altri mafiosi furono costretti a mettersi a lavorare o scappare in America. L’Italia di Mussolini non era la Russia comunista e i mafiosi non furono liquidati con un colpo alla nuca o spediti a morire in Siberia. Il Fascismo tolse loro soprattutto la possibilità di controllare i giovani. I giovani, fin dalla più tenera età, erano inquadrati nelle organizzazioni di massa del Regime e educate alle finalità rivoluzionarie della Nuova Italia. Ove non c’era posto per mafia e mafiosi. I mafiosi non lo dimenticheranno mai. Senza la sconfitta bellica alla morte dei mafiosi non si sarebbe più parlato di mafia o di camorra. Rinacquero con la restaurazione democratica. Tra i padrini consultati da Lucky Luciano, il capo dei capi di Cosa Nostra americana, per decidere la partecipazione mafiosa allo sforzo bellico alleato troviamo il bagherese Tony “Lop” Lo Piparo (1901-1991), boss di Saint Louis. L’odio verso i fascisti durerà fino ai nostri giorni. Indicative sono le dichiarazioni del pentito Ignazio Gagliardo. Nel 1994 quando sarebbe arrivato l’ordine di votare Forza Italia alle Politiche, alcuni vecchi mafiosi dell’Agrigentino si sarebbero dichiarati contrari, perché così si sarebbe finito con l’appoggiare anche “i fascisti quelli che avevano contrastato Cosa Nostra a suo tempo” (Mafia un collaborante: nelle celle c’è malcontento contro Berlusconi, Riccardo Arena in Giornale di Sicilia, Palermo, dell’8 ottobre 2009, p. 8). Troveremo i mafiosi in prima linea al momento della caduta del Regime in Sicilia. Erano praticamente gli unici antifascisti in Sicilia. Quelli che avevano patito il confino e il carcere. Gli altri antifascisti, salvo qualcuno inviato in prigione, erano solo dei “mormoratori”. In tanti, già impegnati nelle terze file del Regime, però dopo il 25 luglio 1943, si faranno avanti vantando fantomatiche benemerenze antifasciste per riciclarsi nel nuovo Stato. Anche a Bagheria i mafiosi daranno il loro contributo alla causa antifascista. Grazie a queste benemerenze nei successivi decenni - e alle radici impiantate nelle civiche amministrazioni – agiranno pressoché indisturbati e faranno crescere la mala pianta mafiosa. Attaccare i mafiosi, dicevano, gli unici autentici antifascisti in Sicilia, significava il ritorno ai metodi fascisti del prefetto Mori. La mafia rinacque in Sicilia dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, il 10 luglio 1943. Sull’impegno contro la mafia del Regime, rispetto a quello dell’Italia prefascista l’ex presidente dell’Istituto Gramsci di Palermo, lo storico Francesco Renda, scrive:

“Anche nella fase fascista, pertanto, il prefetto Mori ottenne il medesimo risultato che nella fase liberale: non distrusse la mafia, ma la mise per qualche tempo nella impossibilità di nuocere, facendola rinchiudere nelle carceri o relegandola al confino. Con la differenza, però, che nella fase liberale, la repressione ebbe carattere limitato e circoscritto a singole mafie ed a singole zone, giacché la polizia agiva generalmente "d'iniziativa'' senza il sostegno di alcun disegno preordinato superiore, teso a spezzare i rapporti mafia, politica e istituzioni e a impedire il controllo mafioso del territorio, nella fase fascista, invece, pur sempre conseguendo solo effetti temporanei, "in seguito alla lotta intrapresa dal nuovo regime contro la delinquenza in Sicilia" la repressione ebbe carattere generalizzato, coinvolgente ogni provincia e zona di mafia, con la conseguenza che per tutto il ventennio fascista risultarono spezzati i rapporti mafia, politica e istituzioni e reso impraticabile il controllo mafioso del territorio” (F. Renda, Storia della mafia, SigmaEdizioni, Palermo, 1997, p 225).

Canzano 6- Oltre che caricaturale il fascismo bagherese appare repressivo. Che ne pensa?

BARTOLONE- Quando penso al fascismo bagherese, oltre a quelli dei semplici e fedeli militi della Rivoluzione nazionale e sociale, sempre rimasti fascisti, ad esempio a Stachino Lo Galbo, a Michelangelo Bruno, passando per zu Nofrio Martorana, zu Paliddu Accomando u Rafanella u Carritteri, zu ‘Tnonio u Cascavaddaru Ventimiglia, a Romolo Maggio ex balilla andato a Salò, poi impegnato nel Sindacalismo Nazionale, al povero Alberto Fricano, ammazzato dai partigiani nei pressi di Firenze nel 1944, tutte delle bravissime e degnissime persone, figli del popolo lavoratore e veri patrioti, non fecero mai del male a nessuno, penso all’avvocato Oreste Girgenti. Il segretario del Fascio di Bagheria. Un educatore dei giovani. Sue sono molte iniziative prese dalle organizzazioni di massa del Regime: colonie per i ragazzi, dopolavoro, assistenza sociale e sindacale per i lavoratori. Era molto benvoluto dai bagheresi. All’arrivo degli americani in città, il 22 luglio 1943, fu arrestato e rinchiuso nelle locali prigioni. Subito una folla enorme, in maggioranza donne, sfidando il bando del generale inglese Alexander che proibiva ogni manifestazione pena la morte, si recò alla prigione chiedendo a gran voce il suo rilascio. Era un galantuomo. L’ottennero. Tipo schivo e riservato, non riesco proprio ad immaginarlo passeggiare tronfio in divisa nel Corso. Quando era “costretto” dai camerati a candidarsi, il M.S.I. moltiplicava i suoi voti a Bagheria. Il podestà del tempo di guerra, l’avvocato Battistino Maniscalco, proteggeva una famiglia ebrea di Palermo sfollata a Bagheria, giocava a carte col padre, invitandolo a casa, ascoltando la radio insieme (“Ma pensa non c' era proprio discriminazione da parte di nessuno, neanche da parte dei podestà fascisti dell’epoca. I miei genitori durante la guerra sfollarono a Bagheria (vicino Palermo) e il pomeriggio si riunivano con il podestà e con altre persone per giocare a carte. Penso nel '43, furono invitati a casa del podestà di Bagheria, già cosa non tanto normale ... la famiglia di un ebreo, una coppia di cui uno era ebreo ... Comunque si giocò a carte. A mezzanotte giochi sospesi perché il podestà disse: "Dobbiamo accendere la radio". Mio padre e mia madre erano terrorizzati, e sconvolti pensarono che avessero orchestrato tutto per fregare mio padre. Invece in realtà il Podestà si sentì la radio, tranquillissimo, fresco e pettinato ...”. Agli ebrei durante sarebbe stato proibito tenere una radio in casa. In L. Vincenti, Storia degli Ebrei a Palermo durante il Fascismo, Offset studio, Palermo, 1998, p. 134 e sgg). Questi sarebbero i cattivi fascisti? Repressivi? Il noto “poeta popolare” Giuseppe Schiera, antifascista, che spesso e volentieri metteva alla berlina il Regime e i suoi uomini, quando l’atmosfera a Palermo si faceva irrespirabile si rifugiava a Bagheria. Qui era protetto dagli esponenti fascisti locali: Oreste Girgenti, Battistino Maniscalco, ecc. (“Anche a Bagheria Giuseppe Schiera godeva non poche simpatie, tra cui perfino due scemi, che gli facevano da battistrada e richiamo della folla nella piazza Madrice, Ancilu e Pasquali 'u loccu, scemo quest'ultimo al punto da esser convinto che dal palazzo Butera alla Punta Aguglia vi fossero due miglia e dalla Punta Aguglia al palazzo Butera quattro, perché in salita. Sorreggevano Schiera soprattutto l'avvocato Ciccio Aiello, Mons. Pietro Nasca, il prof. Nino Pintacuda, Nino Castronovo, l'avvocato Oreste Girgenti, l'avv. G.B. Maniscalco e tanti altri”. In G. Girgenti, Giuseppe Schiera. La fabbrica ambulanti di lu pitittu, La Cartografica, Palermo, 1977, pp. 69-79). I due episodi del film, quello in cui si vede un guitto, che dice, rivolto alla foto del Duce, “Un’ora sola ti vorrei” e quello del venditore di salsiccia che cammina dietro al segretario del Fascio, penso che siano inventati per esigenze artistiche o politiche, nate a posteriori. Qual è la fonte? Cosa pensi che sarebbe successo nel clima di “consenso” goduto dal Fascismo fino al 1943, se qualcuno si fosse permesso di sfottere pubblicamente il Duce o l’avvocato Oreste Girgenti? Girgenti ed altri due esponenti locali fascisti saranno poi denunciati, penso per iniziativa di un corrispondente bagherese, dalle pagine de La Voce Comunista, il settimanale del Partito Comunista Italiano, pubblicato a Palermo, a causa di una presunta riunione in una casa di campagna a Santa Flavia nel 1944. Il periodico, diretto all’epoca dal professore Franco Grasso, dirigente del Partito, nel numero n. 9 del 24 giugno 1944, pubblicherà in prima pagina un articolo non firmato dal titolo “La maffia”. Vi si faceva opera di avvicinamento tra il PCI e la bassa mafia per una lotta comune contro il capitalismo e le strutture latifondistiche della Sicilia occidentale. Grasso riprendeva le “tesi agrarie”, elaborate da Ruggero Grieco ed approvate ad unanimità dai delegati alla Conferenza agraria meridionale del P.C.I., tenutasi a Bari nel 1926 (G. Montalbano, Mafia politica e storia, Tipografia del Boccone del povero, Palermo, 1982, pp. 259-261). Un articolo non firmato significa che esprime la linea della redazione e della forza politica alla quale la rivista fa riferimento.

Canzano 7- Passiamo alla caduta del Regime a Bagheria. Nel film si dice “fu la giornata del povero”, è vero?

BARTOLONE- Il Regime finì a Bagheria il 21 luglio, ma non fu “la giornata del povero” come si dice nel film. L'avvocato Girgenti, raccontandomi, a quasi mezzo secolo di distanza l'assalto alla locale Casa del Fascio, ad uffici comunali, e a case e magazzini privati, definì i responsabili come "quattru vastasunazza di chiazza e mafiusi", quattro facchini e mafiosi. Girgenti disse di aprire i depositi comunali preferendo dare le derrate alimentari ai bagheresi, non facendole trovare agli invasori.
Felicita Alliata nel suo diario descrive il clima di terrore causato dai bombardamenti alleati – alcune bombe caddero anche in città il 6 sera e la notte del 12 luglio 1943, provocando danni e vittime, con i bagheresi rifugiati in campagna o nel “fussazzo”, le grotte sotto Villa Valguarnera, e la voglia di finirla presto:

“23 Luglio. Per la storia. – Abbiamo passato giorni e notti di trepidazione ed angoscia. I nemici – ora conquistatori – negli ultimi giorni hanno sparso il terrore più che mai; mitragliando le campagne, ove la popolazione – anche da Palermo – cerca salvezza, bombardando anche i più piccoli centri implacabili …mentre tutti li aspettano e che una buona volta la finiscano; sappiamo che non può essere altrimenti…
« Mattina, ore 10 - Nel paese di Bagheria piccole colonne di fumo, gente alle terrazze ... volteggiano carte bruciacchiate e fogli bianchi; sono in pensiero per Maria che è andata a Messa in paese... finalmente torna e ci racconta che il popolo bagherese ha assaltato la sede del « fascio » hanno bruciato, tutto e magari la radio e la camicia nera del podestà buttandole dalla finestra. Non per niente siamo la terra delle grandi iniziative !... La stessa cosa si ripete a Santa Flavia e altri vicini paesi, dei quali possiamo avere notizie. Cominciano a comparire bandiere bianche dappertutto, sul campanile della Cattedrale, sulle case, a Santa F1avia lo stesso, però il popolino o popolaccio - come sempre - eccede e assalta negozi e case private per saccheggiare. Anarchia... I vincitori – si dice - sono arrivati a Ficarazzi. Vengono da Bagheria gente e ci obbliga ad issare bandiera bianca. Ho fatto collocare su una lunga pertica – al di sopra del blasone della facciata ove è la storica corona che fu abbattuta da Maria Carolina - un prosaico... lenzuolo. Quante ne ha viste anche quel blasone! Il popolo, stanco, affamato, esasperato... ha applaudito con troppo entusiasmo l'invasore, che - dobbiamo, dire anche liberatore - dimenticando che è quello stesso che fino a ieri ci assassinava ! I1 podestà di Bagheria si è avanzato a riceverlo con uno straccio bianco. Quassù il tenentino voleva resistere.. con cinquanta uomini!... che si rifiutarono. Le campagne - per la resistenza di cannoni in gran parte... di legno. Mentre gli alleati entrano a Bagheria con poche camionette, venendo da Palermo. Qui sotto, dei soldati lavorano ancora ad una lunga trincea da Santa Flavia a qui, larga quattro metri ! che deve - cioè dovrebbe impedire lo sbarco da Solanto !... Puerilità incomprensibili! La gentaccia ha trovato munizioni e bombe a mano e si diverte fuori il paese a farle esplodere. Nella Piazza Palagonia - sottostante alla nostra collina tirano anche con i moschetti e le palle fischiano intorno a noi; è pericoloso stare nella villa.
23 Luglio, mattina. - Tutto quel che rimane del presidio di Bagheria, Colonnello, ufficiali e soldati - meno quelli che sono scappati - sono qui adunati a Villa Valguarnera in attesa di essere fatti prigionieri… I prigionieri - circa cento uomini - si sono avviati a piedi verso Palermo. II Parroco di Bagheria aveva mandato un Sacerdote per celebrare a S. Messa per loro qui nella Cappella ma non si è fatto in tempo. E' stata una scena drammatica, dolorosa, commovente! Il Colonnello G.. Disarmato, appoggiandosi a un bastoncino, ha parlato ai suoi uomini piangendo... sono seguiti abbracci, lacrime degli astanti.. e via.. Vae victis!”

Descrive anche i duri giorni seguiti all’occupazione della città:

”27 Luglio. - I1 giorno dopo l'entrata a Bagheria degli alleati - qui tutti americani. - sono saliti quassù in varie camionette, tutte bene attrezzate perfino con la radio. Hanno perquisito i locali già occupati dai soldati e requisito le armi che i nostri però avevano rese inutilizzabili; anche la mitragliatrice che era annidata in un rifugio sulle rocce. Alcune famiglie di popolani palermitani aveva creduto bene di sottrarre delle armi. Il Capitano molto furbo e rude - che ci trattava da « nemici » - ci disse che chiunque avesse delle armi sarebbe stato fucilato. Tradussi la notizia a tutti i presenti - facendo da interprete - e si videro i bambini spuntare da tutti i lati con moschetti e altro !... Quassù si è stabilito una specie di comando della regione e ciò per il fatto che hanno trovato grande accoglienza da una mia cognata loro connazionale. Il grande atrio é sempre pieno di gente; i soldati fuggiti - spesso accompagnati dai parenti - si presentano per essere iscritti e fatti prigionieri….
1 Agosto 1943. Ancora non si può comunicare nemmeno con Palermo e siamo addirittura isolati. Giungono solo dei bollettini, proclami dei conquistatori. Manca l'energia e non possiamo sentire nemmeno la radio. Manca il pane e tutto. I primi giorni non si poteva circolare per le strade del paese altrimenti sparavano addosso. Ora la mattina fino a mezzogiorno si può uscire per provvedersi di qualche cosa... difficile a trovarsi! Avevo potuto acquistare nascostamente del frumento, ma non si sa come farlo macinare. Alcuni lo fanno col macinino, da caffè.. .
15 Agosto. ..Se mi avessero detto che anche io - nella vecchiaia - dovessi adattarmi ad escogitare certe cose ne sarei stata felice. Manca tutto; niente cotone, niente aghi, né scarpe né calze, niente luce... né lampadine elettriche. Per questo rimediamo con le antiche lampade ad olio in ceramica... tanto artistiche e buie! Ho imparato a filare e filo cotone per farmi fare delle calze con i ferri... come ai tempi delle nostre bisavole! Filo la lana per farne indumenti e la tingo con delle erbe; in quanto alle scarpe, ripensai che all'altra guerra le signore imparavano a farne per provvedere gli orfani di guerra, ma non per loro stesse che allora non mancavano. Ho fatto riesumare a Palermo delle forme di legno della mia misura e con la pelle di una borsa e dei chiodini - che a stento ho trovato - mi son fatta un magnifico paio di scarpe! Torniamo ai tempi preistorici... quando Berta filava!” (F. Alliata di Villafranca, Cose che furono attraverso la storia di un’antica famiglia italiana, Flaccovio, Palermo, 1949, pp. 321 e sgg.).

Lo storico Mario Spataro parla di “gravi disordini” avvenuti in città il 24 agosto, “domati dagli americani a suon di scudisciate” (M. Spataro, I primi secessionisti, Controcorrente, Napoli, 2001, pp. 141-143).
Non ho notizie di questi disordini, né delle cause. Molestie a donne come si potrebbe pensare leggendo quanto scrive? Non credo. Avrei voluto avere dei chiarimenti da Spataro, ma ho scoperto che è morto da due anni.
Episodi di saccheggio si verificarono in molte località della Sicilia al momento del passaggio del fronte. Le fame spingeva molte persone alla razzia. Negli anni ’70 sentii raccontare che anche il deposito del poeta Ignazio Buttitta, mi pare sito in Via De Pasquale, fu saccheggiato quel giorno a Bagheria.
Nel 1956, il dirigente delle federazioni del P.C.I. di Palermo e Termini Imerese Ignazio Drago, già separatista, scrisse un apologetico articolo sulla mafia, in giornaletto comunista locale. L'articolo aveva per titolo "Cento anni di Bagheria", e come sottotitolo "Mafia e braccianti". L'articolo fu pubblicato nonostante la protesta dell'On. Giuseppe Montalbano, del P.C.I., "presso i supremi organi" del partito. Drago, rievocando i giorni della rivincita mafiosa a Bagheria, contro il Fascismo che severamente represse la Piovra, scrisse:

“Dopo la prima guerra mondiale a Bagheria ebbero la vittoria i sostenitori del grande oculista Giuseppe Cirincione, legato alla mafia, che si erano venuti trasformando in esclusivi dominatori del paese; si erano impadroniti di palazzi baronali, dirigevano il Comune e il commercio degli agrumi e la vita di ogni cittadino, punendo anche con la morte chi non sottostava alla loro legge e non riconosceva il loro potere. Ciò facendo, volevano dare al paese assetto e ordine, sostituendosi ai poteri dello Stato centrale, prepotente e incomprensivo nei confronti della Sicilia. La loro concorrenza nei confronti dello Stato fu cosa sulla quale non cedettero mai, nonostante le lunghe lotte che lo Stato condusse contro di essi accanitamente. Il fascismo inviò il prefetto Mori in Sicilia con l'ordine di corrompere e punire: a Bagheria punì! Trattati come delinquenti comuni, i capi della città furono sparpagliati in tutte le patrie galere.
Si trovarono tutti insieme armati di moschetto e di mitra e del loro odio contro il fascismo il 21 luglio 1943, quando bruciarono la casa del fascio e salutarono con rispetto le truppe alleate, da pari a pari, alle quali si presentarono con la bandiera giallo-rossa e il programma dell'indipendentismo siciliano. La popolazione di Bagheria aveva ritrovato i suoi capi e li segui anche questa volta nella lotta per una Sicilia indipendente.
Il ristabilimento del loro potere comportò anche il ristabilimento della loro legge che non perdona a chi tenta la strada dell'avventura e della disobbedienza. Così, in quel tempo, decine e decine di persone furono spente da silenziosi e rapidissimi giustizieri, di cui fino ad oggi non si conoscono i nomi. E in generale accadeva che quando, al mattino, veniva ritrovato in un pozzo o in un giardino un cadavere, un senso di sollievo si manifestava nella popolazione, perché si trattava quasi sempre di ladri che avevano disturbato con piccoli furti. Si riconosceva giusta la loro morte, arrivando a congratularsi con chi si supponeva l'avesse causata. Da parte dell'Autorità non si perdeva neppure tempo a indagare...” (G. Montalbano, op. cit., pp. 171 – 172).

Giuseppe Montalbano, antifascista autentico, fu fino all’arrivo a Palermo di Girolamo Li Causi nell’agosto 1944 il capo del P.C.I. in Sicilia.
Il contributo mafioso alla conquista alleata di Bagheria è confermato da Mario Spataro, figlio del dirigente separatista Vittorio, in quei giorni in città. Scrive:


“L’arrivo dei primi americani fu anch'esso motivo di sorpresa. Lo scrivente era, in quei giorni, a Bagheria dove un colonnello italiano, che disponeva sì e no di 100-200 uomini male in arnese e alimentati solo a forza di gallette (dure come mattoni) stivate in un magazzino nei pressi di villa Palagonia, aveva deciso (a parole, almeno) di opporre "strenua resistenza" contro la valanga di uomini e di acciaio che si avvicinava. Quando una staffetta americana (un sergente e un soldato, con tanto di bandiera bianca) entrò in paese per sapere cosa il signor colonnello avesse intenzione di fare, ci fu un breve parlottare fra le persone "importanti" del luogo e il colonnello, presente l'americano. Poi il colonnello commise l'errore di appartarsi e bastò quell'attimo perché si ritrovasse chiuso a chiave in una stanza mentre l'americano era pregato di fare avanzare le sue truppe al più presto. Non fu certo una cosa onorevole, ma almeno servì ad evitare che all'inevitabile occupazione della città si aggiungesse un'impari scaramuccia e, magari, la perdita di qualche vita umana” (M. Spataro, op. cit., pp. 146-147).

Cosa Nostra fu in prima fila ovunque nell'attaccare le case del Fascio e nell'accogliere gli invasori angloamericani. Si vendicavano contro Mussolini e Mori, che li avevano inviati al confino nelle isole o in galera, come dei delinquenti comuni. Furono ricompensati dagli Alleati. Molti mafiosi furono nominati sindaci, come il capo della Piovra, Calogero Vizzini, a Villalba, o responsabili di importanti centri di potere. Ebbero permessi, privilegi e i loro fascicoli ripuliti. Qualche storico scrive: "Si calcola che almeno l'80 per cento dei sindaci nominati dagli Alleati nella Sicilia occidentale fossero noti esponenti della mafia" (A. Spano, Faccia a faccia con la mafia, Mondadori, Milano, 1978, p. 83). Quelli ancora in prigione o al confino furono subito rilasciati dagli Alleati. Insieme alla ripresa dei partiti antifascisti si ebbe la “formidabile rinascita” della mafia e poi della camorra, dichiarata sciolta il 25 maggio 1915 ( V. Paliotti, Storia della camorra, Newton Compton, Roma, 1993, pp. 15 e sgg.).

Nonostante la campagna d’intimidazione del ministro dell’Interno, Aldisio, larga udienza continuavano a riscuotere le adunate separatiste. Il capo della polizia di Bagheria proibì una riunione programmata per il 25 giugno 1944 perché temeva episodi di violenza. Ma essa ebbe luogo il 6 agosto, dopo che gli Alleati e la mafia fecero pressioni. Vi parteciparono circa 3000 persone, molte sventolando le bandiere della Lega Giovanile Separatista. Andrea Finocchiaro Aprile, la cui apparizione fu salutata da caldi saluti, e Antonino Varvaro fecero gli interventi principali. Varvaro accusò gli avversari di cercare di soffocare il separatismo e proclamò che era un movimento popolare, libero da qualsiasi influenza straniera. Riecheggiò l’ultimo appello di Finocchiaro Aprile ai siciliani di consegnare il loro grano ai Granai del popolo. Salutò gli Alleati, Roosevelt e i siciliani d’America, arguendo che i separatisti preferivano l’occupazione alleata al controllo italiano. Manifestando la buona volontà di negoziare un piano di federazione con l’Italia su base di uguaglianza. La Sicilia, disse, aveva il diritto all’autogoverno e “molti eminenti personalità internazionali …incluso La Guardia” avevano affermato questo diritto. Al termine del suo discorso, Finocchiaro Aprile si rivolse direttamente al folto numero di persone che indossavano un distintivo con un’immagine della bandiera americana con una figura della Sicilia nel centro. Erano membri, o sostenitori del partito organizzato dalla mafia, il Partito Democratico d’Ordine, che alla fine di aprile o nei primi di maggio aveva mutato il suo nome in Fronte Democratico Siciliano d’Ordine. “La mafia”, affermò, “è un’istituzione che dovrebbe essere creata, se non esistesse. Dobbiamo distinguere tra mafia e criminalità. La mafia è un’organizzazione d’ordine, di disciplina e giustizia politica” (M. S. Finklstein, Separatism, the Allies and the Mafia: the Struggle for Sicilian Indipendence, Associated University Presses, Cranbury, NJ, 1998, pp. 90-91. Cita documenti del Servizio segreto americano e della PS di Bagheria. La traduzione è opera mia).

A proposito del poeta Ignazio Buttitta. Nei primi anni ’70 l’ex Camicia Nera, Michelangelo Bruno, rispondendo ad una domanda scherzosa di alcuni amici, ricordava che qualcuno diede solo un colpo di manganello nella bilancia del negozio ru Malfitano. Fece il nome, mi pare, di Ciro Brasi o Cilibrasi, non ricordo. C’erano anche altri due fascisti, ma non fece il nome. Disse che fu solo per “festeggiare” la Marcia su Roma, avvenuta poco prima, quindi nel 1922. Non ero, in quel momento, interessato alla discussione. E’ credibile che tre fascisti – in pieno Regime- si facciano cacciare in malo modo da un antifascista, senza reagire e senza conseguenze per il colpevole, come si vede in Baaria? Bah, ho molti dubbi.

Canzano 8- Altre inesattezze nel film di Tornatore?

BARTOLONE- Quando lavoravo alla tesi di laurea sul referendum Monarchia repubblica del 1946, consultando i giornali siciliani del tempo, non lessi mai di zuffe a Bagheria tra le opposte fazioni e non ne ho mai raccolto testimonianza o notizia. La piazza di Bagheria non era quella di Villalba o di Napoli. In quel tempo non erano i monarchici ad assaltare i comizi repubblicani. Era il contrario. A nord di Roma i comizi a favore del Re semplicemente non si tenevano a causa del clima di terrore scatenato dalle Volanti Rosse. Era il sanguinoso periodo dei Triangoli della morte per gli anticomunisti. A Roma, come avvenne il 24 maggio 1946, erano proibiti o assaltati dagli “Ausiliari di Romita”, la polizia formata da ex partigiani. Al sud erano attaccati dai comunisti a colpi di bombe a mano, come a Napoli (F. Malnati, La grande frode. Come l’Italia fu fatta Repubblica, Bastogi, Foggia, 1997, pp. 201 e sgg.).
I monarchici non assaltarono mai un comizio repubblicano, nemmeno in zone ove potevano farlo. Vedendo il film si potrebbe capire che la mafia autorizzi l’assalto ad un comizio repubblicano a Bagheria. La mafia e il banditismo siciliano volevano la repubblica. Indicativi sono il pubblico impegno a favore della repubblica del più famoso bandito siciliano del dopoguerra, Salvatore Giuliano (M. Giuliano- G. Sciortino Giuliano, Mio fratello Salvatore Giuliano, La Rivalsa, Montelepre, 1987, p. 183) - contribuì alla sconfitta monarchica a Montelepre e Giardinello, paesi ove fortissima era la sua influenza, la vittoria repubblicana a Corleone (Il bandito e il referendum, di Sergio Boschiero in Storia in Rete, luglio agosto 2008, p. 53) - e i rapporti del console americano a Palermo, Alfred Nester. Dal 27 novembre al 3 dicembre 1945 si tenne una riunione con la partecipazione di 47 capi mafia in rappresentanza di tutta la Sicilia. Stabilirono le future strategie politiche della mafia ed elessero la “Commissione degli Otto”. Dopo aver incontrato gli “Otto”, Nester riferirà al suo ambasciatore a Roma che la mafia “è per la repubblica, ma non si opporrebbe alla monarchia se diventasse un regime democratico” (E. Caretto – B. Marolo, Made in Usa. Le origini americane della Repubblica Italiana, Rizzoli, Milano, 1996, pp. 54-55) I mafiosi forse volevano far pagare alla Monarchia le sentenze di condanna emesse in nome del Re. O forse speravano nei benefici previsti dalla tanta vociferata amnistia Togliatti in caso di vittoria repubblicana. Un’ipotesi di ricerca storiografica: anche i mafiosi contrattarono i loro voti con i repubblicani, per ottenere benefici, in caso di vittoria repubblicana? La piazza di Bagheria ha visto un solo caso di violenza politica.

Canzano 9- Quale?

BARTOLONE- Fu nel 1968, quando alcuni ragazzi della Giovane Italia, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, furono aggrediti a colpi di bastoni da un folto gruppo di comunisti provenienti da via Lo Re, mentre protestavano contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Sono le famose “Legnate a chiazza”.

Canzano 10- Ci sono altri nomi dimenticati?

BARTOLONE- Tornatore ricorda giustamente alcuni sindacalisti uccisi della mafia. Ma omette di ricordare quelli meno famosi, ma che vivevano a 3 km da Bagheria. Mi riferisco ad Andrea Raja ucciso a Casteldaccia nel 1946, a Nunzio Sansone di Villabate e Pietro Macchiarella di Ficarazzi assassinati nel 1947. Voglio ricordare anche Nunzio Passafiume di Trabia, morto nel 1945.

Canzano 11- Ma in un film non si può dire tutto.

BARTOLONE- Lo so. Tralasciando alcuni nomi e omettendo alcune cose si cambia la verità. Non sono d’accordo, quando Tornatore fa cominciare il processo di liberazione delle donne bagheresi dall’invito a ballare rivolto dal padre alla madre del regista. L’emancipazione delle bagheresi inizia prima. Comincia forse durante la prima guerra mondiale, se non prima. Ed è merito delle stesse donne. Penso all’episodio, “scandaloso” per il tempo, avvenuto forse nel 1915, durante la recita per beneficenza di un poema melodrammatico L’eccidio dei Vandali, del poeta bagherese Giovanni Girgenti. Per la prima volta un gruppo di studentesse appartenenti alle migliori famiglie locali calcavano le scene insieme a colleghi maschi, recitando in pubblico. Prima di questa recita, le filodrammatiche bagheresi sceglievano testi con personaggi tutti di sesso maschile, ricorrevano a travestimenti o si avvalevano di professionisti, ai quali erano affidate le parti femminili. Appartenevano alla filodrammatica del cinema-teatro “Lavore” del sacerdote don Domenico Lavore. Forse con grave scandalo dei famigliari Caterina Mancuso, Rosetta Cancilla, Gabriella e Teresa Sorci, Virginia Scaduto, Maria Gambino, superando qualsiasi pregiudizio paesano seppero spezzare l’incantesimo (O. Girgenti, Bagheria, Edizioni Soleus, Bagheria, 1985, pp. 301-302). Un forte contributo alla caduta dei pregiudizi fu un frutto forse indiretto del Fascismo. Le bagheresi furono mobilitate ed inquadrate nelle organizzazioni di massa del Regime. Per la prima volta le donne facevano politica. La politica finiva di essere riservata solo agli uomini.
Nel film di Tornatore si dimentica il forte impegno di due comuniste bagheresi nel secondo dopoguerra. Eppure la prima è ricordata con una significativa lapide sulla tomba nel cimitero di Bagheria. Sulla seconda mi chiedo: grava una dannazione della memoria? E’ perché si sarebbe “venduta”, secondo le malelingue comuniste, iscrivendosi alla D.C. in cambio di un posto al Comune per un figlio?

Canzano 12- Personaggi famosi di Bagheria dimenticati da Tornatore?

BARTOLONE- Si, nel film, salvo del giovane Renato Guttuso, non si parla d’altri famosi personaggi del tempo. Eppure Bagheria, era anche allora, una vivace fucina di intelligenze. Nel film nulla si dice dei poeti futuristi Giacomo Giardina, Castrenze Civello, - con Filippo Tommaso Marinetti, spesso a Bagheria - del padre del diritto ecclesiastico italiano, il Senatore del Regno d’Italia, Francesco Scaduto, dell’oculista Giuseppe Cirincione, del matematico Giuseppe Bagnera, dei pittori Onofrio Tomaselli e Domenico Quattrociocchi, per limitarmi solo ad alcuni nomi. Erano conosciuti in tutta Italia. Bagheria non era solo vacche per le strade, cosa comune a tanti paesi della Sicilia del tempo. Era anche cultura. Forse in confronto ad altre realtà della Sicilia, si viveva meglio, o si stava meno male da un punto di vista economico, guardando la cosa con occhio moderno. Era ancora il tempo, ormai mitico per molti bagheresi, quando una famiglia poteva vivere dignitosamente possedendo alcuni tumoli di limoneti, del salato di Aspra, dei limoni esportati in tutto il mondo, delle conserve e del famoso vino della Bagaria, ecc. Una cosa voglio dire prima di concludere questa intervista.

Canzano 12- Mi può dire?

BARTOLONE- I bagheresi in guerra hanno fatto sempre il loro dovere, rispondendo magari a malincuore al richiamo della Patria. Non sono dei vigliacchi o degli autolesionisti. Fin dai tempi di Giuseppe Garibaldi hanno dimostrato il loro coraggio e il loro valore. Bagheria, nella lotta di liberazione contro i Borboni, fu tra i centri più attivi. Molti “picciotti” bagheresi si immolarono al grido di “libertà”, molti furono i feriti. Molti furono i bagheresi che offrirono in sacrificio la loro giovane vita, nell’occupazione della Libia, nella Grande guerra, nella conquista dell’Impero, nella guerra di Spagna e nel Secondo conflitto mondiale. Morirono, combatterono, seguirono Mussolini anche nella Repubblica Sociale Italiana, senza tradire il giuramento fatto, tornarono anche dopo molti anni martoriati nelle carni o nello spirito dalla prigionia o da mezzo mondo, ma partirono. Come fece mio padre Vincenzo, imbarcato dal 1940 al 1943 sul Regio Incrociatore “Trieste”; come fece mio zio omonimo chiamato alle armi mi pare nel 1938, Internato Militare in Germania, tornato nel dopoguerra; come fecero i miei due cugini Onofrio e Peppino Buttitta “scomparsi” in Russia, vanamente attesi per anni dai famigliari. Partirono tutti. Fecero il loro dovere di uomini, di cittadini, d’Italiani. Nell’impossibilità di ricordarli tutti mi limito ad associarli al nome dell’eroe dell’Asolone, la medaglia d’oro Ciro Scianna. Rappresenta, racchiude e sintetizza il simbolo del sacrificio eroico e del coraggio del bagherese. Detto questo, faccio i miei migliori auguri a Tornatore. Spero che vinca l’Oscar.

BIOGRAFIA

Giovanni Bartolone, nasce a Palermo nel 1953, ove insegna Diritto ed economia nelle Superiori. Vive a Bagheria (PA). E’ laureato in Scienze Politiche, indirizzo Politico Internazionale, con una tesi sul Referendum istituzionale del 1946. E' da molti anni impegnato in ricerche sulla II guerra mondiale, il Fascismo, il Nazionalsocialismo, il fenomeno della mafia, la Sicilia dallo sbarco Alleato alla morte di Salvatore Giuliano. Ha pubblicato nel 2005 il libro Le altre stragi, Tipografia Aiello & Provenzano, Bagheria, dedicato alle stragi alleate e tedesche nella Sicilia del 1943/44 e il saggio Luci ed ombre nella Napoli 1943-1946, ISSES, Napoli, 2006. Ha collaborato a Candido, Historica Nova e Storia del Novecento. Può essere contattato al seguente indirizzo di posta elettronica: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
338.3275925
 
NON C'E' DEMOCRAZIA FUORI DALLA NAZIONE  Segnala

Come l'individuo, la comunità e la famiglia, la Nazione compone la realtà, traducendosi semplicemente in una categoria che racchiude in sé la storia, la Tradizione, la cultura, il sentire spirituale, gli usi e costumi, i legami sociali di un Popolo. Spesso si considera tale nozione quale causa di tutti i mali, dalle degenerazioni ideologiche alle guerre. D’altra parte il confronto tra peculiarità e specificità contribuisce alla evoluzione dell’umanità; la loro cancellazione, mediante ciò che viene chiamato multiculturalismo, la cui natura eziologica altro non è se non il portato "mercatista" dell’immigrazione (fenomeno di matrice capitalistica), è un errore.    

Difficile parlare di "culture" al giorno d'oggi, quando l'unico collante (anche tra gente di nazioni diverse) è la omologazione nel segno dell'"American way of life" consumistica.
Il vero rischio risiede proprio nel tandem multiculturalismo – omologazione, per il quale il primo fattore apre la strada al secondo. Il corollario principale è dunque la polverizzazione di una identità, che costituisce ad un tempo la specificità di un Popolo (dunque la sua ricchezza) ed il presidio ad una coesione sociale che non va minata. Infatti diversi studi sociologici dimostrano come, quando questa viene a mancare, nascano numerosi problemi; primo fra tutti quello relativo alla sicurezza. Non si deve inoltre tralasciare la questione della xenofobia, dovuta più alla insicurezza di sé che alla paura dell'altro. Il razzismo è un fenomeno latente ed innato nell'essere umano, che rischia di venir fuori ogniqualvolta sia minacciato uno status quo e si crei incertezza.
Sebbene il mercato globale (e non l'Internazionale socialista) stia provando ad annacquare il concetto di Nazione (che è sempre esistito nella pratica, ben prima del sorgere degli Stati nazionali), ci sono Popoli che hanno specifiche tradizioni, parlano lingue diverse, si riconoscono in varie culture, hanno un differente comune sentire, professano varie religioni. Questi fattori non si possono ignorare o cancellare in virtù di un "fantastico mondo senza frontiere"; essi costituiscono la ricchezza dell’umanità. Certamente vanno facilitati i confronti ed i dialoghi (oggi la tecnologia fornisce questa grandissima opportunità), ma occorre sempre ricordare che laddove non c'è cultura c'è il mercato, e l'uomo si allontana da sé stesso.


Non basta. Approfondendo il ragionamento si giunge a concludere che la Nazione costituisca l’orizzonte ultimo dell’agibilità democratica. Se, infatti, democrazia etimologicamente significa governo del Popolo, quindi autogoverno, si devono presupporre ad essa libero arbitrio ed uso della Ragione. Ci si riferisce, nello specifico, ad una Ratio univoca, punto di riferimento inequivocabile per il corpo sociale. Ciò non significa sottintendere l’assenza di pluralismo e minoranze, ma ribadire l’importanza di una identità capace sempre e comunque di esprimere una maggioranza, dalla quale nessuna forma di democrazia può prescindere. Senza voler giungere all’estremo roussoviano delle piccole comunità nelle quali decidere per referendum, si può comunque sostenere la imprescindibilità di un certo grado di coesione, affinché la polis sia effettivamente tale; altrimenti il potere economico sarebbe sempre più forte di tutte le frammentazioni. In questo senso i caratteri che compongono il concetto di Nazione alzano intorno al Popolo uno steccato. Se questo viene meno, perché è minata la identità ultima, e con essa naturalmente il legame sociale, l’agire umano non può che essere guidato dall’interesse economico, fattore dell’individualismo, fine della civiltà, della società e della democrazia.

 

Antonio Del Prete
Segr. reg. GI Emilia-Romagna
Resp. settore Università e ricerca scientifica
 
Lega nord: locale vs globale ? Nient?affatto. I leghisti ovvero l?altra faccia della globalizzazione  Segnala
Lega nord: locale vs globale ? Nient’affatto. I leghisti ovvero l’altra faccia della globalizzazione.
Il successo ottenuto nelle ultime tornate elettorali dalla Lega Nord ispira più di una riflessione. Una di queste riguarda la sostanza politica del rapporto tra il partito di Bossi e lo scenario economico mondiale. Ebbene le “camicie verdi”, a parole, hanno sempre opposto il locale al globale, sottolineando il valore della identità territoriale soprattutto in relazione ai flussi migratori. Tuttavia, tale superficiale conclusione, espressa per lo più mediante slogan, non è mai stata preceduta da premesse ed analisi atte a rintracciare le cause dell’ “azzeramento delle culture”. Nessuna parola di critica ad un sistema basato non sulla persona, ma sul mercato, per i fini del quale si rende necessario plasmare lo status di consumatore ed introdurre manodopera a basso costo. Provando a rovesciare paradossalmente la prospettiva, è possibile una interpretazione secondo cui proprio la Lega, nel suo piccolo, essendo portatrice di quella particolare cultura individualista che fa del recinto intorno al cortile di casa il limite della polis per l’uomo borghese, concorra alla realizzazione dei fini mondialisti.
La globalizzazione, infatti,  debilita la capacità dell’uomo di autodeterminarsi mediante due virus. Da una parte l’omologazione massificante che riduce il cittadino a consumatore. Dall’altra la frammentazione, attuata a più livelli, che annulla le possibilità di risposta al processo massificante. Le identità locali hanno senso se ed in quanto valorizzano, mediante gradazioni peculiari, l’identità nazionale. I partiti regionali, che apparentemente si fanno portatori dei valori della prossimità e della responsabilità, celano una risposta al mondialismo in chiave  individualista e reazionaria. La parcellizzazione delle energie e la sottolineatura delle differenze ( altro sono le specificità all’interno di un contesto organico ) riducono il Popolo alla impotenza ed alla indifferenza. L’unica risposta possibile ad un processo che, con una forza centrifuga ed una centripeta, sfalda la rete sociale, è l’esaltazione, nel concreto della quotidianità e del lavoro, dello spirito nazionale, nella cui unità si rinviene l’ultimo livello di coesione possibile per una vera democrazia e la sovranità popolare.
Occorre dunque rinunciare a visioni particolari ed a singole opzioni, in favore di una concezione organica superiore il cui fine risiede nel benessere della comunità nazionale. Non conflitto, ma collaborazione. Non donna ( o figli, o padri ), ma famiglia. Non imprenditore ( o lavoratore), ma impresa. Non regione, ma Nazione. Porre, in sostanza, le varie specificità in funzione di un bene più grande, individuato dalla comunità. In tal senso, l'indole nobile dell'uomo, che lo porta ad aprirsi e non a chiudersi, individua nella Nazione il limen naturale, dato dalla lingua, dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura, dalla spiritualità, all'interno del quale è possibile per un Popolo essere tale e determinare la propria esistenza.
Antonio Del Prete
 
NO AD INSEGNARE I DIALETTI NELLE SCUOLE  Segnala
NO AD INSEGNARE I DIALETTI NELLE SCUOLE di Paolo Chiarenza.      
Il modesto livello della politica italiana favorisce le sortite propagandistiche della Lega Nord che possono fare presa immediata. La proposta dell’insegnamento scolastico dei dialetti, contrariamente che in passato, ha avuto questa estate grande risonanza sui giornali nazionali e nell’arengo politico, segno evidente del ruolo che gioca la Lega. Ma mentre la grande stampa ha agitato l’argomento come un fatto politico, qualcuno a livello locale ne ha fatto meritoriamente un tema di discussione culturale, come Gianpiero Ferrigno, il cui articolo in proposito stimola la partecipazione al dibattito.
Non sono contrario ai dialetti (io stesso in famiglia lo parlo), anzi sono un fautore del loro rilancio e della loro riscoperta. Ma portarne l’insegnamento nelle scuole, come propongono Bossi e i suoi “scienziati”, è la negazione stessa della continuità di vita dei dialetti e, volutamente, è un’ulteriore semina di disgregazione nazionale di quel poco di tessuto connettivo che ancora rimane nel nostro Paese. Gli idiomi locali hanno validità proprio perché nascono dal popolo e con il popolo e vengono tramandati da padre in figlio attraverso la consuetudine e il legame personale, contribuendo così, da una parte, alla difesa di un patrimonio culturale ricchissimo che varia da territorio a territorio e, dall’altra, alla crescita della lingua italiana che può realmente, con la sua complessità e ricchezza di vocabolario, rappresentare le varie gamme del sentire e dell’espressione umani. Il dialetto non si insegna, ma si impara dai nonni, dai genitori e dalla gente, non da professori né da maestri. Il dialetto si impara se ci si sente parte di un mondo, seppure più piccolo, ma con radici profonde, fatto di valori popolari, di conoscenze antiche.
Ma come mai oggi tanta necessità di riappropriarsi della nostra identità? Perché fino ad alcuni anni fa non emergeva questa esigenza? Per ragioni storiche e politiche c’è oggi in Italia l’esigenza di mettere un argine al vuoto ideale e alla crisi portata dalla globalizzazione. Il vuoto ideale ha provocato la caduta dei valori tradizionali e il conseguente relativismo, mentre il fenomeno globale ha condotto con sé il liberismo sfrenato, il mercato senza regole sociali e il consumismo esasperato. Dove il principio dominante è quello del danaro non c’è spazio per le idee e per le differenze di tradizione e di cultura. Ma senza ampliare il discorso, in altri termini, nella difesa della memoria collettiva della nostra gente c’è il senso del legame che tiene assieme generazioni diverse succedutesi nel tempo sullo stesso territorio. Il concetto di Patria si afferma per cerchi concentrici: nello Stato, ambito di appartenenza dell’intera comunità, nelle città e nei paesi, nella regione, nella Nazione, fino a giungere alla Patria europea, nel senso dell’Europa dei popoli, l’Europa-Nazione. Fuori da questo concetto, per chi crede veramente nell’identità e nei valori della nostra terra è un’illusione pensare di riaffermare le tradizioni culturali e di salvare i dialetti.
L’Italia non ha quasi più prestigio (Vedi ultimo caso la Libia, cui offriamo tutto per amore…..del petrolio), figurarsi come possiamo difendere il sentimento identitario territoriale; non ci identifichiamo quasi più nella lingua italiana (la grammatica, l’ortografia, la storia e la geografia sono andati a farsi benedire,  siamo invasi da anglicismi inutili), figurarsi come possiamo mantenere gli idiomi locali. Però dobbiamo intraprendere ugualmente iniziative generali di riscatto, “al di fuori delle estremizzazioni della politica e della stampa per fare cassa”, come avverte Ferrigno. Non accetto le estremizzazioni della sinistra, che per anni e anni ha aggredito il sentimento nazionale e ora lo rincorre per rifarsi una credibilità, come contesto la Lega Nord che ripudia la bandiera tricolore, per cui ogni motivo di rivalsa etnica nei confronti del Sud e ogni “opposizione” all’interno dello schieramento di governo ha come obiettivo di contare di più e di avere maggiore potere. A proposito, a nessuno viene in mente di obiettare alla Lega che l’attuale “Roma ladrona” è tale grazie ai tanti politicanti che a Roma convergono da ogni parte d’Italia (dal Nord soprattutto), per comandare e decidere?
Per concludere, cominciamo sul piano culturale a fare qualcosa. Per favorire le tradizioni dialettali si organizzino la diffusione letteraria e manifestazioni ludiche delle opere in dialetto di tanti autori un tempo celebrati; si propongano sulle Tv regionali le commedie dialettali già rese comprensibili in tutta Italia da interpreti straordinari come Macario, Baseggio, Govi; ridiamo coscienza ai nostri “vecchi” e ai nostri genitori che la parlata dialettale è un mezzo immediato e spontaneo di comunicazione, è cultura, è genuinità, è solidarietà sociale, caratteristiche che hanno un comune afflato ideale, che fanno di tante popolazioni un Popolo, quello italiano appunto.
Paolo Chiarenza